Intervista di Infopal al premier Haniyah: 'Non vogliamo uno Stato palestinese a Gaza'.

Ismail Haniyah: apprezziamo la posizione del governo italiano e la consideriamo come manifestazione di una consapevolezza della situazione interna palestinese.

Il presidente del consiglio palestinese Ismail Haniyah, ha accolto con favore la posizione del governo italiano espressa dal presidente del Consiglio Romano Prodi un paio di settimane fa. Prodi ha infatti invitato l’Occidente ad aprire la porta del dialogo con il movimento di Hamas.

Ismail Haniyah ha confermato che tale posizione è la manifestazione di una consapevolezza italiana nei riguardi della situazione interna palestinese. Il leader palestinese ha chiesto di indire elezioni legislative anticipate a cui partecipi la popolazione sia in patria sia in diaspora. I palestinesi all’estero, infatti, sono 6 milioni. Haniyah ha sottolineato che essi “non possono essere esclusi dalla consultazione politica”.  

Pubblichiamo qui di seguito il testo dell’intervista rilasciata a Infopal.it dal premier Haniyah.

Cosa pensa delle dichiarazioni rilasciate dal presidente del Consiglio italiano Romano Prodi, in cui invitava al dialogo con il movimento di Hamas? Ritiene che la posizione italiana influenzerà quella europea?

Senza dubbio è una posizione apprezzabile: è segno di una consapevolezza italiana sulla situazione interna palestinese e sull’impossibilità di escludere un grande movimento come quello di Hamas. In precedenza abbiamo affermato che Fatah e Hamas sono una base importante per qualsiasi sistema politico palestinese. Nessuno dei due può escludere l’altro: non bisogna partire dall’idea di eliminazione reciproca, perché tutte le politiche basate sull’esclusione sono fallimentari. La nostra esperienza in questo campo è grande. La posizione italiana è senz’altro influente e può contribuire a formare una linea europea. Nel panorama europeo, sono in crescita posizioni simili: attendiamo di vederle trasformare in processi concreti.

Ci sono voci che parlano di contatti con il movimento di Fatah per uscire dall’attuale crisi, sono attendibili? Sono previsti dei tempi per iniziare il dialogo?

Noi siamo ottimisti, e abbiamo dei contatti sia a livello palestinese sia arabo sia internazionale. Abbiamo la convinzione che non esista via d’uscita dall’attuale crisi se non con un ritorno al dialogo, che deve per forza partire da un momento all’altro, anche se  per il momento non è ancora stato avviato a causa della rigidità dei fratelli di Ramallah. Noi siamo pronti al dialogo in qualsiasi momento, a patto che sia senza condizioni, sotto il patrocinio arabo o estero, e che tocchi le radici della crisi palestinese. Noi non fissiamo dei tempi, ma speriamo che avvenga presto per poter riunire la nostra patria palestinese.

Qual è la vostra attuale posizione sull’accordo di Mecca e sulla politica saudita?

Noi esprimiamo il nostro forte dispiacere per i decreti emanati dal presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas, ndr), e riteniamo che essi possano approfondire la crisi interna palestinese, visto che toccano i diritti del cittadino palestinese, e stravolgono gli accordi raggiunti – in “primis” quello di Mecca.  Noi rinnoviamo il nostro rispetto e impegno nell’applicarlo, considerandolo ancora valido per creare una base di partenza per un dialogo inter-palestinese. L’Arabia Saudita ha giocato un grande ruolo nella questione palestinese. Essa continua a rappresentare il luogo d’accoglienza per il popolo palestinese e per la sua causa. Siamo pronti a considerare l’accordo di Mecca e quello del Cairo come una base solida da cui partire.

La posizione dell’Unione Europea è quella della collaborazione con il governo di Salam Fayyad fino a nuove elezioni. 

Non è possibile indire elezioni anticipate senza che vengano accolte due condizioni principali: l’accordo nazionale e un riferimento legislativo. Al momento mancano entrambe.

Inoltre, non è possibile che tutti i partiti palestinesi si uniscano dentro uno stesso programma politico unitario.

Il programma che ci viene chiesto di rispettare non concorda con i principi a cui aspira il popolo palestinese: chi crede che l’orizzonte politico con gli israeliani sia aperto, si sbaglia. C’è da aggiungere che un movimento come quello di Hamas non si cancella con i decreti. Hamas è un grande movimento radicato e con ampio consenso all’interno del panorama palestinese.  Inoltre gli accordi di Oslo sono falliti e la loro validità temporale e storica è cessata.

