L’inziativa saudita e le belle promesse di Olmert.

Cari amici,
    sulla situazione in Medio Oriente vi mando un mio articolo che comparirà su Galatea del prossimo mese.
    Buona lettura.
    Michelguglielmo Torri

L’inziativa saudita e le belle promesse di Olmert
 
La presente situazione in Medio Oriente è determinata dallo stallo delle tre iniziative in cui, di fatto, si è articolata la politica estera americana nell’area. Il primo stallo è rappresentato dall’incapacità degli USA di ottenere la vittoria in Iraq; il secondo è stato determinato dal fallimento, l’estate scorsa, del tentativo israeliano (attuato col pieno appoggio degli USA) di annientare Hizballah con una guerra lampo; il terzo è funzione dell’incapacità di abbattere il governo di Hamas nei territori palestinesi, nonostante il feroce blocco economico da parte della comunità internazionale (imposto dagli USA) e le più o meno devastatrici incursioni militari condotte da Israele a Gaza.

Questi tre stalli hanno avuto, fra le loro conseguenze, la crescita d’influenza dei due «stati canaglia» della regione, cioè dei due stati che sono al di fuori dell’orbita USA: la Siria, ma soprattutto l’Iran. Se è possibile che l’influenza dell’Iran sia sopravvalutata per quanto riguarda i suoi rapporti con Hizballah e con Hamas, è indubbio che il suo peso politico in Iraq sia aumentato in maniera decisiva e, con ogni probabilità, sia destinato a crescere ulteriormente.
Questi sviluppi potrebbero alterare in maniera decisiva gli equilibri della regione, non tanto a sfavore di Israele, quanto a sfavore dell’Arabia Saudita. L’Iran non è in grado di rappresentare una minaccia credibile per Israele, né ora, né nel caso improbabile che arrivi veramente a dotarsi di un armamento nucleare. Lo squilibrio militare fra le due potenze (di cui quella ebraica dispone di circa 200 bombe atomiche e degli strumenti per portarle sul bersaglio) è semplicemente troppo ampio per essere colmato. La situazione è però molto diversa per l’Arabia Saudita.
La monarchia saudita è uno stato ricco ma militarmente imbelle, dove le risorse petrolifere abbondano ma quelle umane scarseggiano e, soprattutto, dove, nelle aree di maggiore densità petrolifera, vive una consistente minoranza shiita, fino a qui discriminata dal regime wahabita saudita.
In questa situazione, Riyadh ha osservato con crescente preoccupazione il modo in cui l’inetta, feroce e arrogante politica americana nell’Iraq occupato si stava traducendo in una crescita di capacità operativa da parte di al-Qai‘da e di influenza politica da parte dell’Iran. Già nel settembre 2005, l’ambasciatore saudita, il principe Saud al-Faisal, in una conferenza al Council of Foreign Relations di New York, aveva dichiarato: «Abbiamo combattuto insieme per tenere l’Iran fuori dall’Iraq durante la liberazione del Kuwait. Ora stiamo consegnando l’intero paese all’Iran, senza nessun motivo».
La preoccupazione dei Sauditi è ancora aumentata in occasione dell’attacco israeliano al Libano, visto come potenzialmente destabilizzante per l’intera regione. Subito dopo il suo inizio, una fonte anonima vicina ai vertici dello stato saudita aveva criticato non Israele ma Hizballah per la sua «malprogettata avventura», un’affermazione che era stata letta come a favore di Israele. In realtà, essa derivava dalla convinzione, condivisa dalla quasi totalità degli osservatori, che Hizballah, provocando Israele, si fosse esposta ad un’inevitabile disfatta che avrebbe riaffermato l’egemonia israeliana in Medio Oriente. Quando è però diventato chiaro che il partito armato libanese stava resistendo con successo all’attacco israeliano, la posizione saudita è completamente cambiata: il 25 luglio, in una dichiarazione ufficiale da parte del portavoce della Corte, i sauditi rettificavano la propria posizione, indicando Israele come responsabile della guerra e appellandosi all’ONU e agli USA perché gli imponessero la fine delle operazioni militari.
A posteriori, la dichiarazione del 25 luglio può essere vista come il punto di partenza di un nuovo attivismo diplomatico saudita nella regione, mirato a porre sotto controllo le crisi in corso. Il fine era quello di impedire che, come in Libano, queste si traducessero nell’aumento dell’influenza iraniana.
