Israele, uccidere i palestinesi e restare impuniti

Uccidere i palestinesi e restare impuniti.

Di Stephen Lendman.

Mentre le trattative di pace proseguono a Washington, Sharm ash-Sheikh, Gerusalemme e New York, Israele commette quasi ogni giorno dei crimini di guerra, e contro l'umanità. Alcuni dei più recenti comprendono: 

  • gli attacchi aerei su Gaza, durante l'ultimo dei quali ha ucciso due civili palestinesi

  • le aggressioni contro i dimostranti pacifici a Gaza e in Cisgiordania;

  • l'uso di proiettili da guerra e il lancio di granate contro gli agricoltori e gli operai delle aree di confine della Striscia, tre dei quali – un uomo in età avanzata, suo nipote e un altro ragazzo – sono stati sterminati insieme a una trentina di pecore;

  • gli oltre 100 proiettili da guerra sparati alla dimostrazione pacifica di Erez, vicino al passaggio di frontiera;

  • il mantenimento del suo assedio medievale, che soffoca 1,5 milioni di persone e impedisce a 40.000 studenti di frequentare le scuole dell'Onu;

  • i crescenti abusi nei confronti dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, molti dei quali sono prigionieri politici;

  • sedici nuovi ordini di demolizione per i fienili e le serre della Valle del Giordano, più altri che puntano a radere al suolo le case della gente del posto;

  • ottantasette incursioni nelle comunità della Cisgiordania e tre a Gaza nella prima metà di settembre, con l'arresto di quarantatré civili, tra cui nove al di sotto dei 18 anni;

  • l'ininterrotta espansione degli insediamenti.

Israele fa ciò che più le piace, sfidando la legge e lasciando che le sue forze di sicurezza uccidano impunite, come conferma un nuovo report di B'Tselem. Intitolato “Privi di responsabilità: la polizia militare israeliana non indaga sui soldati che uccidono i palestinesi”, il resoconto di B'Tselem fornisce parecchie prove al riguardo.

In tutti i Territori vengono organizzate regolarmente manifestazioni di protesta, e a Bil'in in particolare, ogni venerdì, si dimostra contro il Muro di separazione. Lo scorso 17 aprile fu esemplare. I soldati attaccarono i dimostranti con i lacrimogeni e con i proiettili di gomma – talvolta con quelli da guerra. Quel giorno, Bassem Abu Rahmeh rimase ucciso per le pesanti ferite interne causate dai mezzi di repressione israeliani: un caso di omicidio a sangue freddo.

B'Tselem e l'avvocato della famiglia di Bassem, Michael Sfard, scrisse all'Ufficio del Judge advocate general (Jag) [l'ufficio legale dell'esercito israeliano, ndr] per chiedere di avviare un'inchiesta. Dopo quasi un anno d'attesa, giunse la replica: 

Non è stato trovato alcun sostegno alla vostra accusa, secondo la quale i proiettili sarebbero stati diretti proprio ad Abu Rahmeh e i soldati non avrebbero rispettato gli ordini”.

Questo è uno delle centinaia di casi in cui manifestanti palestinesi non-violenti sono stati uccisi dal fuoco dell'esercito israeliano.

In effetti, i soldati hanno davvero seguito gli “ordini”: ciò che viene ordinato loro è di sparare liberamente e uccidere impuniti.

Dal 29 settembre 2000, data d'inizio della seconda Intifada, 2.016 civili palestinesi sono rimasti uccisi, senza contare i 1.400 della guerra di Gaza. “La maggior parte di questi assassinii non è mai stata investigata”. Quando le indagini vengono svolte, i risultati solitamente finiscono per essere insabbiati, e i soldati colpevoli assolti. 

Nell'ottobre 2000, l'Ufficio del Jag definì l'Intifada “conflitto armato ma non guerra”, precisando che le inchieste non sarebbero state necessariamente avviate se ad essere uccisi fossero stati dei palestinesi.

