Intervista a Maryem Mahmoud Saleh, ministra per le Pari Opportunità.

Intervista a Maryem Mahmoud Saleh

Deputata del Palestinian Legislative Council, eletta con la lista Change and Reform (Hamas)

(Maryem mahmoud Saleh, è stata proposta come ministra delle condizione femminile)

(23 marzo 2006)

53 anni, sposata con 7 figli.
Deputata del Palestinian Legislative Council, eletta con la lista Change and Reform (Hamas)
Ha studiato all’Università di “Romm el Kora”, alla Mecca, dove ha conseguito anche il dottorato.
Ex docente di Sharia, spiegazione della Sunna, Hadeeth e filosofia islamica nell’Università di Abu Dies.
Ha anche lavorato nell’Al Quds Open University di Ramallah e per l’Università “Sahet el Mogtamaa” con Moustafa Barghouti, dove ha insegnato “Concetti Arabi-islamici” per ragazze.

Dopo essere diventata membro del Parlamento, cos’è cambiato concretamente nella sua vita?

Bè, si sa che di solito una donna in carriera ha una vita molto intensa. Da quando mi sono sposata, mi considero una donna molto impegnata, perché ho una famiglia di cui prendermi cura e i miei studi universitari da portare avanti.
Credo che la massima priorità per tutte le giovani donne sposate è di crescere i propri figli come membri civili e ben educati della società, e allo stesso tempo conciliare la vita privata con la soddisfazione per la propria carriera, perché è impossibile migliorare una società e la sua gioventù, se una donna non è capace di crescere correttamente i propri figli e fallisce nella loro educazione.
Quindi, tornando al mio caso personale, quando sono tornata in Palestina dall’Arabia Saudita dove ho studiato, avevo il mio lavoro al college, la mia famiglia e nel mio tempo libero lavoravo anche come volontaria in alcune organizzazioni umanitarie.
Dopo le elezioni e dopo esser diventata una deputata, le mie responsabilità sono cresciute molto, perché ora sono una rappresentante di tutto il Popolo palestinese e quindi devo essere all’altezza della fiducia che mi è stata assegnata. Allo stesso tempo, pero’, la mia priorità rimane anche la mia famiglia e sono realmente felice di servire i miei cari, che mi danno sostegno per il mio lavoro e mi aiutano anche nelle responsabilità della casa.

In che cosa consiste il suo programma politico?

Innanzitutto il mio movimento, uomini e donne insieme, continuerà a lavorare per la nostra causa, la più sacra: l’indipendenza e la creazione dello Stato Palestinese.
Il nostro scopo è chiaro: siamo qui per servire il nostro Popolo.
I Palestinesi continuano a soffrire e sono profondamente frustrati a causa dell’occupazione, della disoccupazione e delle misere condizioni in cui sono costretti a vivere. Sono impotenti e oppressi.
Tutti noi soffriamo l’occupazione. I prigionieri politici, il muro di separazione sono questioni che ci riguardano tutti.
Ecco perché un punto molto importante del nostro programma è la sicurezza, che significa assicurare ad ogni famiglia una vita dignitosa e sicura.
La famiglia è il nucleo della società: i diritti dei nostri bambini devono essere assicurati.
Inoltre, è urgente aumentare il numero degli ospedali: come mostrano i media, molti ammalati muoiono ai check point prima di arrivare agli ospedali e prima di ottenere la dovuta assistenza medica.
Per anni il nostro movimento si è concentrato in attività sociali. Siamo venuti in contatto con molte famiglie in grande bisogno di assistenza medica e cure, ma anche di sostegno psicologico e solidarietà, che le Istituzioni ed il Governo non erano in grado di garantire.
L’assistenza sociale e medica è una nostra priorità.
Percio’ è molto importante per me e per i miei colleghi migliorare l’attuale livello di assistenza medica attraverso la creazione di almeno un ospedale efficiente e di qualità o magari di un policlinico in ogni villaggio, per diminuire finalmente il numero delle vittime.
Per concludere aggiungo che la cosa più importante per il nostro movimento, è che il popolo condivida le nostre scelte. Per questo è fondamentale ascoltare l’opinione pubblica e i suoi bisogni, ma soprattutto è vitale riuscire a conservare la fiducia che il nostro popolo ci ha assegnato con il voto.

E in particolare a proposito della condizione della donna, quale è la vostra agenda?

