Intervista esclusiva di Infopal.it al primo ministro palestinese.

Intervista esclusiva della redazione di www.infopal.it al premier Ismail Haniyah.

Il primo ministro palestinese Ismail Haniyah ha espresso il proprio ottimismo sulla possibilità che il dialogo nazionale possa condurre alla formazione di un governo di unità sulla base del Documento di Concordia nazionale. Il premier ha sottolineato come il governo attuale abbia resistito all’assedio imposto al popolo e abbia ridato alla Questione palestinese una dimensione arabo-islamica, nonostante gli attacchi subiti. Ha spiegato che uscire dalla crisi con Al-Fatah richiede il rispetto degli interessi superiori del popolo palestinese, e che le elezioni anticipate sono anti-costituzionali e illegali. Ha ribadito la disponibilità ad avviare un dialogo con l’amministrazione americana e con qualsiasi altro Stato nel mondo, invitando la comunità internazionale a rispettare la scelta democratica palestinese.

 

A un anno dalla vittoria del movimento di resistenza islamica Hamas alle elezioni legislative e dalla formazione del governo, come ne valuta l’operato?

Vogliamo ricordare le speranze del popolo palestinese di accedere a libere elezioni, trasparenti e democratiche, di costruire un governo, di approfondire la pluralità politica e l’avvicendamento pacifico delle autorità. Vogliamo ricordare anche le sofferenze che derivano dalla mancanza di rispetto, da parte della comunità internazionale, dei risultati di queste elezioni e della volontà della popolo palestinese. La comunità internazionale si è spinta ancora più lontano, imponendo l’assedio economico e politico al nostro popolo in una sorta di punizione collettiva.

Qualche nostro partner politico non è riuscito a comprendere i cambiamenti all’interno del sistema palestinese: nelle strade sono scoppiati scontri e tensioni.

Il boicottaggio e l’assedio internazionale hanno offerto al governo l’occasione necessaria per compattarsi perché era chiaro che nascondevano obiettivi politici. Dopo un anno, dunque, il nostro governo resiste ancora.

L’altro elemento importante da considerare è che Hamas è riuscito a realizzare il proprio slogan: “Resistenza e costruzione”. Il governo ha dato un buon esempio nell’amministrazione interna: ha gestito il denaro pubblico con chiarezza, ha ridotto le spese, ha apportato cambiamenti difficili nelle strutture nazionali, ha riattivato i rapporti con i paesi arabo-islamici e ha ridato interesse alla Questione palestinese.

 

Quali sono gli ostacoli che il governo palestinese ha incontrato e quali sono le soluzioni?

Gli ostacoli sono molti, sia a livello esterno sia interno. Basta dire che il governo non controlla tutti gli ambiti nazionali – né quello della sicurezza, né quello economico o delle scelte politiche. Questi sono gli aspetti fondamentali per qualsiasi governo e il fatto di non poterli garantire rappresenta una violazione della Legge Base palestinese.

Non è stato concesso al nostro governo di poter realizzare il progetto di “cambiamento e riferma” per cui era stato votato. Questo ha provocato reazioni. Quando si assume la responsabilità di un esecutivo a cui non è concesso di avere soldi, ambasciate, strutture, passaggi di collegamento tra Cisgiordania e Striscia di Gaza – tanto da non essere stato in grado di riunirsi con tutti i suoi membri -, di gestire la sicurezza, l’informazione, si deve essere coscienti dei gravi problemi e ostacoli da affrontare.

 

Lei crede che Hamas, Fatah e le altre fazioni riusciranno a formare un governo di unità nazionale dopo i tanti tentativi e i conflitti inter-palestinesi? A che punto è il dialogo nazionale?

Il dialogo in corso non è il primo, ma è l’ultimo di una serie iniziata da mesi, e si fonda sulla mediazione promossa da Siria – Ramallah – Gaza, sull’incontro tra il presidente Abu Mazen e Khaled Misha’al, sul rilancio del dialogo nazionale globale a Gaza, sull’accordo per una commissione che formulerà il programma politico del governo.

Tutto ciò è indice del desiderio che il dialogo divenga la sola ‘lingua’ che domina nelle piazze palestinesi. Abbiamo fatto dei grandi passi avanti in questo senso: sono stati creati nuovi punti comuni grazie alla mediazione palestinese e araba (compresa quella dell’Organizzazione della  Conferenza islamica).

Per quanto riguarda il governo di unità, siamo consapevoli della necessità di basarci sul Documento della Concordia nazionale a partire dal rispetto dei risultati delle elezioni legislative. Esistono punti di disaccordo che sono ancora oggetto di discussione e che riguardano qualche ministero principale. Speriamo di potere trovare punti comuni.

Sull’OLP esiste un accordo per riorganizzarla e riattivarla. Entro un mese ci sarà una riunione inter-palestinese per lanciare il progetto di ristrutturazione. Ahmad Qrei, in rappresentanza del presidente Mahmoud Abbas, e la Commissione Esecutiva dell’OLP si recheranno a Damasco e incontreranno la dirigenza palestinese. Insomma,  la possibilità di formare un governo di unità nazionale è grande.

 

In caso di fallimento del dialogo attualmente in corso, quale sarà lo scenario, soprattutto in relazione alla volontà del presidente Abbas di indire elezioni anticipate?

