Israele, qualche punto da chiarire

Di Patrizia Cecconi. La cruenta azione della resistenza palestinese del 7 ottobre ha riportato la Palestina agli onori della cronaca. Visto però che in Italia la cronaca che fa opinione è fortemente sbilanciata a favore di Israele, abbiamo avuto migliaia di ore d’imbonimento mediatico, in particolare televisivo, basato su una premessa falsa ottenendo, secondo il classico schema del sillogismo, una conclusione logica, sì, ma altrettanto falsa.
L’inganno mediatico parte dal considerare l’azione del 7 ottobre come causa originaria della violenza israeliana presentata come effetto, tacendo tanto la storia di crimini e soprusi degli ultimi 75 anni, quanto la cronaca più recente, non solo a Gaza, dove ferimenti e arresti di pescatori o distruzioni di campi coltivati sono all’ordine del giorno, ma anche nella Cisgiordania, martoriata da omicidi quotidiani, spacciati per scontri a fuoco, dal sud di Hebron fino al nord di Jenin; da centinaia di arresti tra cui persino quelli di bambini di 5 o 6 anni; da confische, demolizioni di case, abbattimenti di olivi, percosse, ferimenti, incendi e  vandalismi vari da parte dei coloni fuorilegge coperti dall’IDF; da profanazioni e i danneggiamenti sacrileghi dei luoghi di culto cristiani e musulmani e via tacendo. Un silenzio che porta a invertire il ruolo tra oppressore e oppresso e, quindi, tra azione e reazione, lasciando percepire che l’azione della resistenza armata, oggettivamente violenta  –  sebbene molto ridimensionata rispetto a quanto raccontato dai portavoce del governo israeliano – sia nata come un fungo per puro odio, ovviamente antisemita, nei confronti di Israele. 
L’inganno mediatico, infatti, non è prodotto solo da menzogne dirette, ma anche da silenzi e mezze verità. Per questo ritengo necessario  porre  il focus su alcuni punti, a partire dal mantra stabilito dalla hasbara: “Israele ha diritto a difendersi”.
Intanto va precisato che quel diritto, a rigore, nel caso di Israele andrebbe più correttamente definito privilegio, poiché il diritto a difendersi  non spetta a un’entità che  occupa illegalmente territori non suoi e dai quali avrebbe, invece,  il dovere di ritirarsi, come prevedono le inascoltate norme del diritto internazionale. Comunque, tutti riconosciamo a Israele quel privilegio chiamato diritto, data la lunga storia di persecuzioni  e tragedie subite dagli ebrei ma di cui, purtroppo, Israele fa abuso e strumentalizzazione, come denunciano anche molti intellettuali ebrei.
Timidamente, qualche rappresentante dell’informazione di massa, oltre allo stesso presidente Biden, pur senza mettere in discussione il diritto di Israele a difendersi,  ha osato sollevare il problema dell’abuso di tale “diritto” che è palesemente  sconfinato in vendetta sproporzionata fino a sollevare il dubbio che l’orrenda strage di civili gazawi (circa 17.000 di cui circa 6.000 bambini) possa configurarsi come genocidio.  Ma tutti, dall’ultimo cronista fino all’uomo più potente del mondo laico, cioè il presidente USA, o all’uomo più potente del mondo cristiano, cioè il papa, o al segretario generale dell’ONU, sono stati redarguiti e più o meno tacitati. Ce ne ha dato notizia l’esercito mediatico che serve fedelmente Israele utilizzando termini, toni ed espressioni che suonano come un ossequioso e benevolente inchino alle autorità israeliane e ai loro criminali proclami di ulteriori massacri di massa pubblicamente “garantiti”. Non abbiamo dubbi sulla loro realizzazione conoscendo la “direttiva Hannibal” elaborata nel 1986 e già messa a punto contro la popolazione palestinese di Gaza. Per ragioni di spazio mi limito a darne solo qualche cenno.
Si tratta di deliberate stragi di centinaia e anche migliaia di civili come deterrenza contro l’arresto di soldati israeliani, direttiva non solo eticamente terrificante, ma che distrugge il Diritto universale umanitario e ogni norma del Diritto internazionale. Ma su questo i media tacciono, e non credo per ignoranza, mentre seguitano a paragonare, con evidente malafede, l’azione violenta del 7 ottobre all’Olocausto, senza il minimo pudore, neanche quello imposto dal solo rapporto numerico tra le vittime fatte dalla resistenza palestinese e quelle fatte dall’esercito di uno Stato che seguitano a definire democratico, come se quest’appellativo servisse a estinguere ogni reato. 
A proposito di stragi israeliane, un’intervista all’ex Capo di Stato Maggiore, generale Fabio Mini, offre un approfondimento sconcertante sullo sterminio deliberato che Israele sta portando avanti a Gaza.  Si tratta della cosiddetta “dottrina Dahiya”, nome di un sobborgo di Beirut raso completamente al suolo  dall’IDF nel 2006. La dottrina Dahiya è un “perfezionamento” della direttiva Hannibal e consiste nella volontaria distruzione di strutture civili con massacri volutamente sproporzionati di civili non belligeranti messa in pratica dal Capo di Stato Maggiore israeliano Gadi Eizenkot in Libano e poi ripetuta ad libitum.
Il generale Fabio Mini spiega, dati alla mano, che un tale comportamento è, se non giuridicamente, nella sostanza, genocida. È contrario perfino al Diritto internazionale bellico, non solo al Diritto universale umanitario e, a parte l’aspetto moralmente aberrante, non ha alcuna efficacia militare. In base a questa pianificazione dello sterminio, quelli che vengono ipocritamente definiti  danni collaterali sono invece danni intenzionali, voluti e pianificati. Sono crimini di guerra fini a se stessi, ma taciuti dai mass media a servizio di Israele. 

Sarebbero molti i punti da affrontare, ma lo spazio a disposizione lo impedisce. Mi limito quindi ad accennare a un importante stereotipo da sfatare, la Risoluzione ONU 181 del 1947, per altro non vincolante, che raccomandava la nascita di Israele sul 56% della Palestina storica. Per quanto discutibile, la 181 non prevedeva certo la distruzione del Diritto internazionale o il massacro e la cacciata dei nativi da parte del neonato Stato autoproclamatosi il 14 maggio del 1948. Né prevedeva che, morso a morso, Israele volesse mangiarsi tutta la Palestina.
Eppure è alla 181, strumentalizzata ma mai rispettata, che si appellano mass media asserviti e politici in malafede – o incredibilmente ignoranti – per ripetere che Israele è nato da una Risoluzione ONU che i palestinesi hanno rifiutato.
Ignorando la vergogna, questi sudditi virtuali dello Stato ebraico tacciono sulle oltre 80 Risoluzioni ONU calpestate da Israele a partire dalla 194 del dicembre 1948 relativa al diritto al ritorno dei profughi della Nakba, Risoluzione che, al pari delle altre, ha solo illuso per un breve periodo i palestinesi facendo loro sognare che esistesse la giustizia, illusione che una volta perduta non può che lasciare la parola alla resistenza armata.