Il nostro movimento, Change and Reform, si è presentato alle elezioni con un chiaro progetto politico riguardante le donne in Palestina, il loro ruolo e i loro diritti nella nostra società.
La donna palestinese è una delle più forti e coraggiose figure della nostra società, perché ha sopportato e continua a sopportare morte, ferite, prigioni. Vive separata dai propri cari, sopportando la crudeltà dell’occupazione ed essendo costretta a portare avanti la famiglia in misere condizioni.
Le donne sono una parte attiva nella lotta per l’indipendenza e contro l’occupazione.
In Palestina ci sono 9000 prigionieri sotto detenzione amministrativa, che significa 9000 famiglie. Dio sa quante madri, mogli, sorelle e figlie soffrono in ognuna di queste famiglie, potendo contare solo sulle loro forze e crescendo i loro figli nell’oppressione e in condizioni umilianti.
Per questo il nostro motto è: “Le donne hanno un ruolo attivo contro l’occupazione, quindi hanno anche un ruolo fondamentale nel costruire e migliorare la società”.
Un risultato evidente di questa politica si è visto alle ultime elezioni con la consistente mobilitazione di donne nel processo elettorale.
Ecco perché noi insistiamo sul mantenimento e il miglioramento dei diritti delle donne. Dobbiamo aumentare quei diritti, ma soprattutto dobbiamo diffondere la consapevolezza dei diritti e dei doveri tra le donne stesse, per renderle concretamente protagoniste della nostra società in evoluzione. Da anni lavoriamo per la diffusione di aiuti umanitari e la crescita di attività sociali con un pieno coinvolgimento delle donne a tutti i livelli della società.
Per far cio’ uno dei mezzi più efficaci che prenderemo in considerazione sono le letture pubbliche nei villaggi, nelle scuole e anche nelle moschee; campagne informative indirizzate alle donne e condotte da donne, per comunicare i loro diritti e i loro doveri usando un linguaggio che sia il più semplice e chiaro possibile.
Per di più, vorrei sottolineare anche l’importanza del lavoro volontario di molte associazioni di donne e il peso che queste organizzazioni hanno tra la popolazione, perché è anche grazie al loro impegno che la gente si è avvicinata a noi.
Sfortunatamente queste associazioni non hanno a disposizione fondi sufficienti e senza soldi si ottiene molto poco. Percio’ vogliamo destinare una parte consistente del budget a queste organizzazioni.
Tornando alla posizione della donna nella società, è necessario assicurarle un ruolo di primo piano e più efficiente nelle scuole, nelle fabbriche e in tutti gli ambiti lavorativi, perché quando una donna si sente sicura per i suoi figli e per il suo futuro in generale, è anche in grado di contribuire al miglioramento della società.
In ultima analisi, penso sia necessario fermare con ogni mezzo l’abuso della figura femminile.

Che cosa intende per abuso della figura femminile?

Be’, io porto il velo da quando mi sono sposata e sono andata al college. Il velo è un obbligo dato da Dio attraverso il Corano a tutte le donne musulmane. Quello che facciamo, come movimento Change and Reform, è dare un c
onsiglio alle donne musulmane, ma poi alla fine sono loro a decidere se indossarlo o meno. L’Islam non costringe nessuno con la forza. Noi non obblighiamo le donne. Solo la decenza negli atti, nel modo di vestirsi e di comportarsi è indicativo di come la donna vuole essere percepita dagli altri e di conseguenza trattata. Tra l’altro la decenza nei vestiti è un punto fondamentale anche per altre religioni.
Il velo serve a completare un processo più ampio e non è solo un accessorio di moda.
Noi rifiutiamo di considerare la donna come un oggetto, come fanno ad esempio molti canali televisivi occiodentali che mostrano le donne come oggetti per pubblicità ecc. Una donna deve avere rispetto per se stessa e una sua propria dignità a prescindere dal velo.

Come lavorerete tra donne elette in Parlamento, anche di diverse posizioni politiche, più o meno religiose?

Noi tutte, le donne elette in Parlamento, lavoriamo per migliorare il ruolo della donna nella società.
Anche se ci sono molte sorelle musulmane, ci possono essere convinzioni diverse e diversi modi per raggiungere un obbiettivo. In Parlamento c’è anche Hanan Ashrawy, che è cristiana: ma persino attraverso religioni diverse possiamo lavorare insieme come una sola equipe.
Anche se ci sono modi di pensare diversi, c’è e ci sarà sempre dialogo e comprensione.
Il nostro scopo è comune: noi siamo tutti Palestinesi, parliamo la stessa lingua, condividiamo lo stesso passato, gli stessi problemi e abbiamo le stesse prospettive per il futuro: fermare l’occupazione e costruire lo Stato Palestinese.