Le elezioni anticipate non sono costituzionali. Ci farebbero tornare indietro di decenni, mettendo fine alla partecipazione politica da parte del popolo. Le elezioni, invece di rappresentare un modo per alleggerire la tensione, ne creeranno di nuova. Ecco perché noi teniamo alla formazione del governo di unità, prima che si finisca in un labirinto senza uscita.

Le elezioni, senza accordo nazionale, non saranno un rimettersi alla volontà popolare, ma solo un tentativo di golpe rispetto ai risultati di quelle effettuate un anno prima.

 

Lei ha parlato di disponibilità, da parte del governo di unità nazionale, a intraprendere tentativi di dialogo con gli Stati Uniti e Israele se il loro atteggiamento cambierà… 

La strategia americana va in altre direzioni, e si basa su tre principi fondamentali: impedire la formazione reale del governo di unità nazionale che esprime la volontà del popolo palestinese; provocare la guerra civile; colpire il progetto nazionale palestinese.

L’amministrazione americana deve rivedere il suo punto di vista sui rapporti con noi, perché ci hanno imposto l’assedio, non hanno rispettato la democrazia e i risultati delle elezioni legislative.

Se gli Usa sono andati in guerra contro l’Iraq, hanno fatto cadere il governo di Saddam, hanno occupato la terra e il popolo iracheno con lo slogan di “diffondere la democrazia”, allora dovrebbero rispettare la nostra scelta democratica.

D’altro canto, noi non siamo contrari ad avviare un dialogo con l’amministrazione americana o con qualsiasi paese della comunità internazionale. Il problema è da parte loro e non da parte nostra.

Il nostro obiettivo è realizzare il governo di unità nazionale e sollevare l’assedio internazionale:  sono sicuro che questo finirà, perché molti di coloro che vi hanno aderito ora non sono più convinti della sua importanza, efficacia e legalità. Diversi Stati non sono più in grado di giustificare la legalità dell’assedio davanti ai loro popoli.

Per quanto riguarda i rapporti con Israele, l’OLP si assume la responsabilità delle trattative: l’attuale governo non solleva obiezioni agli incontri dei ministri palestinesi con i loro omologhi israeliani. Tuttavia, la conduzione politica è responsabilità dell’OLP: in base al Documento di Concordia nazionale qualsiasi accordo dovrà essere sottoposto per l’approvazione al popolo palestinese e al nuovo Consiglio nazionale.

 

Secondo lei, la formazione del governo di unità porrà fine ai disordini interni palestinesi?

Tra gli accordi raggiunti durante gli attuali negoziati nazionali vi è la necessità di proibire la lotta interna, bloccare la propaganda mediatica che incita gli scontri, vietare di versare sangue palestinese, e di far prevalere invece il dialogo. Noi abbiamo condannato gli atti criminali – scontri nelle piazze, assalti alle stazioni turistiche e alla sede della tv satellitare Al-Arabiyah, i sequestri di giornalisti e stranieri, ecc. – finora compiuti, perché danneggiano l’imagine del popolo palestinese, la sua cultura e le sue tradizioni. Chi li ha commessi verrà perseguito per legge e condannato. Noi sappiamo che questi incidenti hanno l’obiettivo di creare confusione: ci sono realtà interessate al mantenimento del disordine interno.

 

Quali saranno i rapporti del governo di unità rispetto all’Unione Europea e all’Italia?

Quella del governo italiano è la posizione più avanzata, specialmente dopo le ultime elezione politiche in Italia. Noi teniamo molto ai buoni rapporti con il governo italiano e con i paesi europei.

All’interno dell’Unione Europea ci sono paesi interessati ad aprire canali di comunicazione con noi e a porre fine all’assedio contro il popolo palestinese, e ce ne sono altri che hanno posizioni confuse, poco chiare.

 

Se il presidente palestinese Mahmoud Abbas avesse accettato il governo Hamas, l’assedio internazionale sarebbe stato imposto ugualmente?

Il suo sostegno almeno avrebbe evitato al governo e al popolo la versione più dura dell’embargo. Noi abbiamo detto ad Abu Mazen che se fosse stato con noi, qualche mese fa, l’assedio non sarebbe andato avanti fino ad oggi.

 

Qualche giorno fa è stata annunciata la partenza del ministro degli Esteri palestinese, Az-Zahar per un tour in America Latina. Cosa vi aspettate da questo viaggio?

Purtroppo la partenza è stata rimandata a causa della chiusura del valico di Rafah. In Sudamerica ci sono paesi che appoggiano i diritti del popolo palestinese e la necessità di rispettarne la scelta democratica, e rifiutano l’assedio imposto dalla comunità internazionale. Noi dunque speriamo che questa visita porti a risultati utili per la Questione Palestinese e per alleggerire la sofferenza della popolazione.

 

Qual è il vostro rapporto con l’Iran, considerato un alleato strategico?

Non abbiamo mai detto che l’Iran è un alleato strategico, ma che il mondo arabo-islamico rappresenta una risorsa strategica. E’ ciò che ho ripetuto in tutti i paesi da me visitati in questi mesi. Continuo a sostenere che la nazione arabo-islamica ha un’importanza strategica per la Questione palestinese, ma non ho mai parlato di ‘alleanze strategiche’.

Il nostro rapporto con l’Iran è uguale a quello con gli altri paesi arabi e islamici. Noi non siamo con una parte contro un’altra. Siamo orgogliosi di tutte le posizioni di sostegno al popolo palestinese.

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