L'avevamo detto….

L’ AVEVAMO DETTO…

  Questo dicono Israele, gli occidentali e i nostri media, confermati nel loro lungo lavoro di progressivo annichilimento del popolo palestinese, responsabili di aver sempre taciuto ciò che è stato voluto da Israele e ottenuto dall’embargo, dal boicottaggio totale e dall’isolamento dell’Europa.

Questo diciamo noi, immersi nel dolore, perchè se Israele ha fatto di tutto per ottenere questo disastro, ad uccidere l’ultima speranza di uno stato palestinese non sono solo le milizie con i loro capi che tengono tutti in ostaggio o i leader irresponsabili di Hamas e Fatah, ma tutti quei paesi, compreso il nostro, che hanno abbandonato sempre Abu Mazen condannando tutti i palestinesi a morire lentamente nella prigione di Gaza e Cisgiordania.

Questo numero di BoccheScucite non rinuncia ai suoi usuali approfondimenti sull’occupazione perchè proprio qui ci sono le radici di quanto sta accadendo…e condividiamo la sintesi dell’appello del Coordinamento delle presenze in Palestina, nell’angoscia di assistere a questa lotta per il potere sulle macerie di una Palestina che ancora i media si ostinano a non dire che è ridotta allo sfascio dall’occupazione, in una Gaza che è sempre stata un ‘laboratorio’ israeliano, sostenuto dalla comunità internazionale, dove gli esseri umani vengono usati come conigli per testare le pratiche più perverse di soffocamento economico e riduzione alla fame”.(John Pilger). "Se i capi palestinesi, con questa guerra fratricida, hanno messo l’ultimo chiodo sulla bara dello stato palestinese, nessuno si senta sollevato, perchè quella bara era pronta da tempo." (Angela Pascucci)

 

Sono ore drammatiche a Gaza, la tensione accumulata in questi mesi di isolamento politico ed embargo economico sta esplodendo, l’uso strumentale della contrapposizione tra gruppi e milizie ha sortito l’unico effetto prevedibile: uno scontro interno che degrada di ora in ora. La popolazione civile di Gaza ancora una volta è spettatrice impotente di morte e distruzione. Ieri l’ultimo disperato tentativo di riprendere in mano il proprio destino, scendendo in strada per chiedere la cessazione della violenza, è stato velocemente vanificato dai cecchini che hanno sparato sulla folla, uccidendo due persone. La comunità internazionale, responsabile di questo precipitare degli eventi quanto le leadership palestinesi ed israeliane, assiste silenziosa all’ennesima tragedia annunciata. Alle popolazioni civili e agli operatori umanitari italiani e di altre nazionalità che da anni sono impegnati a Gaza in progetti di sostegno e sviluppo va tutto la nostra solidarietà e vicinanza.
Chiediamo l’immediato invio di una forza multinazionale che fermi la violenza in tutta la striscia di Gaza e nel resto dei Territori Palestinesi Occupati. Chiediamo ai Governi Europei di rompere immediatamente l’embargo economico che da un anno e mezzo soffoca lentamente i palestinesi, punendoli per avere scelto democraticamente il proprio governo. In queste ore una cittadina italiana, operatrice umanitaria, è ancora bloccata a Gaza perchè il governo israeliano non le concede il permesso di entrata/transito sul territorio dello stato di Israele. Chiediamo al Governo Italiano di impegnarsi immediatamente per tutelare la sicurezza di una sua cittadina e di fare pressioni sul Governo Israeliano affinchè le permetta di essere evacuata immediatamente.
Coordinamento Presenze Civili di Pace in Palestina ed Israele. 14 giugno 2007
 

PERCHE’ STA ACCADENDO TUTTO QUESTO? Per cercare risposte vi invitiamo a seguire con pazienza questo numero, che ribadisce ancora una volta che la causa principale di questo infinito disastro è l’occupazione e non "la natura aggressiva di un terrorismo che non è affatto reazione all’occupazione israeliana, ma strategia per il potere assoluto", come affermato oggi da Magdi Allam nel Corriere della Sera.

 

 

voci dalla Palestina occupata

 

BoccheScucite

 

 

quindicinale di controinformazione

numero 35: 15 giugno 2007

 

Sei giorni lunghi 40 anni: ma non vedete che è un massacro! Parola di Nazioni Unite

 

Ancora. Ancora una volta a voce alta. Ancora una volta completamente inascoltati.

