Israele, il veganwashing e la violenza sui Palestinesi

Di L.P. PAL. In un momento storico in cui il panorama politico è fortemente dettato dall’omogeneità, dalla banalizzazione degli argomenti e dall’assimilazione di contenuti che hanno una connotazione fortemente diversificata al loro interno, parliamo oggi di un argomento di “nicchia” di cui moltissimi non conoscono l’esistenza e di cui molti non ne capiscono il senso. Il significato dell’antispecismo e l’importanza politica delle sue lotte sono molto difficili da spiegare in un contesto come quello palestinese che è attraversato da repressione militare, violenza, segregazione razziale, oppressione delle minoranze da parte del regime sionista di Israele, il quale nel frattempo si preoccupa di dare un’immagine modernizzata e progressista di sé attraverso una forte propaganda internazionale basata su dispositivi retorici per oscurare l’occupazione feroce dei territori palestinesi.

Di questo ne abbiamo parlato con Grazia Parolari, attivista antispecista molto presente nelle lotte ambientaliste locali sui territori bresciano e bergamasco, nonché attivista filopalestinese e rappresentante nazionale di Palestinian Animal League Solidariety Italy (PAL).

Quando ho sentito parlare per la prima volta di PAL ho avuto l’impressione di vivere un istante in cui, secondo i miei canoni, si realizzava l’irrealizzabile, si pensava l’impensabile e nel frattempo si avverava un sogno. Può sembrare assurda l’esistenza di un’organizzazione che si occupa di diritti animali e di alimentazione vegana nei territori palestinesi occupati; può sembrare strano ed inappropriato parlare di animalismo e antispecismo in terre in cui le priorità sembrano altre, ma se scaviamo ed approfondiamo l’identità politica di PAL ci accorgiamo che la situazione è molto più complicata di quella che spesso vediamo o ci fanno vedere.

Palestinian Animal League è stata fondata nel 2011 in Palestina da attivisti animalisti palestinesi e ad oggi è composta esclusivamente da volontari. Gli obiettivi che si è data negli anni sono: realizzare progetti per migliorare la condizione di animali e umani; promuovere programmi di educazione e sensibilizzazione delle comunità locali sui temi animalisti; proporre e diffondere l’alimentazione vegana attraverso progetti sociali e culturali.

All’inizio vi furono molti ostacoli nella fondazione di questa associazione perché pareva patetico ed assurdo fondare un’associazione che si occupasse di diritti animali in una terra come la Palestina in cui la demolizione delle case palestinesi, gli espropri, la repressione contro esseri umani è all’ordine del giorno. Fu una domanda, che ancora oggi pretende una risposta, che mise fine a questa perplessità. Ahmed Safi, fondatore di PAL, ad una persona che continuava ad interrogarlo sulla questione, domandò: “Secondo te, cos’è la Palestina? La Palestina è solo il popolo o è più di questo? Se la Palestina è solo il popolo, allora noi potremmo essere Palestinesi ovunque. Potremmo scappare dall’occupazione, potremmo trasferirci in un altro paese e la nostra identità palestinese rimarrebbe intatta. Se la Palestina è solo il popolo allora perché così tanti Palestinesi sono morti, sono stati feriti o imprigionati come parte della resistenza contro l’occupazione? Per queste persone la Palestina è più che solo il popolo. Perciò la Palestina non può essere solo la gente, deve essere di più. Deve essere la terra, gli alberi, l’aria, l’ambiente, gli animali e gli uccelli. Tutte queste cose sono elementi che formano la Palestina. La Palestina è incompleta senza tutte queste componenti e quindi il lavoro da fare per proteggere ognuna di queste è contribuire a proteggere il tutto”.

L’obiettivo di PAL è creare un terreno di lotte intersezionali per la liberazione umana e animale, dall’oppressione colonialista, dalla violenza sionista, dalla repressione militare e dalla devastazione ambientale. PAL viole smontare quello stereotipo che vede nella Palestina solo una lotta politica, con i suoi sostenitori e detrattori, un conflitto e un’occupazione, portando a supposizioni su cosa deve diventare. Gli obiettivi sono “diritti e giustizia per tutti i palestinesi indipendentemente dalla specie”.