Il programma portato avanti dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina non ha salvato il popolo palestinese né dall’occupazione né dalla colonizzazione e tanto meno dalla giudaizzazione di Gerusalemme. Non ha neanche assicurato il diritto al ritorno ai rifugiati espulsi. Cosi come il presidente Arafat fu avvelenato e l’Olp non fece nulla. Per questo è necessario che il vero processo palestinese esca dal quadro israelo-americano. Noi puntiamo verso questa scelta.

Cosa pensa della prossima conferenza di pace americana? Crede che Abbas e il suo gruppo abbiano intenzione di firmare un accordo? Se così fosse, cosa farete?

Per quanto riguarda la conferenza d’autunno, si tratta fondamentalmente di un incontro internazionale per una “ristretta festa d’addio al presidente Bush”. E’ un tentativo di coprire lo spaventoso fallimento della politica americana in Iraq e nei diversi territori invasi dagli Usa. Per questo non contiamo su tale incontro. Piuttosto, che una dirigenza palestinese vada a firmare un accordo che nuoce ai diritti dei palestinesi, questo è grave e non è lecito. A Camp David, Il presidente Arafat ha rifiutato ciò che gli era stato offerto e ha pagato con la vita il prezzo di tale rifiuto. Non credo che un capo palestinese possa permettersi di firmare qualcosa simile o ancora peggiore. I diritti sono chiari: uno Stato palestinese nei territori del ‘67, con capitale Gerusalemme; diritto al ritorno dei rifugiati;  rilascio dei detenuti; rimozione di tutte le colonie dai territori palestinesi.

È stata presentata un’iniziativa per uscire dall’attuale crisi? Qual è il suo punto di vista rispetto alle possibili soluzioni?

Ci sono state proposte numerose iniziative, l’ultima delle quali è quella yemenita, che noi consideriamo valida e da cui può partire qualunque dialogo inter-palestinese. Il problema non è nostro ma dei fratelli a Ramallah, poiché rifiutano qualunque iniziativa di dialogo inter-palestinese (che ormai è divenuto americano e non più palestinese). L’amministrazione americana vuole preparare il terreno per il dialogo palestinese-israeliano e n
on per quello inter-palestinese. Purtroppo c’è il sostegno a questa linea politica: è forte la volontà di acuire la crisi. I fratelli a Ramallah devono liberarsi dalle catene americane, e quando ce la faranno, partirà il dialogo inter-palestinese.

Gli americani, gli israeliani e alcune parti palestinesi e regionali credono che un maggior assedio alla Striscia di Gaza, la chiusura degli ingressi e alcune procedure che riguardano la vita della gente potranno danneggiare il governo e stancare Hamas, costringendola a sedersi al tavolo del dialogo per accettare tutte le condizioni che le vengono imposte. Ma questa è un’illusione che non potrà mai diventare realtà.

Alcuni comportamenti di membri di al-Qassam e delle Forze Esecutive sono in contraddizione con i vostri inviti al dialogo. Crede che questi atteggiamenti rafforzino la divisione? 

Noi seguiamo un sistema civile e non un sistema militare. Cerchiamo di rafforzare l’autorità giudiziaria. Vogliamo ridare prestigio alla legge e alla giustizia poiché è nostra intenzione realizzare tre cose: la sicurezza generale, l’ordine pubblico e la disciplina. Agli inizi possono capitare degli errori, questa è una cosa comune, ma i problemi vengono risolti.

Ci impegniamo a rispettare la pluralità politica e rifiutiamo la carcerazione per motivi politici. Siamo convinti che la “nazione per tutti” deve essere costruita da tutti. Nello stesso tempo, non permettiamo di tornare indietro alla precedente situazione di disordine e illegalità.

C’è chi dice che il governo di Salam Fayyad è quello legittimo e chi ribadisce che quello legale è il governo di Haniyah. Qual è il suo commento?

Sulla questione delle legittimità hanno parlato molti giuristi e politici. Noi riteniamo di essere un governo nazionale che ha basato la propria legittimità sull’appoggio del parlamento, il Consiglio Legislativo, e sull’accordo di Mecca, e ci consideriamo “un governo per la realizzazione degli impegni” fino alla formazione di un nuovo esecutivo da proporre al Consiglio Legislativo per ottenere la fiducia. Gaza è governata dal suo attuale esecutivo e Hamas si prende cura di questo progetto: gli altri gruppi non stanno adempiendo ai propri compiti, dunque, per forza abbiamo dovuto assumere la responsabilità della popolazione.

Siete in contatto con realtà politiche arabe e internazionali?

