La strategia israeliana dei fatti compiuti.

Riceviamo dal prof. Michelguglielmo Torri e pubblichiamo.

Cari amici,
    quale è stato il contributo di Olmert alla soluzione o meno della questione palestinese? Qui di seguito tento di fare il punto in un breve articolo giornalistico.
    Buona lettura.
    Michelguglielmo Torri
 

La strategia israeliana dei fatti compiuti 

Fin dal 1993, con l’avvio del fallimentare «processo di pace» di Oslo, lo stato d’Israele ha portato avanti una politica basata su due capisaldi: asserire di voler negoziare con i palestinesi ma, nel contempo, creare unilateralmente fatti compiuti – e possibilmente irreversibili – nei territori occupati, oggetto del negoziato. Questa politica è stata scrupolosamente seguita anche da Ehud Olmert durante il suo mandato di primo ministro. In effetti, fin dalla sua elezione a primo ministro, circa due anni fa, uno degli obiettivi prioritari da lui enunciati era stato di trasformare quella che in Israele si chiama la «barriera di sicurezza» nel confine effettivo dello stato. La «barriera di sicurezza», o per meglio dire il muro, era stata dichiarata contraria al diritto internazionale da una sentenza del Tribunale internazionale dell’Aia, il 9 luglio 2004. La costruzione del muro era però andata avanti, in base alla giustificazione che esso era necessario a difendere Israele dagli attentati terroristici provenienti dai territori occupati. In realtà, basta guardare il percorso estremamente circonvoluto del muro per rendersi conto che la sua costruzione non ha nessun rapporto con esigenze militari effettive. In quest’ultimo caso il suo perimetro sarebbe profondamente modificato, in modo da renderlo più breve e più facilmente difendibile.

In ogni caso, nessuno avrebbe potuto contestare la costruzione del muro se questa fosse avvenuta lungo i confini pre-1967, generalmente accettati come quelli internazionalmente riconosciuti. Anche l’India ha costruito un muro difensivo in Kashmir, ma, ovviamente, non vi è stata nessuna contestazione, dato che è stato costruito entro i confini indiani riconosciuti a livello internazionale. Nel caso dei territori occupati palestinesi, invece, la costruzione del muro ha mirato fin dall’inizio ad ottenere quello che i negoziatori israeliani non erano riusciti ad imporre ad Arafat nelle trattative di Camp David dell’estate del 2000: la definitiva incorporazione in Israele di una congrua parte della Cisgiordania, inclusa tutta la città di Gerusalemme.

Mentre la costruzione del muro è proseguita, la politica di Olmert è stata quella di espandere gli insediamenti ebraici ad occidente del muro, soprattutto nella zona intorno a Gerusalemme. Per non danneggiare la sua immagine di uomo aperto al dialogo con i palestinesi, Olmert ha evitato di prendere pubblicamente posizione sulla politica in questione. L’ha tuttavia portata avanti con continuità e con vigore, servendosi del ministro delle Abitazioni, Ze’ev Boim (competente per Gerusalemme), e del ministro della Difesa, Ehud Barak (competente per i territori occupati).

Questa strategia mirava all’incorporazione all’interno dei nuovi confini, delimitati dal muro, di una congrua parte della Cisgiordania, che includesse quasi tutti gli insediamenti ebraici importanti. Nel maggio 2008, alla vigilia della fine del mandato di Olmert, era stato completato il 57% del muro (pari a 409 chilometri); un altro 9% era in costruzione (66 chilometri); il restante 34% (248 chilometri) era invece ancora nella fase di progettazione. Quando la costruzione del muro terminerà, l’11,9% della Cisgiordania, compresa l’intera città di Gerusalemme, sarà definitivamente incorporata nello stato d’Israele, insieme ai 498.000 palestinesi che vi vivono (di cui 225.000 a Gerusalemme Est).

A questo avrebbe dovuto accompagnarsi il graduale abbandono, ad est del muro, degli insediamenti di minor conto. Questi ultimi sono spesso «illegali», cioè ritenuti tali dallo stesso stato israeliano, in quanto creati senza il suo consenso. In realtà, secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti civili in un territorio occupato militarmente sono illegali; ne consegue che tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. Sia come sia, Israele, aderendo agli impegni contenuti nella roadmap, si era impegnato, quanto meno, ad evacuare gli insediamenti da esso classificati come «illegali». Dopo un unico episodio, avvenuto subito dopo l’inizio del suo mandato, Olmert aveva però evitato di ricorrere alla forza per far sgomberare gli insediamenti «illegali», preferendo ricorrere alla tattica di offrire ai coloni che vi risiedevano nuove sedi e cospicue concessioni economiche. Il risultato è stato che, alla fine del mandato di Olmert, solo quattro dei 26 insediamenti «illegali» che Israele aveva promesso di rimuovere erano stati abbandonati.

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