Il programma intersezionale di PAL permette di operare anche in ambito educativo rivolgendosi soprattutto ai bambini, i quali, vivendo in uno stato di stress, paura e rabbia in una permanente situazione di conflitto, sono portati a sfogarsi con gesti violenti verso gli animali. Per cercare di interrompere questo ciclo di violenza e di negatività, PAL ha iniziato all’interno dei campi profughi a sensibilizzare i bambini sui diritti umani e sui diritti animali.

Parlando con Grazia abbiamo capito che è molto difficile portare avanti lotte intersezionali in un contesto sociale palestinese che, nel bene e nel male, è attraversato da un forte tradizionalismo anche su temi come i diritti LGBT e l’uguaglianza di genere. Questo tradizionalismo però deve essere capito culturalmente e non deve essere giudicato moralisticamente da “un modello bianco occidentale” dall’alto verso il basso. Infatti, il vero ostacolo delle lotte intersezionali, è proprio il giudizio moralistico e colonialista da parte di Israele, il quale lo usa come scusante mediatica per “occupare” e “civilizzare” queste terre definendole “barbare”. Le lotte intersezionali in Palestina sono molto scomode per il sionismo perché cercano di smascherare in ogni modo i costrutti politici contro i palestinesi come il pinkwashing, il purplewashing, le propagande omonazionaliste e femonazionaliste e, nel caso di Palestinian Animal League, il veganwashing.                                                  

Può sembrare paradossale, ma è proprio l’oppressione e l’occupazione di Israele che ha fatto sentire, per molti palestinesi, la necessità di attivarsi per la liberazione di tutta la Palestina.

Importante è anche l’antispecismo politico che PAL sta portando avanti sul fronte interno ed esterno al contesto politico palestinese. Sul fronte interno ha instaurato delle collaborazioni con l’Istituto Legale dell’università di Birzeit, con il quale sta preparando una proposta di legge per la protezione degli animali da presentare al ministero dell’Agricoltura. Ha inoltre concluso un progetto con il fine di migliorare la vita degli animali “da lavoro” a Tulkarm, Turmus Aya e Wadi Qult, ed insieme ad alcuni veterinari volontari ha pubblicato una guida per migliorare il trattamento di questi animali.

Nel 2016 PAL ha inaugurato, insieme a un gruppo di ragazzi quattordicenni che partecipano al progetto “Youth for Change”, il primo ristorante vegano in territorio palestinese e arabo, che si trova nel campus dell’Università di Al-Quds, quartiere che recentemente ha subito molte aggressioni. I guadagni sono destinati per una metà a studenti in situazioni economiche difficili.

Sul fronte esterno si trova a condurre una difficile battaglia solitaria: la lotta contro la mercificazione del veganismo da parte di Israele. Ha infatti negato tutte le possibilità di avere rapporti con quelle associazioni e con quei movimenti animalisti e vegani (come 269Life, JewishVeg ed altri) che non adottano programmi intersezionali, sulla trasversalità delle lotte per la liberazione umana e animale, e che non prendono posizione sul sostegno dei diritti umani contro la repressione e l’occupazione sionista della Palestina. Per questo motivo non collabora, per scelta, con nessuna associazione israeliana.

Negli anni si è creata una narrazione falsa e falsata anche da parte di molti movimenti animalisti israeliani e nel mondo, per la quale Israele sarebbe un “impero vegano”, “vegan friendly” e molto sensibile ai diritti animali. Si dice che Israele abbia “l’esercito più etico al mondo” solo per il motivo che nell’IDF (Israeli Defence Force) siano presenti circa 50.000 soldati vegani, per i quali, lo Stato israeliano, ha fornito divisa e cibo interamente vegan e “privi di ogni violenza”. Nelle operazioni di rebranding che Israele spesso favorisce a livello mediatico, si vedono spesso soldatesse israeliane intervistate affermare quanto sia salutare, commuovente ed etico portare avanti un’attività militare con un’alimentazione che non infligga violenza “a nessun essere vivente”, senza cibarsi della sua sofferenza. Interessante è vedere come l’IDF non abbia alcuna considerazione per i palestinesi, tanto da legittimare la violenza contro di loro perché non rientranti, secondo la loro concezione, nelle categorie di umani e animali.