 

Gli autorevoli pronunciamenti dell’ONU non smettono di dire semplicemente le cose come stanno e di denunciarle ad un mondo che puntualmente le censura. Uffici diversi si alternano nel lanciare appelli sempre più sconvolgenti, ma sui nostri media leggiamo in queste settimane solo dissertazioni sulla guerra dei sei giorni che ha inaugurato "l’occupazione militare più lunga del mondo contemporaneo", ritenuta "la guerra perfetta" che "ha cambiato in meglio il corso della storia" (vedi HANNO DETTO). Questa volta è l’ILO, Agenzia ONU sull’occupazione, a denunciare "restrizioni e vessazioni continue" per "la chiusura dei Territori Occupati come principale causa dell’aggravarsi della situazione economica dei palestinesi". Ma dovrebbero diventare titolo di prima pagina alcune delle durissime valutazioni dell’Osservatore dell’Onu John Dugard, che già nei suoi precedenti Rapporti per le Nazioni Unite non aveva esitato a parlare di "apartheid" per una situazione che "dobbiamo riconoscere come una pura e semplice annessione di un territorio sotto il pretesto della sicurezza. "Ma -proseguiva Dugard- nel diritto internazionale è impiegato un altro termine per questo tipo di annessione: quello di conquista." E nonostante anni e anni di Risoluzioni Onu disattese da Israele, Dugard ricorda ora che "il cosiddetto Quartetto, Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite, continua ad ignorare le continue violazioni dei diritti umani da parte di Israele, incluse le incursioni militari e gli arresti, i continui nuovi insediamenti e la costruzione del muro dentro il territorio palestinese, i check-point e le trattenute sulle tasse (che spettano ai palestinesi). Bisogna trattare equamente entrambe le parti e attuare un riconoscimento non solo ad una delle due parti". (leggi sulla sicurezza di Israele in A VOCE ALTA). Fa così l’esempio degli assassinii extragiudiziali commessi da Israele nell’indifferenza del mondo: "completamente illegali dal punto di vista del diritto internazionale, diventano delle vere e proprie esecuzioni capitali portate a termine senza alcuna accusa, nè processo". E ricorda che Israele h
a arrestato oltre 30 tra ministri, deputati e sindaci oltre ai 40 ministri arrestati lo scorso anno e tuttora detenuti in Israele, senza alcuna imminente prospettiva di essere scarcerati, senza uno straccio di accusa: sono "evidenti atti di punizione collettiva".

 

  BoccheScucite diffonde in questo editoriale una pesantissima anticipazione che abbiamo per ora solo da un canale privato (nel prossimo numero ci impegniamo a darvi più chiare notizie sulle vie che percorreremo per denunciare questo gravissimo tentativo di mettere a tacere le Nazioni Unite): alcune potenti lobbies americane starebbero facendo fortissime pressioni per far chiudere gli Uffici dell’OCHA in Palestina. Se ciò fosse confermato significherebbe boicottare uno straordinario lavoro di centinaia di coraggiosi funzionari che, attraverso una fitta rete di uffici e contatti, monitorano e denunciano tutte le infinite violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale, con conseguenze pesantissime sulla vita della popolazione sotto regime di occupazione da 40 anni. Anche grazie alla Campagna di Pax Christi "Appesi alla speranza", si è diffuso in Italia il lavoro dell’Ocha, le sue mappe aggiornate ogni tre mesi e i suoi Rapporti. (per ricevere le mappe dell’OCHA www.paxchristi.it )

 

Ai Rapporti delle Nazioni Unite fanno eco poi tutti quelli delle Organizzazioni internazionali che subiscono puntualmente la stessa sorte, per cui leggendo il giornale alla mattina stai pur certo che non ne troverai traccia…

 

Così Amnesty International nel suo Rapporto annuale ricorda che "il muro che Israele sta costruendo nella Cisgiordania occupata ha causato morte e sofferenze ai palestinesi e dovrebbe essere abbattuto". Denuncia senza mezzi termini che "l’economia palestinese è praticamente distrutta a causa delle misure restrittive adottate da Israele. Sono 650 i palestinesi uccisi dalle forze israeliane, di cui 120 bambini, solo nel 2006, 700 i chilometri di muro ormai costruiti, come 700 sono anche i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane senza accuse nè processo" (in LENTE D’INGRANDIMENTO non perdere un fortissimo reportage sul Muro).

