La denuncia del Centro al-Mizan: ‘Israele ricatta i malati di Gaza. Spionaggio in cambio di cure mediche’.

 

 Infopal. “Se questi sono uomini…”. Mercoledì 12 novembre, il Centro palestinese per i diritti umani, Al-Mizan, ha denunciato una disumana e illegale pratica di ricatto israeliana nei confronti di malati palestinesi della Striscia di Gaza: diventare spie in cambio di cure mediche in Israele.

 

In un comunicato stampa, il Centro al-Mizan ha accusato lo “Shabak”, i Servizi interni israeliani, della responsabilità della morte di Khaled Abderrahman Abu Shammalah (38 anni), avendogli impedito di lasciare la Striscia per tentare le cure negli ospedali israeliani o in quelli della Cisgiordania. Il Centro ha infatti spiegato che lo Shabak aveva chiesto al malato di “fare la spia in cambio del permesso di uscire da Gaza“.

 

Al-Mizan ha condannato “la politica israeliana dei ricatti contro i malati che vengono costretti a scegliere tra il diritto alle cure mediche e il doversi trasformare in spie, in collaborazionisti”. E ha aggiunto che il caso di Abu Shammalah non è il primo del genere: “La percentuale di malati che vengono ricattati è molto cresciuta. La morte di Abu Shammalah non sarà l’ultima, se la comunità internazionale continua a tacere e a essere impotente di fronte a Israele e nella protezione dei civili palestinesi nei territori occupati, e finché non verrà posta fine all’assedio contro la Striscia di Gaza“.

 

Abu Shammalah, padre di quattro figli, è deceduto alla fine del mese scorso, poiché si è rifiutato di cedere al ricatto dei Servizi israeliani e non ha quindi avuto accesso alle cure mediche di cui avrebbe avuto bisogno per sopravvivere.

 

Il Centro ha sottolineato, inoltre, che l’uomo, all’inizio del 2006, era stato operato in un ospedale egiziano, ma la sua situazione era peggiorata: “Dopo una lunga sofferenza, alla fine del luglio 2007 era riuscito a ottenere un permesso per un ricovero all’ospedale israeliano ‘Taal Hashomir’, e aveva avviato le pratiche per uscire attraverso il passaggio di Beit Hanoun”. Mentre aspettava la risposta delle autorità di occupazione, venne contattato dalle forze d’intelligence che gli chiesero di recarsi al passaggio il 9 luglio. “Quando giunse sul posto – racconta Al-Mizan -, l’ufficiale israeliano lo informò che la sua domanda era stata accettata ma, tornando a casa, ricevette la comunicazione dell’agente che gli chiedeva di incontrarsi nuovamente il giorno dopo, perché ‘non abbiamo finito di parlare'”.

Il giorno seguente, l’ufficiale gli propose di collaborare con loro in cambio del suo ingresso in Israele.

 

Il Centro ha spiegato che Abu Shammalah “rifiutò con forza. A quel punto, l’ufficiale israeliano gli rispose: ‘Allora vai e fatti aiutare da Allah. Torna a Gaza e curati lì’. Fece dunque ritorno a casa per cercare un’altra soluzione. Ottenne poi un permesso per recarsi in un ospedale del Cairo, ma non riuscì a partire a causa dell’assedio e della chiusura del valico di Rafah. Fu ricoverato all’Ospedale Europeo di Gaza dove rimase finché non sopraggiunse la morte“.

 

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