L'Ufficio del Jag ha anche falsamente argomentato che, in base alla legge internazionale, “il fatto che un civile venga ucciso nel corso delle ostilità non costituisce nemmeno prima facie la prova che sia stato commesso un crimine di guerra, o che i soldati coinvolti abbiano agito in modo criminoso”.

In realtà, le inchieste dell'Unità investigativa della polizia militare (Uipm) dovrebbero seguire tutti i casi di civili uccisi, incolpando i veri responsabili e studiando il modo di evitare episodi del genere in futuro.

Attualmente, le indagini vengono avviate solo in casi eccezionali e i verdetti arrivano dopo mesi o anni, “impedendo così la gestione efficace dei presunti atti criminali entro un tempo ragionevole”. La creazione dell'Ufficio del Jag per le questioni operative, che avrebbe dovuto rispondere in modo più efficace alle denunce sporte, non ha portato cambiamenti significativi.

Tra il 2006 e il 2009, B'Tselem chiese che fossero indagati 148 casi. Solo ventidue di questi vennero inoltrati, ed otto di questi impiegarono almeno un anno per vedere avviata l'inchiesta. Due si arenarono. Gli altri attendono ancora un verdetto. Spesso, i ritardi e le interruzioni dei lavori “rendono impossibile capire che cosa venga preso in considerazione dall'Ufficio del Jag per decidere se inoltrare un caso alla Uipm o archiviarlo”.

B'Tselem ha esaminato i casi scartati, insieme ad altri che riguardavano un “reale sospetto d'infrazione evidente della legge umanitaria internazionale”. Inoltre, le inchieste avviate dall'Uipm tenevano conto solo delle testimonianze dei soldati, e non dei testimoni oculari che fornivano versioni differenti dei fatti. Di conseguenza, il comando dell'esercito israeliano permette ai suoi uomini di violare la legge restando impuniti, incoraggiando “la politica del grilletto facile” e mostrando “grande indifferenza nei confronti della vita umana”.

Il 2 giugno 2007, Rami Samir Na'if Shana'ah di Nablus venne ucciso – un caso identico ad altre centinaia. I testimoni oculari riportano che alcuni israeliani in abiti civili aprirono il fuoco dentro un negozio, colpendo Rami e un altro uomo. Gli abitanti del posto portarono entrambi all'ospedale, dove Rami venne dichiarato morto. L'1 agosto dello stesso anno, B'Tselem chiese un'inchiesta. Seguirono diversi promemoria inviati all'Ufficio del Jag. Il 4 febbraio 2010 (quando fu ricevuto l'ultimo aggiornamento) il caso era ancora in fase di trattazione.

Le indagini ufficiali della Uipm non distinguono tra i casi di palestinesi uccisi, quelli di palestinesi feriti, o quelli in cui nessuno si è fatto niente. Ciò su cui si basa l'Unità sono le fredde statistiche israeliane, che citano solo gli attacchi che hanno causato morti ed escludono tutti gli altri. È vero, quelle fatali sono le più gravi, ma tutte le aggressioni dei militari ai danni dei civili suscitano preoccupazione. Israele non offre che violenza ai palestinesi, sempre e comunque, e non riconosce le colpe dei militari.

Secondo le cifre di B'Tselem, il numero di morti tra il 2006 e il 2009 ammonta a 1.510, sempre escludendo le vittime della guerra di Gaza. Tra questi 1.510, almeno 617 – per la maggior parte di Gaza, ma anche provenienti dalle altre aree della Palestina – sono stati confermati come non-combattenti. Per gran parte di questi episodi esistono le testimonianze oculari di alcuni passanti, i quali, con le loro parole, fornirebbero un contributo decisivo alla giustizia. Ma Israele non ne fa uso, nascondendo la verità e ostacolando il corso delle indagini. 