 

E gli amici di Operazione Colomba hanno fatto uno straordinario servizio traducendo in italiano un Rapporto di Bet’selem sulla realtà delle colonie, frutto della guerra dei sei giorni e principale ostacolo alla pace possibile (per ordinare copie del rapporto "Terra Rubata" www.operazionecolomba.org ).

 

"Sei giorni lunghi 40 anni": così l’israeliano Zvi Shuldiner sintetizza la memoria del 1967 e la realtà di un’occupazione che andrebbe denunciata con più coraggio. Con quello per esempio dell’ebreo Moni Ovadia, per il quale "l’occupazione e la colonizzazione sono la radice di tutti i mali e senza rimuoverle nulla è destinato a cambiare" (La Rinascita).

Ma allora ecco una nuova rubrica di BoccheScucite: GIÙ LA MASCHERA.

Fate un esperimento con noi: provate a leggere dentro le righe di un articolo qualsiasi del Corriere della Sera e scoprirete quanta falsità e quanta distanza abissale dai Rapporti che l’Onu si ostina a pubblicare per noi tutti…


 

 

CERCANDO DISPERATAMENTE LA SICUREZZA

 

In

Israele, il concetto di «sicurezza» è un concetto potente.

Serve a giustificare ogni attività militare, compresa l’occupazione dei territori palestinesi, e budget importanti le sono attribuiti. Effettivamente, una mistica si è sviluppata intorno alla sicurezza – «la sicurezza nazionale» è una frase che evoca non solo l’aumento dei budget militari ma fa tacere la critica e impedisce la trasparenza. Recenti sforzi per impedire la pubblicazione di testimonianze sulla seconda guerra del Libano sono stati giustificati in nome della «sicurezza». Una volta la sicurezza aveva un significato molto più ampio della sua definizione militare. Talvolta è difficile ricordarsi di quest’uso più vecchio della «sicurezza», ma in questi ultimi anni sono stati fatti degli sforzi per riattivarlo. Si parla di «sicurezza umana» che comporta dei settori di attività come:

*la sicurezza economica (avere un lavoro, una casa, l’accesso alle cure sanitarie); *la sicurezza personale (una sicurezza contro la violenza di genere, una protezione contro la criminalità, avere i figli al sicuro dalla droga); e *la sicurezza ecologica (sapere che l’acqua del rubinetto è pulita e pura, avere accesso a spiagge pulite, poter respirare aria pura).  Per molte generazioni però, né i Palestinesi né gli Israeliani hanno conosciuto la sicurezza, né in senso stretto né in un’accezione più ampia.

Le due società hanno vissuto in una condizione di paura e di insicurezza permanenti da molti anni. E benché i Palestinesi abbiano pagato un prezzo più alto che gli Israeliani in questo conflitto, è perfettamente chiaro che gli Israeliani vivono in una continua situazione di paura e insicurezza.

 

Tuttavia, se voi parlate con degli Israeliani dell’occupazione, molti vi diranno che Israele non può  lasciare i territori occupati per ragioni di «sicurezza». Diranno che c’è più sicurezza restando in Cisgiordania, costruendo un’alta «barriera di sicurezza» e assediando la Striscia di Gaza. Stranamente, pochi Israeliani si fermano a riflettere se

queste misure militari portino una sicurezza cercata da tempo o se in realtà non siano state controproducenti, approfondendo solo la paura e l’insicurezza.

 

Noi cerchiamo di dimostrare agli israeliani che la sicurezza non deriva dall’avere un esercito forte e aggressivo, ma è piuttosto il prodotto di un ampio ventaglio di attività,

che includono il vivere in una società che si preoccupi dei suoi poveri, che riduca la violenza, protegga le sue risorse naturali e coesista in pace con i suoi vicini.

