Intervista a Fadwa Barghuthi. Previsioni su riconciliazione e rappresentanza politica

Wutterpal – Speciale InfoPal.

Dalla nostra inviata Elisa Gennaro. Come tutti gli altri relatori, anche Fadwa Barghuthi, membro del Comitato centrale di Fatah e moglie del leader detenuto Marwan, esordisce sul palco con il segno di vittoria e, nel proprio saluto, non dimentica nessuno: donne, bambini, prigionieri, comunità palestinesi ghettizzate dal Muro d’Apartheid e colonie israeliane, profughi palestinesi in Medio Oriente e in Europa. Poi, ancora, i martiri della storia palestinese: dallo Shaykh Ahmed Yassin ad Abu ‘Ali Mustafa ad Abu Jihad (Khalil al-Wazir) e altri ancora, provocando sugli spalti dell’immensa sala reazioni di consenso e apprezzamento per i caduti palestinesi.

“Il sangue dei martiri non è perduto”, gridano tutti.

Il Diritto al Ritorno resta il filo conduttore degli interventi della IX Conferenza dei palestinesi in Europa, anche di quello di Barghuthi: “Nessuno può mettere in discussione l’inalienabilità del Diritto al Ritorno, poiché su di esso si fonda il nostro diritto all’indipendenza dello Stato”.

Appena rientrata dal Cairo, dove ha preso parte alla cerimonia per la firma della riconciliazione nazionale, Barghuthi esprime la personale soddisfazione per l’iter percorso finora: “Bene la firma e gli intenti che la sottendono”.

La firma dell’accordo per l’unità politica palestinese è senz’altro uno – ma non secondario – degli elementi che prevalgono sul palco.
L’idea complessiva della conferenza è che l’entusiasmo per l’atto “diplomatico” contestuale alla firma si adombri nel momento in cui si affrontano nei dettagli procedure e attori chiamati alla sua implementazione. Ne è richiesta, infatti, una realizzazione fedele all’accordo del Cairo (l’Egitto invierà alcuni osservatori) e trasparente nell’ambito del processo democratico richiesto dal popolo palestinese e dal “Movimento dei giovani per la fine delle divisioni”.

Elezioni, modalità e personalità preposte al loro allestimento, riforma dell’Organizzazione di liberazione della Palestina (Olp), previsioni sugli esiti elettorali. Cosa accadrà infatti, nell’ipotesi di un cambio di guardia in una Cisgiordania dove Hamas è sotto il tiro dall’Autorità palestinese (Anp) e in una Striscia di Gaza assediata dall’embargo israeliano, quindi impossibilitata a fare esperienza di una reale performance di governo?

Proprio su questi punti ci siamo soffermati in un’intervista a Fadwa Barghuthi.

InfoPal: Signora Barghuthi, nella storia di liberazione della Palestina ci sono stati molti momenti di gloria, alternati ai drammi dell’occupazione israeliana. L’accordo del Cairo è di per sé un successo e un momento storico. Per cominciare ci rivolgiamo e lei in quanto membro del Comitato centrale di Fatah che ha vissuto di persona molti di quei momenti di forte speranza in passato.
Quali sono le sue previsioni e le raccomandazioni in merito alle fasi che dovrete attuare a partire dal giorno dopo la firma?

Fadwa Barghuthi: “L’accordo è un nostro successo, tutto palestinese. Certo la mediazione egiziana è stata condotta in modo impeccabile, ma lo spostamento politico palestinese è stato possibile anzitutto grazie alla nostra volontà di uscire dallo stallo.
Vorrei però essere realista, la parte più difficile arriverà ora: la messa in pratica della riconciliazione. Sarà un anno molto delicato per tutti noi, saremo messi alla prova su quanto abbiamo sottoscritto: elezioni presidenziali, del Consiglio legislativo (Clp) e di quello nazionale (Cnp).
Dovremo essere prudenti, ma rapidi, perché, se non ci affretteremo a farlo, credo si rischi di tornare ad un clima, se non di divisioni aperte, di stallo, e quindi ad altri anni di occupazione israeliana e di furto della terra.
Scadenze e principali tappe da rispettare sono state accordate da tutti, ma se la riconciliazione è stata raggiunta in un ambito diplomatico, sono le azioni politiche che vanno attuate.

InfoPal: Qual è la sua visione della migliore espressione di quest’azione politica?

F. B.: “Anzitutto la riforma dell’Olp intesa in maniera onnicomprensiva, quindi tutte le fazioni politiche devono entrare a farne parte anche in un momento successivo alla firma.

InfoPal: Il Jihad islamico ha dichiarato che “pur non intendendo con questo ostacolare il processo politico, non farà parte di alcun governo, né correrà alle prossime elezioni”.