Quello che si prefigge PAL è combattere queste narrazioni “decolonizzando il veganismo”, affermando che la liberazione animale non può essere separata dall’anticolonialismo e dalla solidarietà per tutti gli oppressi. Per questi motivi non ci si può definire vegani se non si rifiuta qualsiasi tipo di crudeltà e qualsiasi oppressione di tutti gli esseri viventi. Presentare l’esercito di Israele e il veganismo come temi interconnessi ci introietta in uno scenario orwelliano simile all’affermazione “la guerra è pace”. Come affermò Haggai Matar, giornalista vegano palestinese:  “È assurdo che i soldati possano sentirsi molto male nel ferire gli animali, ma non abbiano alcun problema a sganciare bombe su Gaza e uccidere centinaia di persone”. Già l’esistenza di “soldati vegani” mette in crisi la persistenza della filosofia vegana perché, come ha sottolineato Grazia Parolari, “ai palestinesi non cambia nulla essere presi a calci da scarponi di pelle o da scarponi di finta pelle”. Che differenza c’è tra fare violenza sugli animali e non sugli uomini e fare violenza sugli esseri umani e non sugli animali? Essere vegani non è solo una scelta alimentare, ma una scelta di vita contro ogni violenza.

Smascherare il veganwashing di Israele, ovvero la propaganda sionista che usa il veganismo come mezzo per lavarsi la coscienza sporca del sangue dei palestinesi, significa porre fine alla legittimità dello Stato d’Israele di presentarsi come incarnazione del progresso nel trattamento degli animali e come esempio per i movimenti di liberazione animale. Infatti in un articolo del 2015 pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz afferma che, mentre solo il 3% degli ebrei israeliani sono vegani, tra i Palestinesi che non furono espulsi dalle loro terre nel 1948 e vivono in quello che è oggi Israele, la percentuale dei vegani è due volte più alta. La diffusione del veganismo in Israele non è avvenuta totalmente per motivi etici o religiosi o per predisposizione al compatimento delle vittime, ma soprattutto perché la carne deve avere obbligatoriamente il marchio kosher e costa molto.

Per non parlare della sperimentazione animale che in Israele è una protagonista non indifferente: i test sugli animali sono in aumento, metà di essi comportano il massimo dolore consentito e quasi tutti gli animali in seguito ai test vengono uccisi.

Inoltre, in tutta l’area del Medioriente, ad eccezione del Kuwait, Israele mangia più carne rispetto a tutti i suoi confinanti arabi. Secondo le ultime stime, Israele è il terzo Paese al mondo per consumo di carne, al secondo posto per consumo di pollame e al settimo per consumo di carne bovina; ma nonostante tutto usa il veganismo per nascondere il danno che l’occupazione sionista sta causando ai palestinesi e allo stesso veganismo intersezionale in Palestina.

Bisogna infatti dire che c’è una forte relazione tra veganismo e Islam nel mondo arabo attuale. Anche se il consumo di carne non è vietato, nell’Islam mangiare carne non è un obbligo e quindi qualsiasi musulmano può diventare vegano per motivi etici, ambientali o salutistici. Secondo anche quanto riportato dal fondatore di PAL, Ahmed Safi: “Fino a 1400 anni fa, per le popolazioni arabe il bestiame era la fonte principale di cibo e di vestiario. (…) La carne era però consumata con moderazione e l’allevamento del bestiame aveva modalità ben diverse dagli attuali allevamenti intensivi, all’interno dei quali oltretutto vengono violate le prescrizioni della macellazione halal (halal = lecito). La macellazione halal prevede, infatti, precise regole, volte a procurare all’animale la minore sofferenza possibile. Norme specifiche sono anche previste nel trasporto degli animali, sempre con lo scopo di causare loro meno sofferenza.”[1]

