La giovane mamma ex detenuta racconta la vita terribile dei prigionieri palestinesi.

GazaInfopal

In una piccola stanza di tre metri quadrati, fredda d’inverno e bollente d’estate, con la poca aria che combatteva i muri per entrare a malapena attraverso le piccole crepe, col verde della muffa che colorava ogni angolo, circondati dagli insetti che non distinguono tra la faccia di un bambino e il resto, nutrendosi di cibo poco consono: in questo luogo dormiva e si svegliava, ogni mattina, la detenuta Samar Sbeh insieme a suo figlio Baraa, di due anni, tormentati dal buio della prigione e dalla carceriera. 

Una lacrima di felicità e di tristezza

All’inizio, Samar non riesce a trovare le parole, in particolare quando le tornano in mente il giorno del parto, il giorno dell’interrogatorio, e soprattutto le 80 detenute che ancora stanno vivendo la sofferenza delle prigioni dell’occupazione israeliana.

Asciugate le lacrime, Samar parla al corrispondente di Infopal.it della felicità per la liberazione (avvenuta il 17/12/2007) e dei tormenti: “Il giorno prima di uscire non ho dormito, pensavo sempre a come avrei visto il mondo esterno, avevo nostalgia della mia famiglia e di mio marito”. Parlando con amore di suo marito, prigioniero anch’egli, aggiunge: “Speravo di uscire dalle prigioni dell’occupazione israeliana per farlo felice e alleggerirgli la sofferenza per la sua detenzione (…). Baraa ha bisogno di un padre come della madre, e ha bisogno di vivere sotto un unico tetto”. E quando le torna in mente la data del 25/6/2005 sorride: il giorno del suo matrimonio. Ma subito l’espressione del suo viso cambia quando ricorda il 29 settembre dello stesso anno: il giorno del suo arresto.

Samar spiega di essersi trasferita da Gaza a Tulkarem per sposarsi e vivere lì, ma appena passati tre mesi arrivarono le forze di occupazione israeliane e circondarono la casa: dopo più di due ore d’interrogatorio, in una notte molto fredda, i soldati l’arrestarono.

Poi prosegue con i suoi ricordi: “Nella stessa notte in cui fui arrestata, mi portarono a ‘al-Maskubiyah’, dove proseguirono l’interrogatorio per circa 66 giorni nelle stanze sotterranee, prive dell’aria e della luce del sole”. E afferma di essere stata trattata in malo modo, sebbene fosse incinta, cosa che all’inizio non fu ritenuta vera, finché non venne sottoposta alla visita medica. Ciononostante il trattamento rimase uguale: per cibo le davano un uovo sodo cotto tre giorni prima, mentre il latte le veniva proibito.

Dopo un attimo di silenzio, scuote la testa e continua: “L’interrogatorio era molto duro e doloroso: a fare le domande erano più persone nello stesso tempo e le minacce accompagnavano sempre le loro domande, minacce di arrestare i miei parenti; poi mi dicevano di aver arrestato mio marito, e che se volevo essere liberata e far liberare mio marito dovevo dire quello che volevano che dicessi”.

Va ricordato anche che, durante il periodo dell’interrogatorio, la detenuta viveva in isolamento totale dal mondo esterno, senza poter distinguere il giorno dalla notte. 

Il giorno del parto

Dopo aver abbracciato a lungo suo figlio Baraa, Samar parla del giorno della sua nascita, che ricorda come il più difficile della propria vita, e torna con la mente alla data del 30/4/2006: lei aveva i piedi legati, e a nessuno della sua famiglia fu permesso di assistere al suo parto. “I soldati israeliani mi impedivano di camminare in sala parto, nonostante le mie condizioni di salute molto difficili. Dopo il parto, allattavo il mio bambino due volte al giorno, con i piedi legati; spesso lo tenevo sospeso verso l’alto con le braccia, sperando che i raggi del sole potessero accarezzare il suo corpo”.

Samar chiarisce quindi che, nelle prigioni israeliane, le detenute non ottengono nemmeno il minimo dei loro diritti, e che il cibo è pessimo e viene aggiustato con qualsiasi cosa per renderlo masticabile. Poi prosegue dicendo: “La direzione della prigione non permette al detenuto di ricevere soldi se non dalla famiglia, e per una somma che non deve superare i 300 Shekel (55 dollari, ndr): questo sempre che alle famiglie sia concesso di visitare i loro figli. I soldi sono comunque pochi in confronto ai costi della mensa della prigione”.

Giocando col suo bambino, si ricorda anche di quanto soffrirono entrambi perché lui facesse le vaccinazioni, e altre volte per fargli avere del latte. Spesso Samar ripete “Ken .. Ken”, che significa “sì” in ebraico, e quando lo dice ride e ricorda di averlo imparato nelle prigioni dell’occupazione, insieme ad altre cose che hanno alleggerito la sua disgrazia. 

Piccole cose

Trattenendo a stento le lacrime, e ritornando sulle condizioni delle prigioniere dell’occupazione, Samar racconta: “Mentre stavo mangiando Kefteh (polpette di carne macinata, ndr) con la mia famiglia, mi sono ricordata della detenuta Ahlam at-Tamimi, condannata a 16 ergastoli, che mi chiese di mangiare una Kefteh al suo posto: io ne mangiai un boccone, e non ce la feci a continuare”.

Parla infine della sua liberazione, avvenuta due giorni prima di Eid al-Adha (la principal festa musulmana, ndr): “All’inizio pensavo: ‘Oh festa, in quale situazione sei tornata!’ Ma ora è tutto diverso, sono circondata dalla mia famiglia, da mio figlio che gioca coi giocattoli dei quali era privo, dato che non se ne trovano nelle prigioni dell’occupazione”. Spiega quindi che i carcerieri permettevano di ricevere dei vestiti nuovi solo ogni tre mesi, e che per questo lei ne aveva conservato uno pulito perché Baraa potesse indossarlo il giorno della festa.

 

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