Ma voi siete un movimento religioso. Che significa questo in politica?

Noi siamo un movimento islamico basato sui principi dell’Islam. Il nostro popolo è in maggioranza musulmano. Ad ogni modo anche parte della comunità cristiana ha votato per noi perché ha timore in Dio, hanno una coscienza chiara e noi non temiamo chi teme Dio.
Il nostro scopo è il cambiamento e le riforme e gli elettori ci hanno dato fiducia, non vedo dover sia il problema.
Avrai sentito senz’altro le ultime notizie che sostengono che Hamas voglia islamizzare l’intera società. La nostra è una terra occupata, noi stiamo ancora combattendo per la nostra libertà ed indipendenza. Una volta che l’oppressione e la frustrazione saranno finite, il passo successivo sarà la costruzione di una società basata sul rispetto e la dignità, dove ogni cittadino avrà i propri diritti e il proprio posto in uno stato libero e indipendente.
Allora parleremo con il nostro popolo, sonderemo i bisogni, chiederemo come vogliono le loro leggi, i loro diritti, se in una direzione più o meno religiosa.
Non è vero che prendiamo la Sharia e il Corano come nostre regole di base. Cosi’ come non è vero che cesseremo di prendere in considerazione tutto cio’ che proviene dal mondo arabo secolare o persino dall’Occidente.
In ogni caso qualsiasi legge faremo dovrà integrarsi nella nostra cultura araba e orientale, con le nostre tradizioni. E’ impossibile copiare ciecamente le leggi occidentali in Oriente, cosi’ come è impossibile vivere con priorità orientali nel mondo occidentale. Ogni società ha le sue priorità. Ecco cosa stiamo facendo: lavorando sulle nostre priorità.

In occasione dell’8 marzo, festa internazionale della donna, ci sono state molte iniziative in Palestina. Workshops, conferenze e vari incontri sono stati organizzati dalla General Union of Palestinian Women. Cosa ne pensa? Ha partecipato?

Conosco quelle associazioni e la loro mobilitazione per l’8 marzo e non ho veramente niente da obbiettare loro, nelle idee come nei fatti. Ma prendendo in riferimento il Corano e l’Islam, la festa della donna è ogni giorno. Il Corano mette veramente la donna in una posizione speciale e stima il suo ruolo in generale. Per noi una madre è sacra, si legge sul Corano:
“Il paradiso sta sotto i piedi di ogni madre”. Inoltre, nel mondo arabo, una ragazza è vista veramente come la regina della famiglia ed è amata sopra ogni altra cosa dal padre o dal fratello. Noi crediamo che bisogna realizzare i diritti della donna al 100%, in modo tale che il giorno della donna sia ogni giorno.
E’ facile di ricordare la donna una volta all’anno, regalarle un fiore e dimenticarsene poi il resto del tempo.
Vorrei dire a quelle organizzazioni di praticare veramente quello che predicano, cercando ad esempio di trovare fondi per la salute e le cure mediche per le donne in Palestina, che ne hanno veramente bisogno.
Infine, come ho già detto a queste donne l’8 marzo, è fuori questione cancellare i diritti ottenuti con gli anni. Al contrario lavoreremo per migliorarli in ogni modo. La società evolve in una direzione in cui è necessario aiutare la donna ad andare avanti e non a tornare indietro verso il passato.

Cosa pensa dell’aumento di violenze domestiche ai danni delle donne?

