La sinistra palestinese, ovvero come perdere d'importanza.

http://www.middle-east-online.com/english/?id=21345  

 

La
sinistra palestinese, ovvero come perdere d’importanza

Ramzi Baroud, Middle East Online, 7 Luglio
2007
 

Quando i membri
di
Hamas vennero eletti come blocco di maggioranza del Consiglio Legislativo
Palestinese, e appena fu chiaro che un embargo internazionale guidato dagli USA
avrebbe seguito quella vittoria, io contattai molti intellettuali e scrittori in
Palestina, per lo più quelli che si erano spesso schierati nella parte sinistra
dello schieramento palestinese. Chiesi loro di essere uniti dietro la scelta
collettiva del popolo palestinese e difendere ad ogni costo la sua
democrazia
.

Un paragrafo del mio appello recitava: "Questa
è la prima volta nella nostra storia che una leadership è scelta al nostro
interno per portarci avanti, scelta da quelli che sono stati calpestati, dai
poveri, dagli espropriati. Non mi faccio illusioni sul fatto che l’attuale
parlamento sia una espressione autentica di democrazia, perché niente del genere
può venir fuori sotto un’occupazione, e mi è altrettanto chiaro che questo
Consiglio non rappresenta che una minoranza del nostro popolo, ma non c’è dubbio
che vi è una grande speranza in quei rifugiati, in quei membri di umili
famiglie, in quegli insegnanti di scuole elementari e in quella classe operaia
che ora sta giustamente rivendicando la propria posizione di leadership. A
dispetto di come gli USA interpretino questo atto collettivo, è importante che
noi lo difendiamo articolando le realtà della Palestina per come esse realmente
sono, non secondo le distorsioni a cui i grandi media sono così pronti"
.
 

Intrapresi questa azione quando mi resi conto
che Hamas stava perdendo la battaglia sul fronte dei media. La ragione era
semplice: non avevano né l’esperienza né il giusto programma per raggiungere i
media internazionali ed articolare la propria posizione in un maniera
convincente. Sapendo questo, ed essendo anche consapevole della polarizzazione
in Palestina, temevo che la rappresentazione che sarebbe emersa sarebbe stata
quella di Hamas contro Fatah, del governo islamista contro i laici, come di
fatto accadde
.
 

Come individuo che definisce se stesso un
umanista laico, io non interpretavo il dibattito in Palestina in questi termini,
e credo che la maggior parte degli intellettuali palestinesi della Diaspora —
ciò che costituisce per me un motivo di grande orgoglio — adottarono anch’essi
questa logica: la vera questione era per me quella di una democrazia che stava
per abortire prematuramente come risultato della sinistra unione di molti
governi del mondo, di Israele e di molti corrotti Palestinesi. Nondimeno
l’adirata risposta era comprensibile. Il voto palestinese fu un atto collettivo
di proporzioni epiche che ridicolizzò, quasi istantaneamente, la farsa
dell’amministrazione Bush del Grande Progetto per la Democrazia in Medio
Oriente, un’estensione del Nuovo Progetto per il Medio Oriente della fine degli
anni 90. Il governo USA aveva preparato un progetto specifico, che prevedeva una
finzione di democrazia che avrebbe servito i suoi interessi a lungo termine
nella regione e lo avrebbe posto nella posizione di difensore della volontà
popolare per molti anni a venire, ora che i suoi obiettivi in Iraq apparivano
così incerti
.
 

All’interno le elezioni significavano anche
che i Palestinesi — terrorizzati per sei decenni dall’esercito israeliano,
dalle forze di "sicurezza" palestinesi guidate da Israele e dai loro signori
della guerra — possedevano ancora la forza di reagire ed insistere sul loro
diritto di sfidare lo status quo. Era una delle più grandi vittorie non violente
del popolo palestinese, paragonabile solo alla loro rivolta del 1987.
 

