Laboratorio Palestina: come Israele diffonde la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo

MEMO. Di  Ramona Wadi. Il libro di Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory: How Israel exports the technology of occupation around the world (Verso Books, 2023), è una lettura adatta in qualsiasi momento, ma la pulizia etnica in atto a Gaza e la risposta complice della comunità internazionale rendono questo libro una necessità, soprattutto perché c’è una forte storia di legami diplomatici e militari dietro l’attuale dimostrazione di sostegno alle recenti atrocità commesse da Israele. Come sottolinea l’autore, “Israele viene ammirato come una nazione che si regge da sola e che non ha vergogna di usare la forza estrema per mantenersi tale”.

Facendo notare come Israele dipenda dalla commercializzazione della sua occupazione militare, Loewenstein si addentra nella diplomazia che ha permesso all’impresa coloniale di essere al centro della scena con la sua tecnologia militare e la sua sorveglianza. Storicamente, Israele ha sostenuto dittature in tutto il mondo ed è ancora lodato come un esempio degno di emulazione. Un esempio di quest’ultima è stato dato dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, la cui visione dell’Ucraina è probabilmente stata modellata su Israele. Nel 2022, l’allora ministro degli Interni Ayelet Shaked descrisse Israele come un Paese con “opportunità senza precedenti” in termini di profitto ricavato dalla violenza. Con un simile percorso storico, non c’è da stupirsi.

Anche prima della fondazione di Israele, osserva Loewenstein, il movimento sionista aveva già creato un solido commercio di armi che risaliva agli anni ’30, durante gli anni del Mandato britannico della Lega delle Nazioni sulla Palestina. Negli anni ‘50 Israele esportava armamenti e la Elbit, società che produce armi, venne fondata nel 1966.

“Il genocidio del Guatemala è stato compiuto con l’aiuto di armi israeliane”.

Loewenstein apre la sua discussione sulle esportazioni israeliane di armi citando il Cile, un argomento che Israele è determinato a celare a qualsiasi tipo di controllo, mantenendo classificati i documenti che lo riguardano. Tuttavia, i documenti statunitensi dimostrano che Israele era uno dei principali fornitori di armi del dittatore di destra Augusto Pinochet e fanno notare anche che un cambio di governo in Israele difficilmente avrebbe potuto alterare lo status quo in tal senso. Parlando del caso di David Silbermann, un amico ebreo del presidente Salvador Allende che fu fatto sparire dalla dittatura di Pinochet, Loewenstein scrive di come Israele si rifiutò di rivelare informazioni importanti ai parenti di Silbermann. Il Cile è solo uno degli esempi di vendita di armi israeliane alle dittature: anche altre della stessa epoca, come Guatemala, Paraguay, Argentina e Honduras, hanno beneficiato della tecnologia militare israeliana. Il genocidio guatemalteco fu portato a termine con l’aiuto di armi israeliane. E non si è trattato di una novità per Israele, poiché i gruppi terroristici paramilitari sionisti avevano già effettuato la pulizia etnica della popolazione indigena palestinese, aprendo la strada allo Stato dei coloni.

Notando che gli Stati Uniti erano l’unica superpotenza rimasta dopo la Guerra Fredda, Loewenstein illustra l’impunità che gli USA riservano a Israele e il modo in cui questa si lega all’impresa coloniale nel suo complesso. Israele ne ha tratto vantaggio soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando ha commercializzato la sua tecnologia per utilizzarla nella cosiddetta guerra al terrorismo. Infatti nel 2008, all’Università Bar Ilan, Benjamin Netanyahu affermava: “Stiamo beneficiando di una cosa, ovvero dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono e della guerra americana in Iraq”.

“La guerra al terrorismo dopo l’11 settembre ha rafforzato la pratica decennale di Israele di aiutare gli altri Stati a combattere le loro battaglie contro popolazioni indesiderate”, scrive Lowenstein. “Probabilmente, è stato fatto con meno imbarazzo perché ora l’unica superpotenza del mondo stava facendo esattamente la stessa cosa, indipendentemente dal fatto che fosse guidata da un presidente democratico o repubblicano”.

Come si conviene ad ogni violenza coloniale, anche Israele ha condotto le sue esportazioni di armi e la sua diplomazia in modo da non porre alcuna contraddizione tra ciò che sostiene una nazione e ciò che invece fa al popolo palestinese. Loewenstein fa notare che Israele ha partecipato al genocidio del Myanmar attraverso la vendita di armi senza alcuna restrizione, opponendosi al contempo al diritto al ritorno dei rifugiati Rohingya per evitare qualsiasi osservazione sul proprio rifiuto di aderire al legittimo diritto al ritorno dei palestinesi.

La tecnologia di sorveglianza è un altro tipo di export disumanizzante che Israele ha testato sui palestinesi e che produce miliardi di dollari di guadagni. La tecnologia di riconoscimento facciale è ampiamente utilizzata nella città di Hebron occupata. Israele svolge un ruolo importante anche in Frontex che monitora il Mediterraneo per prevenire la migrazione verso l’Europa, e fornendo all’agenzia i droni Heron. Anche in questo caso, la tecnologia di sorveglianza viene utilizzata contro popolazioni indesiderate; in questo modo, Israele sta diffondendo i propri sistemi di sorveglianza solitamente utilizzati contro il popolo palestinese. In Ungheria e Bulgaria, inoltre, l’idea di costruire muri per tenere fuori i rifugiati è stata modellata sul tipo di recinzione eretta al confine tra Israele ed Egitto, allo scopo di tenere fuori i rifugiati etiopi.

Ciò che emerge dal libro di Loewenstein è la diffusione globale di Israele per quel che riguarda le esportazioni di armi e di tecnologie di sorveglianza, che contraddice la frequente affermazione di Israele di essere uno Stato isolato circondato da vicini ostili. Al contrario, la tecnologia militare israeliana è alla base di una moltitudine di violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità commessi in tutto il mondo. Il suo software di spionaggio, ad esempio, ha aiutato i governi a rintracciare e uccidere i dissidenti; il caso più recente e famoso, che ha attirato l’attenzione mondiale, è stato quello del giornalista saudita Jamal Khashoggi nell’ottobre 2018.

Loewenstein cita l’Istituto di Gerusalemme per la Strategia e la Sicurezza: “La crescita delle industrie della difesa israeliane è una storia di successo imprescindibile dalla storia dello Stato di Israele e dell’intero progetto sionista. Le industrie della difesa israeliane sono, giustamente, una fonte di orgoglio nazionale”.

C’è poco che possa rovinare questa immagine, afferma l’autore. L’autore elenca anche la possibilità di un trasferimento forzato di massa dei palestinesi senza possibilità di ritorno, uno scenario che probabilmente si verificherà a Gaza. Loewenstein traccia in modo molto dettagliato la complicità della comunità internazionale con Israele. Ciò che sta accadendo a Gaza deve essere considerato anche da una prospettiva globale per capire, come scrive l’autore, in che modo “il laboratorio israeliano sulla Palestina prospera grazie alla disgregazione e alla violenza globale”.

Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi