Intervista a Yael Meroz, pacifista, docente di ebraico all’Università di Napoli: ‘Il mio desiderio è uno Stato per due popoli’.

Di Davide Pelanda.

 

Donna, laica, pacifista, di sinistra. Si definisce così Yael Meroz, 32 anni, nata a Gerusalemme dove ha vissuto fino al 1999. Dopo l’università ha lavorato come traduttrice al Ministero Affari Esteri di Israele. Ha poi vinto un master a Brighton dove ha conosciuto il marito italiano e si è trasferita a Roma. Attualmente insegna ebraico all’Università orientale di Napoli come lettrice, lavora in una società di consulenza belga a Bruxelles su progetti ambientali per l’Unione Europea e sta per concludere il dottorato di ricerca all’Università di Foggia, in Politica Internazionale dell’Ambiente. E’ anche collaboratrice di un settimanale italiano, “La Gazzetta Politica” con articoli sempre su Israele.

Yael lei ci ha parlato di una sua crisi di identità. Le chiedo: questa crisi c’è ancora? Va, viene, si manifesta, non si manifesta….

«Sì, ogni tanto c’è»

Perché?

«Penso che questo capiti a tutte le persone che vivono al di fuori del loro contesto, della loro nazione. Quando sei fuori senti critiche al tuo paese. Dunque l’istinto è di difenderlo. Questo istinto ogni tanto viene fuori e cerco di superarlo. Sempre».

E quanto le è costato, a livello psicologico, in termini di sacrifici, fatica, poter mettere a posto queste varie identità?

«Dal punto di vista personale, psicologico, è faticoso. Mi chiedo in continuazione: faccio bene allora? Io do le armi nelle mani di quelli che vogliono distruggere Israele? Quando la gente che non la pensa come me mi chiede: “allora tu sei d’accordo con il presidente iraniano Ahmadinejad”, quei momenti per me sono faticosi perché, come tutti sanno, le posizioni sono più complesse. E allora mi chiedo: sono come Ahmadinejad? Sono come quelli che vogliono la distruzione di Israele? Che cosa dico? Che Israele non ha diritto ad esistere come Stato degli ebrei? Che implicazioni ha questa posizione? Che i miei genitori devono andarsene via? Ecc….Ecc… Tutto questo discorso lo faccio con me stessa.

Anche con la mia famiglia ci sono state discussioni molto accese, anche pianti, lacrime, a volte… Ed è faticosissimo! Non so se in Italia si percepisce, però il conflitto, almeno con i palestinesi, è molto sentito da molti israeliani…. Anche se io non sono d’accordo con l’opinione che Israele sia in pericolo per la sua esistenza.

Non lo so… Quando io dico, per esempio, che bisogna rifiutarsi di andare a fare il servizio militare, alcuni membri della mia famiglia fanno fatica ad accettare questo mio pensiero».

Lei ha conosciuto i famosi refusnik? Che impressione le hanno fatto?

«Una volta ne ho accompagnato uno in Italia. Ho fatto il servizio militare all’epoca degli accordi di Oslo. La sensazione era quella di essere l’ultima generazione di soldati, avevo tutta un’altra percezione della situazione. Se lo avessi fatto adesso avrei rifiutato. Per una donna non è difficile rifiutarsi perché può sposarsi.

Vent’anni fa c’era un rabbino israeliano, un tipo quasi come il profeta biblico Geremia, che diceva “se non vi comportate bene qui verrà la fine del mondo” riferendosi al conflitto israelo-palestinese e l’occupazione. Ed ancora disse “basteranno seicento soldati che si rifiutano di andare nei territori occupati per fermare l’occupazione”. Nonostante questo sia successo, non è bastato. Effettivamente a questo punto non penso basti più.

E’ vero che ci sono molti che rifiutano di fare il servizio militare, ma non tutti lo fanno in modo esplicito: magari vanno dallo psicologo ed ottengono una certificazione che li esonera perché non stanno bene e cose simili. C’è un allontanamento da parte dei giovani del senso comune di proteggere Israele. Ciò è dovuto non sempre per motivi morali».

Come è avvenuto il suo primo incontro con i palestinesi?

«E’ stato durante un confronto universitario tra studenti israeliani e studenti palestinesi. Era stato tutto studiato in modo che i moderatori orientassero il discorso. Nel gruppo degli israeliani io dicevo che dobbiamo chiedere scusa, un atto simbolico. D’altronde la politica è fatta anche di atti simbolici, no?!?. Quando tu chiedi scusa, ovviamente non è un rinnegare tutti i torti che sono stati fatti. Però è già una cosa importante, un passo avanti. Anche gli israeliani lo pretendono ancora oggi dai tedeschi. Dunque non è una cosa così strana. C’erano israeliani che non volevano assolutamente sentirne parlare. Io invece veramente sento che Israele debba fare questo passo perché bisogna riconoscere che è stato fatto un torto».

E nei confronti del popolo palestinese che lei vede in tv, di cui legge o che conosce direttamente, che cosa prova?

«Da quando ho lasciato Israele il mio contatto con i palestinesi è molto più raro. Qui mi sono fatta amici palestinesi, arabi, ma è una cosa diversa. Ho una specie di doppio senso di colpa sia per quello che stanno attraversando i palestinesi là, sia per il fatto che io non sono la, sui territori, per vedere e raccontare storie di prima mano».

Che effetto le fa vedere in tv o magari di persona il muro che è stato eretto a Gerusalemme?

«A me ha fatto venire quasi le lacrime. Io l’ho visto per la prima volta due anni fa e l’anno scorso l’ho rivisto proprio nel corridoio che va da Gerusalemme verso il Mar Morto. E’ stato un impatto terribile! Non lo so, non lo so…Io sono contraria a questo muro. Ecco, questo è un altro tema su cui mi trovo spesso a discutere con altri israeliani che dicono “sì non è una cosa bella, però funziona contro gli attentati”. Spesso è difficile trovare delle risposte…».

E’ vero che quel muro lì taglia in due l’acquedotto per cui non arriva più l’acqua ai palestinesi?

«Sì, sì, non l’ho visto con i miei occhi ma l’ho letto e ne ho scritto degli articoli nel mio master in Inghilterra che era sull’acqua».

 

Quello che noi percepiamo in Italia, le notizie che vediamo nei telegiornali, secondo lei sono corrette rispetto alla realtà, oppure ci sono manipolazioni?

«Manipolazioni sì, però debbo dire che ce n’è su ogni notizia giornalistica che io vedo. Qui in Italia ho trovato le notizie molto più equilibrate rispetto all’Inghilterra: quando ho vissuto in Israele, per esempio, la BBC era pro israeliana. Invece gli israeliani pensano che la BBC sia pro palestinese.

C’è comunque da dire che qui in Italia Israele e Palestina hanno un posto preminente nelle notizie, a volte molto di più rispetto a quello che effettivamente succede.

I palestinesi vivono una vita molto dura mentre gli israeliani questo conflitto non lo sentono: è triste da dire ma si sentono lontani da esso».

Quanto influiscono gli Stati Uniti d’America, secondo lei, sul Governo israeliano, sulla situazione israeliana? E’ vera la voce che dice che gli israeliani siano ebrei americani che stanno ritornando a riconquistarsi la terra in Israele? E’ così?

«E’ un po’ esagerato ciò che dice, però c’è un pizzico di verità. Perché ci sono, per esempio, anche molti russi in questa situazione, non è necessariamente che siano ebrei anglosassoni.

E’ vero che dagli Stati Uniti è più facile che sia così perché lì ci sono 6 milioni di ebrei ed è quindi numericamente più probabile questo fatto. La mia opinione è che negli Stati Uniti, in generale, c’è molto più fanatismo religioso.

Invece per ciò che riguarda il governo, anche se la maggior parte dei governi sostiene di non essere tanto influenzato dai coloni, poi in realtà, nei fatti non è affatto così. Bisogna anche precisare una cosa: e cioè che ci sono i coloni – i cosiddetti pazzi, i fondamentalisti religiosi – che vogliono la terra sulle due rive del Giordano ecc…. Però molti – ovvero la maggior parte in quei blocchi di insediamenti – sono persone che non hanno potuto comprare una casa nelle grandi città: quindi sono andati lì in quanto il Governo israeliano li sovvenziona in tutto e i prezzi sono più bassi. C’è perciò una politica governativa da parte di Israele che ha agevolato tutta la crescita di questi blocchi di insediamento. Quindi non sono solo i coloni i cosiddetti cattivi della storia».

Se io le dico: “due Stati separati in due territori diversi”, oppure “due Stati che debbono convivere pacificamente in un solo territorio”, quale opzione sceglie e perché?

«E’ quasi ovvio che scelgo la seconda alternativa. Io sarei per uno Stato per due nazioni. Però è quasi improbabile. E’ una cosa completamente impensabile debbo dire anche per i palestinesi stessi: vogliono un po’ gestirsi da soli prima di entrare in una nazione. Uno Stato è proprio inconcepibile. Poi due stati che vivono pacificamente è anche molto improbabile che capiti. Se vediamo anche la pace con la Giordania e l’Egitto è molto, molto fredda.

Ci vorrà tempo. Io spero solo che non sia troppo tardi».

In tutta questa situazione secondo lei chi può fare una mediazione efficace per giungere ad una pace vera? Chi è così forte?

«Gli Stati Uniti sicuramente no perché non sono imparziali. Però dall’altra parte sono gli unici che possono forse influenzare Israele».

L’ONU può fare qualcosa?

«Israele non ci tiene molto all’ONU, non ha molto rispetto per l’ONU, sia perché non rispetta le sue risoluzioni, e poi perché ha sempre considerato questa istituzione pro-araba.

Un altro fattore importante più culturale e sociale, ma non politico, sono gli arabi israeliani. Cioè, quegli arabi con la cittadinanza israeliana che penso siano molto importanti per costruire questo ponte perché conoscono tutte e due le realtà: loro devono avere un ruolo nella pacificazione di questi due popoli».

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