La persistenza della memoria.

La persistenza della memoria 

di Abu Yasin Merighi

 

26/01/07 

   "Scatta l’ora legale: panico tra i socialisti", così recitava l’insuperata copertina di un noto periodico satirico di sinistra[i], in un’epoca in cui tale sfera comunicativa manteneva ancora un importante ruolo di mediazione socio-culturale nel nostro paese. A distanza di molti anni (e di non poche legislature), una nuova forma di panico è subentrata prepotentemente negli scenari quotidiani di desolate metropoli (non solo “occidentali”), ma la satira, che nel frattempo si è presa qualche annetto di riposo sabbatico, non parrebbe intenzionata a parlarne. Nemmeno a pagamento. 

   Non è più il salutare panico di miriadi di scarafaggi che, nelle case di campagna, fuggivano a infrattarsi negli angoli quando qualcuno accendeva la luce, magari rientrando a casa dopo il calar del sole, ma sembra piuttosto una forma di lenta ed esasperata agonia delle coscienze, provocata da un “sapiente” dosaggio quotidiano di paura, diffidenza, insicurezza sociale e terrore mediatico. 

   Afflitta da periodiche crisi d’identità sociale, la più straordinaria ed al contempo fragile delle creature, l’essere umano, sembra illudersi a volte di poter spostare a piacimento le lancette dell’orologio, specie all’indietro; e così come la moderna chirurgia estetica – per molti versi invero stupefacente – in realtà non può resettare l’orologio biologico interno degli organi viventi, analogamente anche il più sofisticato maquillage storico (o pseudo tale) può sortire effetti significativi, quantunque temporanei, ma mai sostanziali: naturalmente assumendo una scala di riferimento di ampio respiro cronologico. 

    L’era digitale e le implicazioni psicologiche che essa comporta nei normali fruitori di una tecnologia sempre più a portata di mano contribuiscono in maniera sostanziale alla definizione di un determinato quadro di riferimento: e non occorre nemmeno più riavvolgere la pellicola per rivedere un film già visto, ora la realtà viene opportunamente indicizzata e riproposta in tempo reale, spesso con effetti devastanti.  

   È uno strano fenomeno, in cui singoli eventi vengono fissati in sincronia ma, nonostante reiterate visioni, appaiono destrutturati, quasi insignificanti.  

   Altrove, in uno dei più famosi quadri di Salvador Dalí, i molli orologi che si allungano quasi sciogliendosi invitano a inedite considerazioni sull’idea del tempo, sulle sue molteplici direzioni, sullo spazio dilatato della memoria come luogo di rielaborazione di emozioni e sentimenti, sulla dimensione onirica e le sue inesplorate profondità.  

   L’opera, senza dubbio tra le più famose dell’artista catalano, venne poi ribattezzata Persistenza della memoria; ed è interessante notare come in essa confluiscano idee mutuate dalle teorie einsteiniane sulla relatività delle dimensione temporale, così come il fatto che il quadro venne poi acquistato dal mercante americano Julien Levy, probabilmente decretando il successo delle opere di Dalí nel nuovo continente. 

   E qui, al di là dell’indubbia intuizione, non solo commerciale, è il risvolto simbolico dell’intera vicenda ad intrigare: un mercante – e il fatto che sia ebreo non è nemmeno poi così rilevante – acquista qualcosa che si chiama la Persistenza della memoria …….; all’apparenza un ottimo investimento. 

  E già, perché di memoria si ritorna a parlare molto proprio in questi giorni, immersi in una ricorrente ritualità civile: ma non è il ricordo delle tradizioni avite, di cui si parla nel Deuteronomio[ii]

Ricorda i giorni del tempo antico,

medita gli anni lontani.

Interroga tuo padre e te lo farà sapere,

i tuoi vecchi e te lo diranno. 

bensì la “Memoria” di una tragedia, cui dedicare una giornata specifica, il 27 di gennaio di ogni anno. 

   Ebbi modo di parlarne proprio un anno fa[iii], entrando nel merito di alcune questioni che può essere superfluo rammentare in questa sede, ma quel che mi interessa ora è la natura delle differenti memorie di cui si è parlato finora. 

   La memoria pedagogica evocata nei precedenti versetti biblici, il ricordo della Tradizione e il fondamentale ruolo educativo dei padri, degli anziani; una memoria che fa crescere, che rinforza nell’uomo la consapevolezza del proprio valore, per quanto si possa celare in tale complessa dimensione la potenzialità di pericolose derive identitarie. 

   La Memoria della Shoah, statica, lapidaria; una dimensione che si vuole per alcuni rassicurante, iperprotettiva e, proprio in quanto tale, altamente diseducativa: per chi la promuove in maniera acritica, l’ennesima occasione mancata per fare i conti con la patologica rimozione di una sfera di dolore importante, per nulla secondaria, cruciale; per chi la “subisce”, modalità di rappresentazione verosimilmente poco sentite, latrici di contenuti cui reagire in vari modi, comunque sia ben poco propedeutici ad una crescita morale peraltro richiesta dall’insostenibile sfacelo in cui si muove il nostro martoriato pianeta.  

   E qui gli orologi non si sciolgono, ma sono infissi al muro con chiodi arrugginiti, le lancette si muovono impercettibilmente, come in quelle moderne svegliette in cui una batteria agonizzante cessa gradualmente di esserci utile…. 

