Israele e gli omicidi mirati.

Di Mustafa Al-Barghouthi.

Da Maan News

Mentre noi entriamo nel 41° anno dell’occupazione militare israeliana, una delle politiche più sinistre inflitteci è rappresentata dai cosiddetti “omicidi mirati”.

Israele non applica la pena di morte eccetto che per i palestinesi che vivono sotto il governo militare israeliano della West Bank e nella Striscia di Gaza.

Là, sospetti oppositori dell’occupazione israeliana sono uccisi di routine senza imputazione, giudice o giuria. Innocenti a cui capita di trovarsi nelle vicinanze di un “obiettivo” di Israele spesso sono vittime di esecuzioni sommarie.

In aprile, la diciassettenne Bushra Breghish stava camminando nella sua camera da letto, mentre studiava per gli esami. Un cecchino israeliano, di uno squadrone inviato per arrestare suo fratello, le ha sparato in fronte, uccidendola all’istante. Tutto ciò che teneva in mano era un libro.

L’altra settimana nella piazza centrale di Ramallah, in pieno giorno, forze israeliane sotto copertura hanno sparato alle gambe a un ragazzo di 22 anni, Omar Abu Daher. Dopo che è caduto, e poteva essere tranquillamente arrestato, un assino israeliano gli ha sparato nella nuca a distanza ravvicinata, poi ha dato un calcio al suo corpo, per confermarne la morte.

La morte di questi giovani palestinese non è rara, né casuale. Sono le vittime di una politica riconosciuta apertamente.

Per decenni, Israele ha assassinato leader palestinesi all’estero, seguendo i macabri calcoli dei suoi scienziali politici e esperti di intelligence per i quali persino un ridotto numero di assassinii può ritardare se non distruggere il nostro movimento nazionale.

Israele ha affermato di colpire coloro che sono colpevoli di aver compiuto o pianificato atti di violenza. In realtà, i leader politici palestinesi, poeti, giornalisti e altri professionisti e artisti sono stati uccisi.

Israele ha iniziato gli “omicidi mirati” nella Striscia di Gaza negli anni ’70, e ha ampliato questa pratica durante la prima Intifada, svoltasi fra il 1987 e il 1993.

La gioventù palestinese ha affrontato i blindati israeliani con poco più che slogan e pietre. Israele ha condannato (a morte, ndr) i loro “obiettivi” sulla base di un mero sospetto. Da allora hanno firmato la condanna a morte di centinaia e più, compresi passanti come la giovane Bushra che studiava per la maturità.

Dal settembre 2000 più di 400 palestinesi sono stati assassinati in esecuzioni extragiudiziarie. Circa la metà erano innocenti passanti e, almeno 44, bambini. Queste esecuzioni extragiudiziarie sono crimini di guerra.

Il governo di unità palestinese ha offerto di porre fine a tutte le forme di violenza se Israele avesse fatto altrettanto e avesse terminato l’uso della violenza contro i palestinesi, sia nella West Bank che nella Striscia di Gaza.

(…)

Non abbiamo speranza di successo in questo obiettivo se Israele non ci verrà incontro a metà strada. I palestinesi giustamente rifiuterebbero un governo che protegga le vite israeliane mentre non riesce a proteggere quelle palestinesi, che sono state sacrificate 30 volte in più rispetto a quelle israeliane negli ultimi 17 mesi.

Israele ha risposto con l’escalation  degli attacchi contro Gaza e con gli omicidi extragiudiziari nella West Bank. Il suo obiettivo politico è qualcos’altro se non la pace? Gli assassini israeliani dei sette anni trascorsi hanno ripetutamente frantumato le tregue unilaterali con i Palestinesi e impossibilitato qualsiasi prospetto di trattative.

Perché Israele ha riacceso costantemente la violenza? È possibile che la nostra compiacenza a negoziare le nostre differenze sia più pericolosa della minaccia militare che la nostra popolazione assillata potrebbe radunare mai contro i sei più potenti eserciti del mondo?

Potrebbe essere che l’Israele cerchi di terminare il sistematico spodestamento dei Palestinesi cominciato nel 1948, quando 750mila palestinesi sono stati guidati o sono fuggiti nel timore dalle loro case e dalla patria? La violenza inflitta ai palestinesi permette a Israele di schivare le trattative di pace e fornisce la copertura per continuare la confisca di terra palestinese e la costruzione di colonie ebree nelle terre che ha sottratto nel 1967?

Dopotutto, la “sicurezza” era la giustificazione iniziale per gli insiediamenti di Israele e “necessità militare” era il pretesto per il sequestro delle nostre terre.

La “sicurezza” razionalizza il sistema segregato stradale che Israele ha costruito nella West Bank, sistemando i coloni israeliani ebrei dovunque desiderassero andare, mentre i palestinesi devono negoziare per ottenere dei luoghi decrepiti.

La “sicurezza” è servita dai 500 e oltre blocchi stradali e checkpoints israeliani che punteggiano il nostro territorio, che limitano e soffocano la nostra economia, e dal Muro di separazione che Israele ha costruito, rinchiudendo le nostre comunità in piccoli Banthustan che funzionano come le prigioni a cielo aperto.

“Sicurezza” è perché Israele dice che non cederà mai la Valle del Giordano, che occupa quasi il 30% della West Bank.

Infatti, la sicurezza sia per gli israeliani sia per i Palestinesi è reciprocamente interdipendente, non reciprocamente esclusiva. Israele non può avere la sicurezza mentre la rifiuta ai Palestinesi. Quando Israele sarà disposto a rinunciare alla violenza, scoprirà che ad aspettarlo ci sarà un partner per la pace.

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Dr. Mustafa Barghouti è il ministro della comunicazione dell’Autorità palestinese. È anche il fondatore dell’organizzazione medica che fornisce i servizi sanitari a più di un milione e mezzo di palestinesi ogni anno.

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