Indagine interna israeliana: strage del 2002 ‘giustificata’

 

Imemc. Un'“indagine interna” dell'esercito israeliano ha pubblicato ieri un report, secondo il quale non vi fu “nessuno sbaglio” da parte dell'aviazione israeliana nel portare a compimento l'assassinio mirato del 2002, quando i soldati israeliani sganciarono un missile su un condominio abitato e uccisero, insieme all'”obiettivo” (Salah Shahada, leader di Hamas), 13 civili di cui otto minorenni.

L'inchiesta aveva preso il via nel 2008, sei anni dopo l'episodio, ma ogni investigazione sul luogo della strage è stata resa impossibile: gli inquirenti hanno intervistato solo i soldati coinvolti nel bombardamento, e non hanno mai parlato a uno solo degli abitanti del palazzo in due anni d'indagini.

Nel rapporto inviato al primo ministro Benjamin Netanyahu, gli inquirenti hanno infine stabilito che l'“uccisione mirata di Shahada era imperativa, alla luce dell'aumento ed escalation degli attacchi terroristici a partire dal 2000”.

L'attacco in questione ebbe luogo il 22 luglio 2002, poche ore dopo che i funzionari di Hamas erano riusciti a negoziare una tregua unilaterale con tutte le principali fazioni armate palestinesi. Queste ultime avevano promesso di cessare ogni attacco ai danni dei civili israeliani, a conclusione di un lungo e difficile sforzo diplomatico dei leader politici di Hamas.

Quella stessa notte, tuttavia, l'aviazione sganciò l'ordigno che uccise Shahada, la sua famiglia e i suoi vicini, e la tregua finì ovviamente per saltare. La mattina del 23 luglio, per giunta, l'allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush annunciò ulteriori aiuti a Israele, facendo infuriare molti palestinesi, poiché questo accadeva subito dopo l'omicidio di otto minori e di cinque dei loro genitori.

Secondo il recente rapporto degli inquirenti israeliani, i militari lanciarono la bomba prevedendo che vi sarebbero state vittime tra i civili, ma che ciò sarebbe stato comunque preferibile ad un'operazione di terra, che avrebbe messo in pericolo le truppe israeliane.

Conclude il report: “Nonostante le conseguenze originate da questo caso specifico, i mezzi di uccisione mirata sono stati e continuano ad essere uno strumento legittimo nella lotta al terrorismo, purché le operazioni vengano condotte in accordo con le regole ed i principi stabiliti dalla legge israeliana e internazionale, e con le norme etiche e morali sulle quali si basano i primi”.

La conclusione ignora dunque che le uccisioni mirate sono chiaramente illegali secondo la legge internazionale e la quarta Convenzione di Ginevra, della quale Israele è firmatario.

Gli investigatori hanno così scagionato tutte le autorità coinvolte, raccomandando che nessun soldato, ufficiale o funzionario implicato nel caso venga processato.

 

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