A seguito delle elezioni la leadership del
movimento insisteva a governare secondo le norme della democrazia e della
società civile, e subito rivolse inviti a tutti i gruppi palestinesi per formare
un governo di unità nazionale
.
 

Fatah rifiutò. E non fu una sorpresa. Ma
perché anche la cosiddetta sinistra palestinese rifiutò di entrare nel governo
— a dispetto della grande popolarità tra i Palestinesi — in un atto che
avrebbe aiutato in molte maniere la democrazia palestinese?
 

Nei primi mesi, seguendo il solitario accesso
al potere di Hamas nel Marzo 2006, cominciammo a vedere rispettati intellettuali
palestinesi che rilasciavano ai media dichiarazioni che mettevano a disagio,
attaccando Hamas come se fosse un corpo estraneo, sbarcato da Teheran, e
pertanto, prestando un certo implicito appoggio all’embargo internazionale.
Spesso, con orgoglio, avevo diviso il palco con questi personaggi in incontri
internazionali; alcuni si atteggiavano persino a
socialisti e parlavano con
fervore della lotta collettiva contro l’imperialismo internazionale ed il
bisogno di attivare la società civile nella lotta contro l’ingiustizia e
compagnia bella.
La vittoria di Hamas ha rivelato l’abisso che c’era tra
le parole e le azioni, tra le priorità nazionali ed ideologiche, per non parlare
dei limiti e delle limitazioni di alcuni individui. Quando Hamas ha iniziato i
colloqui con alcuni gruppi "socialisti" palestinesi, ero certo che questi
ultimi avrebbero compreso l’importanza della sfida ed avrebbero preso parte al
governo di unità nazionale, anche se un’alleanza con un gruppo religioso avrebbe
creato attriti con i loro principi generali. Io pensavo che la situazione era
troppo seria perché manifesti e programmi di partiti si mettessero di mezzo.
Avevo torto
.

Dopo la resistenza
armata degli anni 70 a Gaza, guidata in parte da vari gruppi socialisti, non ci
fu più una sinistra popolare che sapesse fare appello all’immaginario di larghi
strati della popolazione palestinese. Benché alcuni di questi gruppi avessero
mantenuto una certa posizione di integrità — ad esempio opponendosi agli
Accordi di Oslo — rimanevano per lo più confinati nelle università, nei circoli
urbani accademici e artistici, e tra gli intelletuali del ceto medio — o talora
dei ceti più elevati
.

La bizzarria del
caso vuole che Hamas, in base ad una definizione pratica, è più vicina ai
principi socialisti degli intellettuali "socialisti" urbani
.

Prendendo le difese
di Hamas e della volontà del popolo palestinese, io non
ho sentito di deviare
dai miei stessi principi. La mia lettera alla sinistra palestinese non generò
risposte — la mia presa di posizione ha suscitato un entusiasmo molto maggiore
in occidente tra i progressisti occidentali. Ora che la divisione tra Hamas e
Fatah è assurta a divisione quasi geografica — un allontanamento completo dagli
obiettivi nazionali palestinesi, molti a sinistra vanno ripetendo come
pappagalli vecchi mantra, sgomitando per qualche apparizione alla BBC, avanzando
pretese verso Hamas ed usando espressioni come "golpe contro la democrazia
palestinese
".

Per cominciare
occorrerebbe chiarire se esiste ancora una sinistra palestinese; hanno perso la
sola opportunità che avevano per giocare un ruolo importante, ed ora continuano
a corteggiare lo status quo, atteggiandosi come se fossero i pochi saggi che
svettano da una moltitudine di sciocchi: l’esatta definizione dell’elitismo
intellettuale.

 

Ramzy Baroud è uno scrittore americano-palestinese, direttore di PalestineChronicle.com; il suo libro più recente
è
The
Second Palestinian Intifada: A Chronicle of a People’s Struggle
(Pluto
Press, London).
  

Tradotto dall’inglese da Gianluca Bifolchi, un membro di
Tlaxcala (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la diversità linguistica.
Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente
riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore
e la fonte
.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.