La dura vita degli orfani di Gaza

Gaza – Infopal. Come nel resto del mondo, anche a Gaza esistono degli orfani, ma qui, in una situazione di assedio e privazioni imposti ad oltranza, dove colpiscono numerosi altri fattori, essere orfano può avere un peso in più.

Tra il 2008 e il 2009, in seguito alla devastante guerra israeliana, il numero degli orfani è aumentato fino a raggiungere il 7,5%.

Nel perpetuo stato di guerra che si respira nella Striscia di Gaza, una ripresa resta tanto più ardua da realizzarsi. Dolori e traumi non riescono ad essere cancellati.

Hudhaife Mohammed al-Qatarawi è uno degli sfortunati bambini di Gaza che, nell’operazione ‘Piombo fuso’ (2008-2009) perse il padre.

L’uomo rimase vittima dei bombardamenti israeliani contro il quartier generale della polizia.

Mohammed oggi vive presso “al-‘Amal”, Istituto per orfani della città di Gaza, e pensa: “Cosa ha mai potuto fare mio padre per morire in quel modo? Non aveva fatto nulla contro gli israeliani. La verità è che è morto senza ragione. Tutti i bambini hanno un padre”.

E come i sui compagni, anche Mohammed non riesce più a dormire sogni tranquilli.

Tra le lacrime, il bambino ci confida che il padre gli aveva promesso tante cose: abiti nuovi, la divisa per il karate.

I numeri e l’erogazione dei servizi a favore degli orfani della Striscia di Gaza. In base ai dati forniti dal ministro per gli Affari sociali del governo di Gaza, si parla di 52.000 orfani, di cui 1.900 conseguenti all’ultima guerra d’Israele.

Il ministro, Ahmed al-Kurd confida che, sfortunatamente, di fronte all’aumento degli orfani nella Striscia di Gaza, il suo governo non è nelle condizioni di adeguare la fornitura di servizi ed assistenza.

Tra le motivazioni di queste difficoltà, il ministro adduce questioni finanziarie, legate in particolar modo, alla decisione statunitense ed europea di chiudere e controllare numerose tra banche e finanziatori destinati alle associazioni e agli orfanotrofi.

“Si tratta di decisioni basate sull’accusa di ‘finanziare il terrorismo’ e rientrano tra le misure punitive imposte al territorio. Sono centinaia i bambini rimasti senza una casa e, molti tra coloro che restano per strada, vengono sfruttati e finiscono per lavorare. Sarebbe auspicabile un intervento delle agenzie Onu”, conclude il ministro.

Le difficoltà manifestate da Ahmed al-Kurd trovano conferma nella parole di Hazem as-Sarraj, vice presidente dell’Istituto “al-‘Amal”.

“Abbiamo accolto 350 nuovi bambini senza genitori, ma ad oggi, la loro presenza ha superato la nostra attuale disponibilità, in termini di posti letto e di servizi. Cento minori vivono nel nostro istituto in modo permanente (di entrambi i sessi e di età compresa tra i 15 e i 18 anni). Altri 600 bambini frequentano il centro per usufruire di servizi sanitari, sociali, educativi, sportivi, culturali e psicologici”.

Difficoltà psicologiche. Com’è comprensibile, i bambini che vivono in una zona di guerra riportano numerose patologie psicologiche e disturbi di varia natura.

Queste riguardano pure gli orfani il cui comportamento viene parimenti affetto da disturbi a carattere psicologico (aggressività, difficoltà di inserimento sociale, disturbi del sonno).

Oggi, in tutta la Striscia di Gaza sono presenti solo tre gruppi che svolgono “assistenza psicologica”, ma non sono sufficienti a rispondere al numero di orfani e di bambini bisognosi di cure, i quali continuano a vivere nel buio della guerra, e, nel caso degli orfani, in solitudine.

Elisa Gennaro

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