Israele e il suo diritto alla difesa…secondo Magdi Allam.

Se non fossimo di fronte a una tragedia di immani proporzioni – centinaia di civili palestinesi (e ora anche libanesi) uccisi ogni due o tre giorni -, l’etnocidio nei confronti del popolo palestinese, il dilagare del focolaio della guerra della macchina omicida israeliana al soldo delle multinazionali del petrolio e della guerra (ben oliata dalla propaganda sionista incentrata sui sensi di colpa europei di olocaustica memoria), non ci sarebbe neanche da commentare l’articolo che riportiamo qui sotto. E’ l’ennesimo che questo signore scrive, ben sapendo che il filone guerrafondaio, anti-arabo, anti-islamico tira un sacco e fa presa sull’ignoranza, sulle paure più ataviche, sulla mancanza di una congrua informazione. E fa vincere premi. E far carriera. Non importa se poi si scoprono verità nascoste.

Gli scandali Nigergate, servizi deviati, Sismi-rapimento Abu Omar-Farina-intercettazioni telefoniche di bravi giornalisti al lavoro, dovrebbe far capire che certo sistema giornalistico espleta determinati compiti non proprio, diciamo così, ortodossi. Invece no. Ancora pochi si chiedono il motivo per cui questo signore scriva determinate cose e continui a mettere insieme Bin Laden e la causa palestinese, come prima aveva fatto con Bin Laden e Saddam e con la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq (tutte informative) smentite poi dalla stessa Cia. Cui prodest certo lavoro giornalistico?

Ognuno può pensarla come crede: stare dalla parte dei palestinesi, dalla parte degli israeliani o da nessuna delle due, per ragioni politiche, religiose, ideologiche, ecc. ecc. Ma affermare che lo stato più armato della Terra, dopo gli Usa, si stia semplicemente difendendo dagli attacchi di tanti male armati Davide arabi, ha del ridicolo. Vergognosamente ridicolo. Come il sostenere che chi ha a cuore la pace in Medio Oriente "deve" stare dalla parte di Israele. Di uno stato, cioè, che sta massacrando un popolo che aveva il diritto legittimo di abitare in quei territori. Di uno stato il cui significato è squisitamente coloniale (basta ripassare la storia del sionismo, di Herzl – a cui, in un primo tempo, non fregava nulla se la homeland ebraica fosse stata in Uganda o in Sudamerica- degli accordi Sykes-Picot, e così via, degli ultimi 100 anni) e, ora, neo-coloniale – creare instabilità permanente in tutta l’area Vicino-Mediorientale – per mettere le mani definitivamente sulle risorse energetiche presenti e sottrarle alle potenze avanzanti di Cina e India. Come cento anni fa, quest’area è ancora estremamente strategica, e Israele, armato di tutto punto dagli Usa, è un giocattolo di morte che orienta i destini per conto di.


Diritto alla difesa
di
Magdi AllamENTI
E¹ guerra, guerra vera, ormai. Il Medio Oriente rischia un nuovo, grande incendio. Ieri la battaglia che è divampata nel Sud del Libano ha raggiunto Beirut e colpito anche la città israeliana di Haifa che non aveva più conosciuto attacchi dall¹esterno fin dal 1991, quando erano stati i missili Scud a ferirla durante la prima guerra del Golfo. Il governo libanese prende le distanze dall¹Hezbollah e un suo ministro accusa la Siria. Il presidente dell¹Autorità palestinese Abu Mazen minaccia le dimissioni in segno di protesta contro Hamas. L¹allarme sale in tutto il mondo. E l¹Italia? Da che parte sta? E¹ difficile trovare il bandolo, nonostante gli sforzi della nostra diplomazia e gli apprezzabili tentativi di cercare una soluzione da parte del ministro degli Esteri Massimo D¹Alema.

Legittimamente partono da Roma appelli alla moderazione, ma insistere sulla «reazione sproporzionata e pericolosa di Israele», come ha fatto ieri lo stesso D¹Alema, rischia di nascondere un elemento centrale della crisi, e cioè il diritto di Israele a difendersi. Sono le stesse autorità arabe direttamente colpite dalla rappresaglia militare israeliana a rilevare che all¹origine di questa spirale di violenza c¹è un¹iniziativa terroristica sponsorizzata dall¹Iran e dalla Siria, sferrata da territori, Gaza e il Libano meridionale, che non erano occupati. Non possiamo dimenticarlo. Così come non possiamo far finta che non esista una guerra globalizzata del terrorismo islamico, a dispetto dell¹evidenza del legame operativo tra Hamas, Hezbollah, Siria, Iran e della loro collusione ideologica con i gruppi e le cellule imparentate ad Al Qaeda in tutto il mondo, uniti dall¹odio nei confronti di Israele, dell¹America e della civiltà occidentale. La scelta dell¹equivicinanza non potrà comunque condurci a mettere sullo stesso piano Israele e Hamas, Israele e l¹Hezbollah, Stati Uniti e Iran.

Nella sua visita in Italia, Kofi Annan ha chiarito che per l¹Onu la lotta al terrorismo non è una fandonia, che è assolutamente vitale che il nostro Paese mantenga le sue forze in Afghanistan e che anche il ritiro dall¹Iraq dovrà avvenire «al momento opportuno, per evitare che la situazione esploda». I fans dell¹Onu in seno al governo ne tengano conto: o danno ascolto ad Annan oppure sarebbe meglio che smettessero di strumentalizzare le Nazioni Unite. La guerra esplosa in Medio Oriente potrebbe rivelarsi ben più seria e di più lunga durata, coinvolgendo direttamente la Siria e l¹Iran. E¹ possibile che Israele decida di regolare i conti non tanto con i kamikaze o con i guerriglieri che lanciano i katiusha, bensì con i burattinai dei terroristi che pianificano la distruzione dello Stato ebraico. Trattandosi di una partita in cui non avrebbe l¹opzione della rivincita, Israele è costretta a difendere la sua esistenza sino in fondo. Se l¹Italia ha veramente a cuore la causa della pace in Medio Oriente, il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente e l¹interesse dei libanesi alle sovranità e dignità nazionali, deve restare a fianco di Israele e svolgere sino in fondo il suo ruolo nella guerra al terrorismo internazionale.
14 luglio 2006

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