Si è trattato di un attivismo che è subito apparso caratterizzato da un’inedita capacità di prendere le distanze dalle posizioni americane. Questo si è visto in particolare a proposito della questione palestinese, che i Sauditi considerano come quella potenzialmente più pericolosa ad ovest dell’Iraq. «È diventato necessario – ha affermato re Abdullah bin Abdelaziz – porre fine al più presto all’ingiusto blocco [economico] imposto al popolo palestinese, in modo che il processo di pace [fra israeliani e palestinesi] possa fare progressi in un’atmosfera che non sia caratterizzata dall’oppressione e dalla forza». E, come dettagliato nello scorso numero di Quadrante, il monarca saudita ha portato a termine un’opera di mediazione fra Hamas e Fatah che è valsa sia a scongiurare una guerra civile, che appariva inevitabile e imminente, sia a porre le premesse per l’abbandono del blocco da parte di almeno alcuni stati europei e arabi. Subito dopo, il 28 marzo si riuniva a Riyadh – invece che, come deciso in un primo tempo, al Cairo – il summit degli stati arabi. Di nuovo, il monarca saudita prendeva le distanze dagli USA, definendo la presenza americana in Iraq «un’occupazione straniera illegale». Soprattutto, re Abdullah ripresentava– e gli stati arabi riapprovavano – il piano di pace che era stato originariamente presentato dallo stesso Abdullah, quando ancora principe ereditario, nel 2002.
Il piano, di ovvio buon senso, si riallaccia alla legalità internazionale, chiedendo l’evacuazione dei territori palestinesi occupati da Israele nel 1967, compresa Gerusalemme Est, la costituzione di uno stato palestinese indipendente su tali territori e una soluzione del problema dei profughi palestinesi (una soluzione che, vale la pena di chiarirlo, non comporta a priori il rientro dei profughi in quello che è ora lo Stato d’Israele).
Nel 2002 la leadership israeliana si era sprezzantemente rifiutata di prendere in considerazione il piano saudita (che, del resto, era l’esatta riproposizione del piano Fahd nel 1981, adottato dalla maggioranza degli stati arabi nel 1982 e prontamente consegnato alla pattumiera della storia da Israele). Dopo il summit di Riyadh, però, le cose, apparentemente, sono cambiare; e non c’è dubbio che questo cambiamento sia stato frutto delle pressioni esercitate dall’Amministrazione Bush e, in particolare, dal segretario di stato, Condoleezza Rice. Chiaramente, nella situazione di impasse generale in cui si trovavano gli USA, il riavvio del «processo di pace» in Palestina era visto come uno sviluppo utile a distrarre l’opinione pubblica dal disastro iracheno e, forse, anche a prendere tempo in vista di un possibile rilancio dell’inziativa militare in Iraq e non solo in Iraq.
In questa situazione, alcune alte personalità del governo israeliano, a partire dal vice primo ministro Shimon Perez, hanno affermato che il piano saudita rappresentava una base su cui trattare. A queste aperture – fatte in via informale – sono seguite due prese di posizione ufficiali da parte del primo ministro israeliano. Con la prima, Olmert si è impegnato ad incontrarsi ogni due settimane con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, per discutere di questioni relative alla sicurezza e all’economia. Con la seconda, il 1° aprile, alla presenza del cancelliere tedesco Angela Merkel, il premier israeliano ha dichiarato: «Se il re saudita convocherà un incontro dei capi
di stato [arabi] moderati e se inviterà me e il capo dell’Autorità palestinese, sarò lieto di partecipare e di esprimere la mia opinione». E ha poi aggiunto che, se avesse avuto l’opportunità di incontrare re Abdullah, quest’ultimo sarebbe stato «molto sorpreso» da quanto aveva da dirgli.
In Israele e in Occidente, queste dichiarazioni sono state salutate dalla maggioranza degli osservatori (anche se non da tutti) come una svolta epocale che apriva una nuova fase nelle trattative. Ma, naturalmente, dietro le  belle parole di Olmert c’è ben poca sostanza. Così, ad esempio, l’impegno a incontrarsi bisettimalmente con Mahmoud Abbas esclude la possibilità di parlare del vero argomento del contendere: i tempi e i modi della trasformazione dell’Autorità palestinese in uno stato sovrano. Analogamente, la promessa di dire cose sorprendenti a re Abdullah non ha oscurato agli occhi di quest’ultimo e degli altri leader arabi il fatto che il primo ministro israeliano aveva evitato di esprimere una qualsiasi adesione all’iniziativa saudita. Solo in un secondo tempo, a partire dal 13 aprile, vi sono state alcune dichiarazioni ufficiali da parte israeliana che sono sembrate configurare una maggiore disponibilità a proposito sia del progetto di pace saudita sia del dialogo con i palestinesi. Ma una lettura attenta di tali dichiarazioni unita ad un esame dell’andamento dal primo incontro fra Olmert e Abbas (giudicato del tutto insoddisfacente da parte palestinese) sembrano indicare che, per ora, alla maggiore disponibilità di Israele sul piano retorico non corrisponda nulla di sostanziale sul piano concreto. Chiaramente, il tentativo di Olmert è quello di far finta di correre, senza però spostarsi di un solo centimetro.
Se gli israeliani hanno intenzioni serie di avviare un reale processo di pace e se, per qualche ragione, non condividono il piano saudita – ha notato il palestinese Azmi Bishara –, perché non propongono un loro piano alternativo? E se vogliono creare un clima di fiducia, perché, oltre a fare belle promesse, non prendono qualche iniziativa concreta? Ad esempio bloccando il processo (del tutto illegale) di colonizzazione dei territori occupati, tuttora in corso?

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