Ho partecipato al workshop sulle violenze domestiche, frequentato anche da Zahira Kamal, ex ministro per la condizione delle donne e capo del National Bureau for Statistics.
Confrontando i dati con quelli relativi ai cosiddetti stati democratici, occidentali o dei nostri vicini arabi, il nostro parere è positivo.
Dobbiamo tenere presente che la Palestina è una terra occupata e l’occupazione alimenta le violenze domestiche e spinge la gente alla violenza per esprimersi.
Anche la povertà è una delle ragioni principali, come la disoccupazione e l’ignoranza, che portano alla frustrazione. E la frustrazione è sempre terreno fertile per la violenza, che spesso inizia con la violenza domestica.
Un padre è frustrato quando vede che non puo’ dare da mangiare alla sua famiglia e non riesce a soddisfare i bisogni dei suoi cari.
Mi aspetto dal Parlamento Europeo e dall’Unione Europea un aiuto concreto per creare piccole fabbriche, piccole iniziative capaci di dare lavoro, far diminuire la disoccupazione e contribuire alla speranza con concrete azioni destinate alle famiglie più modeste ed aiutarle ad uscire circolo vizioso della violenza.
Leggi e regolamenti non sono sufficienti per assicurare i diritti delle donne.
Guarda ad esempio gli Stati Uniti o la Germania: hanno leggi specifiche, ma non possono ugualmente assicurare una piena emancipazione del ruolo delle donne nelle loro società. Le statistiche mostrano che molte donne muoiono come vittime di violenze domestiche anche in occidente.
Le leggi da sole non prevengono la violenza all’interno della famiglia, che è un problema di tutti gli Stati. Ecco perché insisto affinché l’educazione in casa e nelle scuole sia una delle chiavi contro ogni tipo di violenza, per definire quali sono i limiti di ogni individuo.

Cosa pensa del delitto d’onore?

A proposito dell’omicidio per vendetta, penso che sia un fattore profondamente correlato alla mancanza di stabilità di un Paese e alla mancanza di un’adeguata forza di polizia.
Le armi possono essere facilmente trovate ovunque e spesso finiscono nelle mani sbagliate.
Credo profondamente che ogni crimine debba essere punito dalla legge. Per questo considero il delitto d’onore un argomento molto serio ed è necessario porre fine a quei crimini, migliorando le leggi in materia.
Sul delitto d’onore collegato all’adulterio penso che sia completamente sbagliato, immorale ed ingiustificato uccidere una donna per un peccato commesso.
Corti di giustizia e tribunali esistono proprio per garantire un giusto processo e dare una giustificata punizione, e questo vale per ogni crimine, quindi anche per l’adulterio.
Il Corano e la Sharia riconoscono un’eguale punizione per uomini e donne che hanno commesso adulterio.
Noi crediamo che ogni singolo cittadino sia uguale di fronte alla legge e che nessuno sia al di sopra di questa. Sfortunatamente la nostra società soffre di molte mancanze e ci sono ancora delle leggi barbariche che devono spa
rire. Crediamo che la legge e la giustizia devono essere uguali per chiunque, poveri o ricchi, donne o uomini, giovani o anziani e speriamo, inshallah, di raggiungere questo obbiettivo.

Come commenta la minaccia di un taglio fino al 50% degli aiuti umanitari da parte dell’Unione Europea nel caso in cui Hamas non abbandoni qualsiasi atto violento?

Il mondo occidentale ha fatto pressioni affinché in Palestina si svolgessero delle vere e democratiche elezioni. Il nostro Paese è occupato, ma nonostante cio’ le elezioni sono state legali e trasparenti, senza il minimo spargimento di sangue. La maggioranza degli elettori ha scelto Hamas.
Il mondo democratico ci sta ora punendo per una democrazia che lui stesso ha incoraggiato.
Perché il democratico occidente ci vuole punire per aver usufruito del nostro diritto alla democrazia?
Per di più, i portavoce di Hamas hanno detto chiaramente che l’aiuto finanziario della Comunità Internazionale andrà direttamente al Ministero delle Finanze e utilizzato per il bene del Paese.
Gli aiuti europei al popolo palestinese sono inoltre irrisori se paragonati ai milioni e milioni inviati a sostegno di Israele.
Non dobbiamo dimenticare neanche che l’Unione Europea ha un dovere morale nei confronti del popolo palestinese. E’ a causa della Gran Bretagna che ancora non vediamo la fine al nostro problema. L’occupazione attuale da parte di Israele è una conseguenza di Balfour. Dal 1948 stiamo soffrendo per l’occupazione e per tutte le sue orribili conseguenze perché gli Inglesi volevano creare uno Stato per gli Ebrei e li hanno aiutati a venire nella nostra terra dalla Russia, dall’Inghilterra, dalla Germania e dagli Stati Uniti etc.
Noi, i legittimi proprietari delle terre, siamo stati cacciati, le nostre proprietà confiscate con la violenza, interi villaggi devastati per far posto a loro.
La resistenza e l’autodifesa sono forme di violenza? Riprenderci cio’ che ci appartiene e proteggere cio’ che abbiamo, è forse violenza? E’ sbagliato che una persona difenda il suo diritto alla vita e alla libertà? E’ questa la violenza?
Mandare missili per omicidi mirati e uccidere civili visti come danni collaterali, questa invece non è violenza?
Devastare case intere, chiudere le scuole, torturare civili senza alcun motivo, minacciare e terrorizzare i nostri giovani ai checkpoint, come chiamate voi tutto cio’?
Penso che la vera violenza sia l’occupazione e che è molto più urgente intimare ad Israele
di fermare questi atti violenti oltre che il rispetto degli accordi internazionali, invece di intimorire Hamas.
Per quel che riguarda gli attentati suicidi attribuiti ad Hamas, torno a sottolineare che noi, ma anche altri movimenti, non abbiamo mai preso di mira i civili. Senza parlare poi del fatto che ormai sono quasi due anni che Hamas ha dichiarato il cessate il fuoco, ma niente è in realtà cambiato dall’altra parte se ancora quotidianamente civili muoiono come conseguenza della crudeltà e dell’orribile violenza che arriva al di là del confine.
Come ci possono accusare di essere violenti dopo tutte le provocazioni che i Palestinesi sono costretti a sopportare?
Il mondo occidentale ci guarda con un occhio di sospetto, sfiducia e condanna senza prendere in considerazione la nostra tragedia.