L’Islam non respinge l’uguaglianza tra gli esseri umani e gli animali e condanna invece l’uccisione di animali per sport, come evidenziato anche in alcuni hadith del Profeta. Il veganismo intersezionale in Palestina è infatti una vera e propria resistenza culturale a livello culinario contro l’appropriazione culturale che il sionismo sta portando avanti spacciando, come piatti tipici israeliani vegani, cibi che in realtà sono piatti tradizionali della cucina araba e palestinese. Falafel, Hummus, Cous Cous, Shakshuka e molti altri, negli ultimi anni vengono spacciati come cibi israeliani, quando in verità appartengono a tutt’altra cultura. Il furto di cibo da parte di Israele rientra in quella più ampia forma meschina di genocidio culturale verso il popolo palestinese con il fine di cancellarne l’identità e l’esistenza, anche mnemonica, dalla faccia della Terra.

Nel 1976 le autorità israeliane emisero un decreto che legittimava, de facto, l’ebraicizzazione della Galilea, confiscando così migliaia di dunam[2] che erano di proprietà dei palestinesi. La confisca di 21 dunam dei villaggi palestinesi di Arraba, Der Hanna, Arab Assawaed per costruire colonie israeliane, fabbriche e basi militari fu la causa principale dell’istituzione della Giornata della Terra. Il 30 marzo dello stesso anno il Comitato Palestinese per la Protezione della Terra decise di proclamare uno sciopero generale contro questo decreto e, Israele, in risposta invase i villaggi palestinesi con carri armati, sparando sui manifestanti facendo molteplici feriti e prigionieri.

Quella data è passata alla storia e si fecero manifestazioni in tutta la Palestina, dalla Galilea fino al deserto del Negev, ma nonostante ciò, ai palestinesi vennero confiscati i loro beni per dare forma ai loro progetti di colonizzazione, nascosti da espressioni di greenwashing come “pianificazione”, “sviluppo” e “protezione della natura”.

Con queste pratiche Israele mira a tagliare qualsiasi relazione dei palestinesi con la loro terra, arrivando persino ad impedire ai palestinesi di allevare alcuni tipi di animali come la pecora nera e a raccogliere delle piante di cui un palestinese non può fare a meno nella sua vita quotidiana e che rappresentano l’essenza della sua cultura in campo gastronomico. Solo un anno dopo la “Giornata della terra” Israele ha emanato una legge che vieta la raccolta dello za’atar, tradizionale mistura di spezie composta prevalentemente da timo, sesamo, origano e maggiorana, classificandolo come pianta considerata “protetta”, che insieme alla salvia e al cardo selvatico (akkub) da centinaia di anni crescono sui terreni del Levante. Nel frattempo più di 550 dunam vennero confiscati e utilizzati per la coltivazione della stessa pianta da parte dei coloni israeliani i quali, non solo hanno rapinato la terra dei palestinesi, ma anche il loro lavoro arrivando a proclamare lo za’atar una spezia israeliana.

Il divieto israeliano di raccogliere le piante prima menzionate non aveva alcuna base scientifica e alcuna intenzione di proteggere l’ambiente e le piante, ma, ancora oggi, è uno strumento legale per incriminare i palestinesi e il loro legame con la terra e la natura. È uno strumento politico di deidentificazione di un popolo che ancora oggi vede i palestinesi privati di una loro tipica coltivazione. Possiamo notare quindi come l’assimilazione capitalista della lotta animalista e vegana in Israele e lo stesso “veganismo” israeliano siano dei mezzi di propaganda e di attacco mediatico contro il Popolo Palestinese. Inoltre il veganismo, per il territorio palestinese, è diventato molto importante negli anni come mezzo politico e culturale per la riappropriazione delle tradizioni alimentari in contrasto con l’apertura, voluta dai coloni israeliani, di catene multinazionali occidentali che producono e vendono junk food e cibo spazzatura. Israele infatti si sente legittimato ad occupare per essersi autoproclamato all’avanguardia sui diritti civili e, dall’altro campo, si sente legittimato a “civilizzare” in quanto “stato avanzato” in un territorio che mediaticamente viene denominato come appartenente al “Terzo Mondo”. La presenza di catene multinazionali occidentali che propongono, in territorio palestinese, cibo preconfezionato di scarso valore nutritivo e alto contenuto calorico, come merendine e snack confezionati, è simbolo di un passaggio evolutivo che porta la Palestina ad aderire al modello di sviluppo occidentale: da uno stile fatto di agricoltura e di contatto con la natura, si passa ad uno stile consumistico. Questo è ciò che vuole realmente Israele: occidentalizzare la Palestina a tutto tondo.

