La Freedom Flotilla alla Corte criminale internazionale dell’Aja.

InfoPal. Ieri, una rappresentanza di avvocati della Freedom Flotilla e delle famiglie delle vittime della Mavi Marmara, la nave dove si consumò il massacro di attivisti e giornalisti turchi ad opera del commando della Marina israeliana, si è recata alla Corte criminale internazionale dell'Aja (ICC), in Olanda, per presentare formale denuncia contro i crimini di guerra israeliani commessi il 31 maggio scorso.

Dopo aver presentato il documento alla Icc, gli avvocati hanno convocato una conferenza stampa, di cui la nostra redazione pubblica qui di seguito la traduzione in italiano.

Comunicato stampa 

Stimati membri della stampa, 

Il 31 maggio 2010 sarà ricordato come un giorno infame della nostra storia contemporanea.

Quel giorno, come saprete tutti, la Freedom Flotilla per Gaza, che portava con sé la coscienza dell'umanità e che era salpata semplicemente per consegnare aiuti umanitari alla Striscia di Gaza assediata, venne attaccata dalle forze di difesa israeliane in acque internazionali, nel Mediterraneo.

Nove tra volontari ed attivisti umanitari furono uccisi a sangue freddo nel corso dell'assalto. Altri civili indifesi – ben sessanta passeggeri – rimasero gravemente feriti. Come conseguenza dell'offensiva, la Flotilla – la quale, com'è stato ora dimostrato, non trasportava altro che aiuti umanitari – fu deviata dalla sua rotta e dalla missione umanitaria che si era prefissata. Le navi sequestrate furono quindi trainate con la forza nel porto di Ashdod, e i passeggeri catturati sotto la minaccia delle armi.

Centinaia di volontari e di attivisti umanitari furono quindi soggetti a torture e a trattamenti degradanti e inumani, finché non tornarono nei loro rispettivi paesi. Oltre alle traversie fisiche e mentali che patirono, i loro effetti personali furono confiscati e molti di questi attendono ancora di essere restituiti. Tutto il materiale appartenente agli organizzatori della flotilla venne estorto, e la consegna degli aiuti umanitari al popolo di Gaza fu impedita.

Siamo oggi qui riuniti alla Corte criminale internazionale (Icc) dell'Aia, una nuova piattaforma legale internazionale, che dà alle voci indifese delle vittime di crimini internazionali l'opportunità di essere ascoltate da un forum legale, internazionale e imparziale. Noi, in quanto avvocati che rappresentano le vittime del raid contro la Flotilla – in particolare chi è stato ucciso, menomato o ferito sulla Mavi Marmara [la nave turca che vide lo scontro più sanguinoso, ndr] -, speriamo che, dopo che avremo portato le prove e i materiali in nostro possesso all'attenzione del procuratore, la Icc avvii e conduca indagini appropriate sui crimini enormi commessi il 31 maggio 2010.

La nostra scelta di ottenere un riscatto legale per le vittime che rappresentiamo è stata presa di fronte agli organi internazionali subito dopo l'attacco. Siamo dell'idea che impiegare rimedi legali internazionali, indipendenti e imparziali, sia un metodo efficace per rendere giustizia alle vittime, per dimostrare ai responsabili di questi crimini che la comunità internazionale è unita nell'ostacolare le impunità e per costringerli a rispondere dell'abuso del loro potere politico e militare.

Come sapete anche voi, il rapporto commissionato dal Consiglio dell'Onu per i diritti umani sul raid alla Freedom Flotilla ha dato maggior forza alla nostra battaglia legale. Mentre da una parte accogliamo con favore le considerazioni del report e la professionalità con cui è stato redatto, siamo però dell'idea che occorra fare di più.

Citiamo alcune affermazioni rilevanti del rapporto:

[La condotta dell'esercito militare e di altri operatori nei confronti dei passeggeri della flotilla non si dimostrò sproporzionata solo in maniera occasionale, ma registrò livelli di violenza incredibile e totalmente inutile. Essa tradì un inaccettabile livello di brutalità. Una simile condotta non può essere giustificata o perdonata per motivi di sicurezza o di altro genere. Essa portò a gravi violazioni delle leggi sui diritti umani e delle leggi umanitarie”.