Siamo in contatto con tutti i paesi arabi, a partire dall’Arabia Saudita e dall’Egitto. Questi due paesi sostengono il dialogo inter-palestinese e lo considerano l’unica via d’uscita. Abbiamo relazioni con la Siria e il Qatar. Mentre una delegazione del movimento ha visitato lo Yemen e il Sudan, e diversi hanno effettuato viaggi all’estero. Se fosse stato possibile per i leader della Striscia spostarsi, li avrebbe trovati in diversi paesi arabi e non solo. Siamo anche in contatto con paesi europei e delegazioni sono arrivate a Gaza.

Ci sono degli incontri segreti con Israele?

Non ci sono incontri segreti né pubblici con gli israeliani. I media hanno riportato che stiamo trattando la questione del soldato israeliano Shalit con quella dei varchi e del riconoscimento del nostro governo: si tratta solo di chiacchiere. Non c’è nulla di vero. Queste questioni non sono soggette a trattative.

Tuttavia, non abbiamo problemi, come abbiamo precedentemente affermato, ad accettare che qualunque ministro si incontri con l’omologo israeliano al fine di risolvere la questione palestinese.

Ritiene che il controllo da parte di Hamas della Striscia di Gaza, renderà quest’ultima oggetto di un assedio maggiore e che la libertà dei cittadini verrà ulteriormente limitata?

L’assedio non è frutto del momento, ma è presente da quando ha vinto il movimento di Hamas, e andando più indietro, agli anni dell’intifada, era già in atto un assedio con intensità diverse. Mentre ciò che è successo a Gaza è una vera azione di riforma, a livello delle istituzioni di sicurezza e della situazione palestinese in generale. Può immaginare com’era la situazione di sicurezza nella Striscia di Gaza prima degli ultimi avvenimenti? Nessuno era libero di muoversi in sicurezza. Il nostro popolo ha vissuto nel terrore. A ciò vanno aggiunti i rapimenti di giornalisti e di stranieri, gli omicidi a causa della barba e dell’identità. Chiunque guardava alla Striscia di Gaza perdeva la speranza, ma oggi la Striscia è diversa: c’è sicurezza nelle sue strade, nelle sedi delle istituzioni e nelle spiagge, anche se c’è chi ancora cerca di approfittare di ciò che è successo per acuire l’assedio e rafforzare la divisione tra la Cisgiordania e Gaza. Tuttavia, il nostro popolo sa distinguere chi è con lui e chi è contro di lui.

Gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza si sono ripetuti: c’è chi dice è che in preparazione di un’incursione totale per eliminare il governo palestinese a Gaza. Cosa ne pensa?

C’è il tentativo di stringere la Striscia di Gaza in una tenaglia: da una parte, Israele attacca allo scopo di indebolire, dall’altra, altri creano disordine. L’obiettivo è rovinare la nuova situazione dentro la Striscia. Le piccole incursioni possono essere preparatorie di una più grande invasione. Ci aspettiamo sempre il peggio dal nostro nemico, e bisogna per forza abituarsi a questo. Ma i calcoli per una vasta invasione non sono facili per gli israeliani, poiché noi siamo un popolo armato di volontà e fermezza e siamo perseveranti nel difendere noi stessi. Non siamo una preda facile. Tuttavia, la domanda da porre è: dove sono la nazione araba e la comunità internazionale mentre la Striscia di Gaza viene aggredita tutti i giorni? Mentre l’unico valico, quello di Rafah, rimane chiuso?

Come può il governo Haniyah ottenere i finanziamenti per governare il popolo palestinese? Fino a quando sarà in grado di mantenere la Striscia di Gaza?

Durante gli ultimi due mesi, abbiamo sostenuto tutte le spese sia per i salari degli 11 mila impiegati sia per la gestione interna. Il governo di Ramallah, infatti, ha bloccato i fondi per gli stipendi. Continueremo su questo linea. Tuttavia, i cittadini hanno reagito positivamente alla questione delle tasse e alla razionalizzazione delle spese. Questo alleggerisce di molto il bilancio.

Quando vi è un uso corretto del denaro pubblico si riescono a coprire un ampio numero di spese. La razionalizzazione delle spese, l’equità nella ridistribuzione del denaro pubblico insieme alle attività di riscossione fiscale possono contribuire a provvedere alle necessità.

Pensate di istituire uno Stato a Gaza?

Dichiarare uno Stato a Gaza non è assolutamente previsto: Gaza non sarà una nazione divisa dal resto della Palestina. Nello stesso tempo, non ci sarà una nazione palestinese senza Gaza.

 

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