Inoltre, dal settembre 2000, B'Tselem non ha ricevuto alcuna risposta dall'Ufficio del Jag sulla maggior parte dei casi che esigevano un approfondimento – civili uccisi a sangue freddo, soldati colpevoli rimasti al loro posto.

Il 7 aprile 2008, B'Tselem ricevette questa risposta (simile ad altre) dal maggiore Yehoshua Gortler, assistente legale del Jag:

Avendo esaminato i risultati delle ricerche sull'accaduto, insieme ad altro materiale rilevante [fornito tra gli altri da B'Tselem e altre associazioni umanitarie], il Jag ha concluso che non sarebbe stato opportuno avviare un'indagine dell'Uipm”.

L'episodio in questione era un caso di omicidio a sangue freddo, di discriminazione e di violazione del principio di proporzionalità sancito dalla legge internazionale. Più avanti ne verrano citati altri simili.

Quasi tutte queste atrocità finiscono insabbiate. I militari coinvolti vengono assolti dall'accusa di omicidio, e hanno il via libera per uccidere ancora. Le responsabilità vengono fatte pesare così raramente, perfino nei casi più eclatanti, che i soldati non si vedono imporre quasi nessun limite. Di conseguenza, fanno mostra di un'indifferenza sfacciata nei confronti della vita umana, violando la legge internazionale di base.

Secondo Jessica Montell, direttore esecutivo di B'Tselem:

“Dall'inizio dell'Intifada, ci siamo opposti alla decisione radicale di non indagare sull'uccisione dei palestinesi. Questo è ancor più valido adesso che è impossibile considerare la situazione in Cisgiordania come una di conflitto armato. Lo status legale deve infatti riflettere la realtà sul campo, ed esprimere il valore dato alla vita umana e l'obbligo di proteggere i civili”.

Tutti i casi che coinvolgono l'uccisione di persone che non combattono giustificano l'avvio di un'inchiesta. Le affermazioni dei militari, che sostengono di aver agito per autodifesa o per salvare delle vite, sono disgustosamente false. Dichiarare che dei civili disarmati li hanno attaccati, o minacciati in qualunque altro modo, vuol dire prendersi gioco della verità. Ecco perché le indagini legali sono fondamentali per dimostrarlo.

B'Tselem evidenzia inoltre che “non esiste un conflitto armato nei Territori occupati”, contrariamente a quel che afferma Israele. Eppure, ogni caso coinvolge “episodi di combattimenti (…) nei quali dei passanti palestinesi vengono [uccisi] o feriti dal fuoco dei soldati”, che sostengono di essersi trovati in pericolo.

Da parte sua, l'Alta corte israeliana distingue tra le azioni “operative” e quelle “criminali”, sentenziando che:

“Il punto di partenza per classificare un caso come operativo è che non implichi un crimine (…) I casi operativi in cui un corpo investigativo conduca un'inchiesta sono l'eccezione. Le attività operative hanno un carattere e degli obiettivi particolari, che le distinguono nettamente dalle azioni criminose.

“Un atteggiamento che porta a vedere le azioni delle forze di sicurezza come vicine a comportamenti di tipo criminale colpisce la base etica di queste azioni, ed è passibile di demotivarli nell'adempiere fedelmente ai loro compiti. La prontezza dei soldati, dei comandanti e del personale della difesa nel compiere il loro dovere, nell'assumersi rischi e nell'agire per conto degli interessi nazionali – talvolta mettendo in pericolo la loro vita, ed agendo sotto pressione e nell'incertezza -, può essere danneggiata in modo significativo se costoro sanno che potrebbero essere processati come presunti criminali”.

Di conseguenza, il Jag si affida alla teoria delle “azioni operative” per giustificare dei crimini lampanti, e quando evita d'indagare alcuni casi e insabbia quelli già in fase d'investigazione, garantisce l'impunità ai soldati colpevoli.