F. B.: “E’ vero che il Jihad si è espresso così, ma io suggerisco a quanti hanno preso una simile posizione di superare questa fase. Non possiamo permetterci di lasciare scoperta una fetta di popolazione palestinese e tutti hanno il diritto ad essere rappresentati politicamente. Faccio un esempio: la stragrande maggioranza dei palestinesi ha un’esperienza con le detenzioni. Chi farà gli interessi di quanti non avranno una rappresentanza politica nell’Olp nella fase – prevista nell’accordo – per la liberazione dei detenuti politici? Tutti dovranno avere un interlocutore che faccia il portavoce. Da ora, insomma, dobbiamo lavorare ad innestare principi democratici in armonia con la volontà popolare, che è anche la nostra, verso la concreta liberazione della terra dall’occupazione di Israele.

InfoPal: Quindi avete posto le basi per innalzare un fronte forte tale da affrontare le prossime eventualità con Israele, tra le quali possiamo includere anche i negoziati?

F. B.: “Sì. Anche nell’ipotesi in cui Israele dimostri di accettare le proprie responsabilità e di riconoscere il torto storico contro il nostro popolo, tutti i palestinesi dovranno avere la certezza che al tavolo dei negoziati ci sia qualcuno che li difenda. Solo allora potremmo trovare uno spazio logico dove inserire nuovamente i negoziati, e, ribadisco, nessun palestinese resterà scoperto politicamente. Perché nessuno deve temere che qualcuno corra il rischio di svenderne i diritti”.

InfoPal: Qualcuno tra le principali testate locali arabe ha affermato che, sulla scia degli eventi siriani, Hamas non abbia avuto altra scelta che accettare questa riconciliazione. Di fronte al rischio di essere messo alle strette a Damasco, similmente a quanto già accaduto in Giordania, il Movimento che governa Gaza potrebbe dover ripiegare altrove, magari nel Golfo, dove la presenza di un ufficio politico resterebbe una realtà puramente teorica, priva di capacità decisionale.
Dalla sua esperienza e dal ruolo che svolge quotidianamente, quale crede siano state le ragioni che hanno indotto Hamas ad accettare questo accordo?

Lei sorride, quasi nella domanda ci fosse già la risposta e dice: “Certo! E’ proprio così, Hamas è messo alle strette dall’instabilità in Siria e ha scelto di collaborare con serenità proprio per cercare altri interlocutori.
Ma aggiungo che, anche l’Autorità palestinese (Anp) ha avuto i propri motivi interni per arrivare a sedersi con Hamas. Giunta ad punto di non ritorno, l’Anp si è trovata da sola di fronte al reiterato rifiuto israeliano e inerme davanti all’espansione di colonie e check-point in Cisgiordania.
Infine, un terzo elemento alla base della volontà dei palestinesi di sedersi e firmare un’intesa di unità nazionale vi è anche il nuovo Egitto, frutto della rivoluzione ed espressione di una volontà popolare forte, presente nel processo politico decisionale interno, la quale ha spinto proprio per far riavvicinare i palestinesi.

InfoPal: Quindi ottimismo e preoccupazioni costruttive per le prossime fasi. Lei è avvocato e politico, ma oggi è qui anche con un’altra “delega”, quella di donna palestinese colpita direttamente dalla realtà della detenzione. Sebbene sia prematura, con riferimento all’accordo del Cairo, quali rassicurazioni dà alle donne palestinesi che vivono questa stessa esperienza?

F. B.: Gran parte della popolazione ha una storia collegata alle detenzioni e nessuna fascia sociale viene risparmiata da questa condanna. I prigionieri palestinesi sono i nostri veri leader, ma anzitutto essi sono i nostri coniugi, i nostri fratelli, i nostri figli che stanno pagando un alto prezzo in nome di tutto il popolo. Alle sorelle palestinesi dico di continuare a seguire gli eventi come facciamo ogni giorno. Scendere in piazza, fare presidi, denunciare e non escluderli mai dalle azioni quotidiane dirette alla liberazione nazionale. Come avvocato percorro ogni giorno la Cisgiordania occupata, attraverso i check-point israeliani per sentire le storie di detenzione e incontrare ex detenuti palestinesi, anche io vengo fermata, perquisita e interrogata dai militari di Israele. Quando rientro a casa, anch’io sono consapevole che non troverò ad aspettarmi mio marito perché è in una prigione israeliana. Sento di avere una grossa responsabilità per tutte quelle “deleghe” con cui sono venuta a Wutterpal e, come membro del Comitato centrale di Fatah, voglio rassicurare tutti e tutte sul massimo dell’impegno affinché la liberazione dei prigionieri palestinesi sia portata a termine in confromità alla dignità che essa merita.

 

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