Israele: c’è divario tra le opportunità per i beduini nel Negev

Tell er-Rabi' (Tel Aviv) – Irin. “Oltre 180.000 beduini vivono nel deserto israeliano del Negev, ma c'è un gran divario tra le condizioni di vita di coloro che vivono in 35 villaggi non riconosciuti (non censiti, ndr), e quelli, più fortunati, per i quali Israele ha creato 7 cittadine o che vivono in 7 villaggi ufficialmente riconosciuti”, riferiscono operatori per i diritti umani.

Essi affermano inoltre che, “coloro i quali vivono in villaggi non riconosciuti affrontano una costante minaccia di sfratto, e non hanno accesso ai servizi fondamentali. Oltre a minacciare le loro abitazioni, Israele non fa abbastanza per consentire a queste comunità beduine di risollevarsi dall'attuale condizione di povertà”.

Amal Elsana al-Hajooj, beduina che vive nel Negev e direttrice del “Negev Institute for Strategies of Peace and Development”, ha spiegato all'agenzia “Irin” che  “i tassi di disoccupazione e di povertà tra i beduini dei villaggi non riconosciuti del Negev sono i più alti in Israele”.

“I residenti dei villaggi non riconosciuti sono privi di status. Non hanno indirizzo, la loro carta d'identità israeliana specifica solo il nome del loro clan. Non hanno diritti sui terreni. Le loro comunità non hanno acqua, elettricità o strade. Non ci sono servizi educativi e sanitari”.

“Il Negev è il cortile di casa dello Stato di Israele” – continua -, “ci battiamo affinché vengano fatti degli investimenti qui”.

Al-Hajooj afferma poi che “la situazione è più complessa per le donne beduine, le quali si ritrovano ad affrontare la duplice difficoltà di vivere da beduine in Israele e quella di essere donne in una società patriarcale, dove il 30% delle famiglie sono poligamiche”.

Le condizioni di vita delle donne dei villaggi non riconosciuti sono notevolmente peggiori della controparte che vive nelle cittadine del Negev costruite da Israele.
Ha aggiunto al-Hajooj: “Oggi il 75% degli studenti universitari beduini – in gran parte residenti delle città riconosciute del Negev –  è composto da donne. Ma la situazione nei villaggi non riconosciuti è ben diversa: lì il 65% delle ragazze non frequenta la scuola, perché le scuole non ci sono”.

Le recenti cause mosse dal governo israeliano nei confronti dei beduini residenti nel villaggio del Negev di al-Araqib (Israele ha chiesto il pagamento di 400mila dollari per coprire le spese delle ripetute demolizioni delle loro abitazioni, ricostruite di volta in volta) hanno suscitato un acceso dibattito riguardo al trattamento riservato da Israele alla propria minoranza beduina.

Israele ha respinto le rivendicazioni degli abitanti di al-Araqib, secondo i quali il loro villaggio è edificato su terra ancestrale. Ed ha proceduto con più di 20 demolizioni ed operazioni di sfratto nel villaggio dal luglio 2010. Israele considera al-Araqib ed altri 34 villaggi beduini nel Negev insediamenti illegali edificati su territorio demaniale israeliano.

Criminali. Ortal Tzabar, portavoce dell'Autorità fondiaria israeliana, ha dichiarato a Irin: “Questa causa non riguarda le demolizioni: queste persone sono dei criminali. Questo territorio è stato disabitato sin da quando fu preso da Israele nel 1950. Lo abbiamo anche affittato ad altri beduini per utilizzo agricolo, e questi li hanno cacciati”.

“Ma se le loro rivendicazioni sul territorio, ora in fase di inchiesta, verranno accolte, e se verrà riconosciuto il loro diritto, sarà loro permesso di ritornare”.

Un portavoce dei residenti di al-Araqib, Awad Abu Frei, ha replicato che “il processo andrà per le lunghe: la prossima udienza non sarà convocata in tempi rapidi. E' molto estenuante”.

“Non piacciamo al governo: non ci vogliono, ma questa è la nostra terra. Se ne sono serviti per oltre 60 anni, non gli dobbiamo nulla. Dovrebbero essere loro a risarcire noi”.

Il centro per la tessitura. Khadra al-Saneh è la direttrice di “Sidreh”, l'unica Ong nel suo genere attiva in Israele nell'istruzione e nella promozione dei diritti delle donne beduine. Al-Saneh, quattro figli, ha avviato un centro per la tessitura  superando l'iniziale opposizione degli elementi tradizionali della sua comunità. Attualmente il centro dà lavoro a 70 donne del posto che producono tappeti venduti in Israele ed esportati in tutto il mondo, fino a New York e Tokyo.

“Il nostro obiettivo è di mettere le donne del posto nelle condizioni di ottenere da sé l'indispensabile. Le donne beduine si trovano al più basso grado occupazionale in Israele. Il 90% delle donne beduine dei villaggi riconosciuti sono analfabete. Nei villaggi non riconosciuti lo sono quasi al 100%”.

“Se una donna è istruita e si afferma dal punto di vista economico, riesce ad esercitare maggior controllo, a prendere decisioni, ad essere più utile alla sua società e alla sua famiglia”.

Al fine di contrastare le alte percentuali di analfabetismo, il Sidreh gestisce anche corsi di arabo, ebraico e inglese. Dalla sua apertura, nel 1998, 1.400 donne tra i 17 e i 60 anni hanno conseguito un diploma di alfabetizzazione. Offre inoltre servizi alla comunità, come l'assistenza all'infanzia.

L'azienda di tessitura “Sidreh” è stata lanciata nel 2007. Le 70 donne che filano la lana, cuciono e tessono i tappeti guadagnano ognuna in media circa 2mila Shekel (586 dollari) al mese. L'organizzazione è sostenuta da diverse agenzie internazionali e nazionali di assistenza, tra cui Oxfam, ma non ha ricevuto aiuti dallo stato di Israele.

Secondo al-Saneh, la soluzione alla crisi occupazionale e dell'istruzione della sua comunità sarebbe semplice: “Se avessimo le scuole, le ragazze le frequenterebbero. Non avendole, non ci possono andare. Se una donna non ha esperienza, trasporti e servizi fondamentali, non può avviare un'attività. Se li ha, lo può fare”.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

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