E rispetto al riconoscimento dello stato di Israele? Gli Europei la mettono come condizione necessaria per gli aiuti finanziari.

Non esiste nessun potere costituzionale, nessuna legge internazionale né regolamento che obbliga un Governo a riconoscere uno Stato, non importa quale esso sia.
Noi ancora non siamo uno Stato, ma solo un Governo eletto democraticamente nell’Autorità Nazionale Palestinese che riconosce lo Stato di Israele; come Governo non siamo tenuti a farlo.
Il Governo Israeliano continua ad occupare le nostre terre e ad opprimere il nostro popolo. Non riconosce il nostro diritto alla libertà, concretamente, non riconosce il nostro diritto ad esistere.
Non considerano le sofferenze dei rifugiati nei campi il Libano, Siria e Giordania.
Come possiamo riconoscere uno Stato che non ha neanche delle frontiere certe, che non ha un territorio ben definito?
E’ come se ci chiedessero di credere in qualcosa di illusorio che non ha una vera e propria esistenza.
Riconoscere Israele, significherebbe accettare anche l’occupazione dei territori della West Bank, l’intera politica delle colonie, la costruzione del muro di separazione.
Yasser Arafat, Abou Mazen e altri hanno riconosciuto l’esistenza dello Stato di Israele e che cosa si è ottenuto in cambio? Qual è il risultato di 15 lunghi anni di dialogo? Nessuno…
Gli Israeliani hanno aumentato le violazioni degli accordi internazionali e delle risoluzioni ONU ed accresciuto la violenza ai danni dei Palestinesi.
Credo che le pressioni vadano indirizzate piuttosto verso il Governo Israeliano, affinché se ne vada dai territori occupati e mantenga le promesse fatte alla Comunità Internazionale, a cominciare dallo stop alla costruzione del muro.
Solo quando ci verrà mostrato un segnale positivo e concreto da parte di Israele, allora noi prenderemo in considerazione il riconoscimento del loro Stato.
Infine ci tengo a sottolineare che se gli aiuti ci vengono imposti insieme a condizioni che ci obbligano a denigrare alcuni dei nostri diritti, non li accetteremo mai. Abbiamo altri sostenitori tra i Paesi Arabi e tra alcuni Stati Europei ed organizzazioni umanitarie che ci assicurano il loro aiuto e sostegno incondizionatamente.
Se qualcuno pensa di comprare i nostri diritti con gli aiuti finanziari e facendoci accettare qualcosa di immorale, si sbaglia di grosso.
I Palestinesi hanno eletto Hamas e scelto il suo programma politico, in cui era chiaramente scritto il non riconoscimento dello Stato di Israele. Quindi il Popolo ha fatto la sua scelta, convinto che Hamas avrebbe scosso lo status quo.

a cura di Luisa Morgantini e Francesca Cutarelli

fonte: lmorgantini@europarl.eu.int

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