Il veganwashing israeliano, come ha sottolineato Grazia Parolari durante il nostro dialogo, è fondato soprattutto sullo stereotipo del “palestinese barbaro” che maltratta gli animali, che mangia carne e che non considera le donne. La rappresentazione sionista dell’arabo con il cammello, con la kefiah rossa, in mezzo al deserto, vuole sottolineare l’arretratezza del popolo palestinese ed evidenziare, falsamente, che prima di Israele non c’era cultura. Come PAL ha più volte evidenziato, Il ruolo repressivo di Israele verso i palestinesi si manifesta anche attraverso il suo ruolo salvifico verso gli animali che vivono sul territorio palestinese. Vige un modello di animalismo occidentale apolitico che detta regole su come essere animalisti che disprezza i palestinesi come non curanti dei diritti animali. Molta retorica è stata infatti imbastita contro lo zoo di Rafah a sud di Gaza, il quale da anni è al centro di una querelle per maltrattamento di animali. Molte volte è stato chiuso e riaperto per degli evidenti illeciti a danno di animali esotici, i quali, una volta constatate le loro condizioni misere di salute, venivano spesso portate in cliniche veterinarie israeliane. Ciò ha permesso, alla propaganda di rebrandizzazione sionista, di far passare il messaggio simbolico di come gli israeliani fossero “civili e rispettosi” verso tutti gli esseri viventi a tal punto da salvarli dai palestinesi “barbari e disumani”. Oltre a essersi dichiarata favorevole alla chiusura dello zoo, Palestinian Animal League ha più volte sottolineato come sia evidente che ciò permette alla propaganda sionista di inasprirsi sempre più verso il popolo palestinese che viene continuamente stereotipato e discriminato generalizzando il discorso. Il moralismo, come direbbe Pierpaolo Pasolini, è dare leggi agli altri senza prima darla a se stessi, dal momento che Israele solo apparentemente rispetta gli animali mentre, in verità, è uno dei principali complici dell’atroce destino che molti animali vivono negli allevamenti intensivi nel mondo. Israele infatti si colloca tra i primi importatori di bestiame vivo dall’Australia e dall’Argentina, il quale è raddoppiato tra il 2016 e il 2018, poiché l’allevamento non è sufficiente.

“Il vero veganismo consiste nello smettere di reclamizzare Israele vegan-friendly e Tel Aviv come capitale vegana”, ha evidenziato Grazia Parolari, invitandoci ad alcune riflessioni: “Se si vuole diventare vegani bisogna innanzitutto chiedersi cosa voglia dire e domandarsi il perché. Bisogna chiedere a se stessi se si è consapevoli delle nozioni di intersezionalità e di eguaglianza tra esseri viventi e se siamo coscienti di come le strutture di potere siano in grado di mercificare a proprio uso e consumo, per campagne di marketing globale, valori che dichiarano il benessere di tutti in senso reazionario, razzista, esclusivo fondato sulla sofferenza altrui. E infine, il presupposto fondamentale per scegliere di essere vegani è essere disposti a combattere per una giustizia che comprende tutti, perché tutti meritano giustizia e diritti contro ogni servitù e ogni specismo”.

(Immagini da www.collectivelyfree.org e da pal.ps)

[1] “Il concetto di Veganismo nell’Islam” di Ahmed Safi

[2] Unità di misura terriera pari a 2.500 m² di terra