   A margine della suddetta “Giornata della Memoria” due avvenimenti, nemmeno troppo diversi fra di loro, richiamano l’attenzione di chi cerca di mantenersi vigile: il disegno di legge promosso dall’attuale Guardasigilli che prevederebbe fino a quattro anni di carcere per chi nega la Shoah[iv], approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri, e il discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Napolitano presso la sede del Quirinale. In esso, il presidente ammonisce solennemente contro l’antisemitismo "anche quando esso si travesta da antisionismo", spiegando che
"Antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele". 
 

   E se non stupisce affatto che qualcuno abbia definito "Il discorso di Napolitano, un passaggio storico"[v], semmai sconcerta sentire un capo di stato italiano proferire simili parole. È una cosa inaudita. Affermare che la politica di sicurezza di un paese, che passa quotidianamente sui cadaveri di giovani ed inermi palestinesi, che ha ripetutamente utilizzato l’omicidio mirato e preventivo come criminale strumento di sopraffazione e prevaricazione, che ha sempre agito ed agisce in totale dispregio di qualsivoglia trattato internazionale, debba essere non solo esente da critiche anche circostanziate ma che muovendo le quali ci si macchierebbe addirittura di antisemitismo non solo è inaccettabile, è semplicemente antistorico. 

   Ma risponde alla comprensibile esigenza di chi non riesce a fare i conti non tanto e non solo con il proprio passato, bensì con un presente che definire anche solo ingombrante sarebbe oltremodo cortese. In fondo, l’attuale Guardasigilli e il Presidente della Repubblica non fanno altro che rinnovare una polizza di responsabilità civile, estendendo a dismisura la franchigia a beneficio dell’entità sionista; ma arriverà un giorno in cui pagare il premio diverrà impossibile e forse in quel momento sarà troppo tardi per recuperare tante cose, tra le quali l’indispensabile equilibrio geopolitico del bacino mediterraneo. 

   Piacerebbe, a chi scrive ma non solo, che le comunità ebraiche si sentissero libere di criticare come merita l’abominio dell’attuale vergogna sionista, ma evidentemente non possono, o non vi riescono, salvo che in pochi casi opportunamente tacitati dalle varie lobbies dei media.

Saper scindere la storia (anche tormentata) di un popolo, dalla presunta ineluttabilità di una realizzazione presente che non ha ragione di esistere in maniera così vergognosamente indisturbata sarebbe – questo sì – un bel passo “storico”, naturalmente in avanti; congelare una versione ufficiale, rivendicare l’unicità discriminante di un determinato evento a discapito della legalità internazionale è invece decisamente miope, oltre che profondamente irrazionale. 

   Scaricare sugli altri le colpe del proprio fallimento storico serve a poco; non solo non redime chi ne avrebbe un disperato bisogno, ma crea altresì nuove ondate di ingiustizia, violenza, crudeltà gratuita.    

   La memoria non si può circoscrivere in aeternum, né fissarne i confini arbitrariamente; ma duole constatare che in Italia, per irrisolte ragioni storico-culturali ma non solo, difficilmente qualcuno potrà aiutare gli ebrei a crescere.  

   Mantenere in essere questa imbarazzante tutela sarebbe un po’ come regalare ad un adolescente una bicicletta con le ruotine; non vi è dubbio che sia una delle forme più basse ed ignobili di quello che potremmo definire l’antisemitismo del XXI secolo. E non sarà possibile riprendere il corso della propria storia, per le comunità ebraiche, se non nella misura in cui sapranno affrancarsi consapevolmente da un simile giogo, oltremodo perverso.  

  Forse i tempi non sono ancora maturi, ma Dio solo sa quanto davvero ve ne sarebbe bisogno.

   26 gennaio 2007


[i] Trattasi del periodico satirico Cuore, uscito dapprima come inserto del quotidiano l’Unità e, in seguito, con una propria veste autonoma; nonostante varie ricerche in rete, non sono riuscito a risalire al numero esatto ed alla relativa data di pubblicazione, nda.  

[ii] Deuteronomio, 32,7. Versione della Bibbia a cura della CEI, Roma 1974.

[iii] Per chi fosse eventualmente interessato, rimando alla lettura del mio La notte dell’oblio, pubblicato sul portale www.islam-online.it  il 26 gennaio 2006.

[iv] Uso il condizionale a titolo precauzionale, non conoscendo il testo integrale del suddetto ddl; in realtà, negli ultimi giorni i media nostrani stanno dando notevole enfasi al fatto che tale disegno di legge, dai termini generici, sia stato promosso proprio a ridosso del 27 di gennaio, la cosiddetta “ Giornata della Memoria”, scelta non casuale negli intenti del ministro promotore.

[v] Dichiarazione di Riccardo Pacifici, vicepresidente e portavoce della comunità ebraica di Roma. "Un passaggio che sotto certi aspetti" ha commentato Pacifici "non dico che azzeri le polemiche, ma che fa fare un grande passo avanti nel ristabilire giustizia e verità nei confronti della storia e di coloro che molto spesso, non sempre, usano l’antisionismo come moderno strumento di antisemitismo". Da un agenzia del 25 gennaio 2007.

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