Un'altra misura suggerita dal Consiglio e da prendere in considerazione è la seguente:

…vi sono prove evidenti che rendono possibile l'istituzione di procedimenti giudiziari per i seguenti crimini, nei termini dell'art. 147 della Quarta Convenzione di Ginevra:

  • omicidio volontario;

  • torture o trattamenti inumani;

  • inflizione volontaria di grandi sofferenze o di gravi danni al corpo o alla salute”

Com'è stato esposto nel nostro comunicato all'Ufficio del procuratore, tali crimini, insieme ad altri che ricadono nelle competenze della Corte, sono stati effettivamente commessi. In questo caso, le pre-condizioni della giurisdizione della Corte sono dunque soddisfatte.

Sulla base dei fatti rinvenuti, sia l'oggetto delle accuse sia la giurisdizione territoriale permetterebbero alla Corte criminale internazionale d'indagare sui crimini commessi dalle forze di difesa israeliane.

Chiediamo quindi alla Icc di agire nei confronti di questi crimini evidenti, e in particolare di perseguire coloro che sono responsabili d'averli commessi.

Anche l'ex capo procuratore della Corte speciale per la Sierra Leone e membro della commissione d'inchiesta dell'Onu sul caso della Freedom Flotilla, il signor Desmond Da Silva, si è unito nell'invocare una prosecuzione dei rei davanti alla Icc.

Considerando le prove che abbiamo di fronte a noi, risulta ovvio che esse chiamino in causa i crimini che rientrano nella giurisdizione della Corte, della Quarta Convenzione di Ginevra e, più in generale, delle leggi che regolano la condotta delle ostilità in pace e in guerra.

Secondo la nostra modesta opinione, alla luce dei fatti evidenti e dei crimini commessi, se la Icc – che ha la facoltà d'intervenire in questo caso – non agirà nei riguardi di simili palesi violazioni dei diritti umani, rischierà di minare la sua credibilità, affidabilità e legittimità in quanto organizzazione.

Istituire le dovute procedure giudiziarie nei confronti delle persone che, secondo la commissione, sono responsabili dei più gravi crimini che rientrino nell'interesse della comunità internazionale non contribuirebbe solo a porre fine all'impunità, ma anche ad assicurare la sicurezza e la pace internazionale.

Vorremmo sottolineare che tale richiesta nei confronti della Icc non è indirizzata in alcuna sua forma contro lo Stato d'Israele o il suo popolo. Tale richiesta è stata avanzata solo per prendere di mira i responsabili di alcuni crimini, ovvero crimini contro l'umanità, crimini di guerra e crimini risultanti nella morte o nel ferimento dei nostri assistiti. Indubbiamente, chiunque ami la pace e attribuisca un certo valore ai diritti umani e alla dignità dell'uomo – compreso chi tra questi si trova in Israele – rimase scioccato e turbato alla notizia dell'attacco sproporzionato e delle azioni dell'esercito israeliano.

Oggi, noi abbiamo chiesto alla Icc di appoggiare i principi e gli obiettivi sui quali questa stessa importante Corte venne fondata – il suo dovere di porre fine all'impunità e di stabilire il dominio internazionale della legge.

Più precisamente, abbiamo comunicato un dossier esaustivo all'attenzione del procuratore, chiedendogli di esercitare i suoi poteri di proprio motu in base all'art. 15 dello Statuto e di avviare delle indagini sull'episodio della Flotilla del 31 maggio 2010. Riteniamo che le prove costituiscano inequivocabilmente una base ragionevole per procedere ad un'inchiesta.

Siamo oggi qui in vece di coloro che persero la vita mentre cercavano di rendere il mondo leggermente migliore per gli esseri umani loro pari che vivono a Gaza. Oggi ricordiamo dunque: Cevdet, Cengiz, Çetin, Necdet, Fahri, İbrahim, Ali Haydar. E, naturalmente, siamo qui anche per Furkan, il giovane turco-americano allora 19enne, ucciso anche lui durante l'assalto. Non lasciamo che il loro sacrificio resti vano.

Ringraziamo tutti voi per la vostra presenza e il vostro interesse in questo caso importante, e ci auguriamo che documentiate il nostro cammino, con il quale puntiamo a rendere giustizia alle vittime del raid alla Flotilla ed a contribuire ad una nuova tendenza emergente in direzione della lotta all'impunità.

Ufficio legale Elmadag – Istanbul

14.10.2010

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