“La tesi che processare i soldati accusati di aver commesso dei crimini comprometterebbe il loro lavoro è (…) insufficiente a negare la necessità di un'indagine”. Ignorare a chi debba essere attribuita la responsabilità della morte di qualcuno non è mai giustificabile, come sostiene il giudice del Tribunale distrettuale di Tel Aviv:

“Io non accetto il presupposto della posizione dell'esercito, secondo la quale certi tipi di condotta da parte dei comandanti dovrebbero essere resi non-processabili”.

Lo stesso giudice ricorda inoltre che non esiste alcun sistema legale nel mondo civile che conceda l'immunità agli alti gradi del suo esercito, e li ponga al di sopra della legge.

In base alla legge internazionale, i principi di distinzione e di proporzionalità sono vincolanti:

  • la distinzione si effettua tra i combattenti e i bersagli militari da una parte, e i civili e i non-militari dall'altra; attaccare i secondi è un crimine di guerra, tranne quando prendono parte direttamente alle ostilità;

  • le norme sulla proporzionalità si oppongono all'uso sproporzionato e indiscriminato della forza, che rischia di causare danni a cose e persone.

 Oltre a ciò, le parti di un conflitto devono prendere le dovute precauzioni per evitare e minimizzare le perdite umane e le ferite tra i civili, e il danneggiamento di siti non-militari.

La IV Convenzione proibisce anche le punizioni collettive “per un'infrazione che non tutti hanno commesso personalmente”. Occorre prendere delle misure per assicurarsi che i civili rimangano incolumi. Attaccarli intenzionalmente è un crimine di guerra, o contro l'umanità. L'impunità non si giustifica mai.

L'articolo 146 della Convenzione prescrive che gli stati investighino le violazioni gravi e processino chi le ha commesse o ha ordinato di commetterle. Esso richiede inoltre che le misure adottate assicurino “la soppressione di tutti gli atti contrari ai provvedimenti della presente Convenzione”, anche quando non raggiungano la gravità dei crimini di guerra.

Inoltre, le leggi nazionali devono proibire tutti gli atti che violano la legge internazionale ed esigere delle pene per chi la infrange. Effettuare delle indagini è quindi vitale per assicurare che ciò accada. La verità non viene alla luce con le “inchi
este operative” del Jag. Eppure, la teoria di quest'ultimo viene utilizzata per decidere se le investigazioni sono necessarie. In realtà lo sono sempre, se il caso riguarda la morte di un civile.

Un commento finale

Il rapporto di B'Tselem dimostra che l'Ufficio del Jag non ha perseguito gran parte degli illegittimi assassinii perpetrati contro civili. Sono stati aperti solo dei casi isolati. La maggior parte è ancora in attesa di essere risolta, o forse insabbiata.

A meno che non vengano intraprese delle inchieste indipendenti, “è impossibile sapere se i soldati hanno violato degli ordini o agito in modo improprio”. Ecco perché le inchieste sono fondamentali.

“L'uccisione di civili che non avevano preso parte alle ostilità richiede delle inchieste efficaci e imparziali, condotte entro breve tempo dall'accaduto”. Non indagare “concede ai soldati e ai comandanti un'immunità de facto: un soldato che uccide un palestinese non coinvolto negli scontri non viene quasi mai portato davanti al giudice per questo gesto. Al massimo, gli viene chiesto di spiegare le sue azioni nel quadro dell'inchiesta operativa”, fatta per assolverlo, non per dichiararlo responsabile.

La giustizia negata garantisce legittimità agli omicidi fuorilegge, facendosi beffe della legalità internazionale; il che è tipico d'Israele.

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere contattato all'indirizzo lendmanstephen@sbcglobal.net. È disponibile anche il suo blog su sjlendman.blogspot.com,  

http://www.progressiveradionetwork.com/the-progressive-news-hour/.

23 settembre 2010

(Nella foto: un videogioco sulla Mafia)

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