In effetti «la pace è il modo migliore di promuovere la sicurezza». Partecipando a questa campagna, noi invitiamo degli Israeliani a fare dei «tour di realtà» per mostrare loro il Muro di separazione. Li conduciamo nelle case dei Palestinesi che sono stati separati dalla loro terra, dal loro lavoro e dalle loro scuole dal Muro, e diamo ai Palestinesi un’opportunità di raccontare la loro vita e come il Muro l’abbia cambiata. Per la maggior parte degli Israeliani, è la prima volta che parlano con dei

Palestinesi. Portiamo gli Israeliani ai checkpoint perché osservino come i soldati trattano i Palestinesi che cercano di passare. Li portiamo anche a vedere parti d’Israele trascurate dai dirigenti politici – le bidonville,
i rifugi per donne maltrattate, la tratta delle donne, i centri sanitari insufficienti, le scuole attrezzate male. Questi tour sono esperienze forti. Vanno aldilà di quel che gli Israeliani vedono nei media, mostrando loro una fetta di realtà che non hanno mai visto prima. E poi chiediamo: Pensate che la politica del nostro governo abbia favorito la nostra sicurezza? O non l’ha piuttosto compromessa? Speriamo che le vecchie idee lascino gradualmente il posto ad una nuova comprensione: che Israele non sarà mai in grado di assicurare i bisogni della nostra popolazione fin quando non sarà realizzato un accordo giusto con i nostri vicini.

 

Gila Svirsky, Common Ground News Service (CGNews), 17 maggio 2007


IL CANCRO DEL 1967

"Quella vittoria fu l’inizio di una lunga oppressione. Un cancro che ha finito per distruggere l’occupato e l’occupante" (Zvi Shuldiner)

 

NEI GIORNALI…

Perfino il quotidiano israeliano più conservatore,Yediot Aharonot, che spicca in queste settimane per l’esaltazione della guerra dei sei giorni definita come "il conflitto che ha cambiato in meglio il corso della storia, garantendo la sopravvivenza di Israele", perfino queste pagine hanno ospitato un editoriale che confessa e ammette: "La cosa più infernale che potrebbe capitare oggi ad un israeliano sarebbe l’esser legato ad una sedia costretto a vedere in un lungo video le immagini di tutto quello che noi abbiamo fatto ai palestinesi in 40 anni in Cisgiordania!"

 

In effetti in queste settimane i cui si ricordano i 40 anni del "trionfo militare" e della inenarrabile occupazione militare israeliana, sono stati rarissimi i casi di articoli e servizi giornalistici che hanno anche solo citato la mostruosa eredità di quella guerra (non si deve nominare:"occupazione" nè "profughi") che dalla gran parte dei giornali italiani è stata vista come "necessaria lotta per far sopravvivere Israele". Così Libero si fa portavoce di un appello affinchè oggi "ritornino i capi-guerrieri del ‘67". Israele dovrebbe ripetere quel "fenomenale trionfo" che "celebrò la liberazione di Gerusalemme e della patria biblica in Cisgiordania". Ma quarant’anni dopo il conflitto è più aspro che mai. Per The Economist è stata "una vittoria di Pirro. Una tragedia per lo stato ebraico e per i suoi vicini". Insomma "una vittoria sprecata" preso atto che "è scandaloso che l’occupazione continui dal 1967, con quattro milioni di persone alla disperata ricerca dell’indipendenza in un territorio soffocato dagli insediamenti e chiuso dalle recinzioni e i posti di blocco"(Internazionale). E l’israeliano Akiva Eldar sintetizza: “oggi Israele sta ancora perdendo l’opportunità di trasformare la sua vittoria militare nel più grande risultato. Sta perdendo la sua guerra d’indipendenza. Indipendenza dal controllo della vita degli altri!" (Manifesto).

 

…E ALLA RADIO…

Qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare alla radio la trasmissione Radiotre Mondo che ricordava i quarant’anni della guerra detta “dei sei giorni”.

C’era il presentatore e c’era una signora, presentata come docente universitaria. La donna spiegava subito come Israele avesse allora dovuto difendersi perché era minacciata come lo è oggi. Spiegava che oggi i pericoli incombenti su Israele sono due: i terroristi palestinesi e le minacce di Ahmadinejad. Poi il presentatore dava la linea ad una ragazza che emozionata, leggeva un testo strappalacrime sui pericoli che incombono su Israele. La trasmissione correva sui binari delle mozioni degli affetti per Israele, quando il presentatore dava la linea ad un giovane il quale faceva osservare che gli unici in grado di lanciare l’atomica sono gli Israeliani, ma il suo intervento veniva frettolosamente accantonato. Ho tentato più volte di partecipare prenotandomi due volte al centralino ma non fui ammesso ai microfoni. Il solo al quale fosse accordato un tempo decente per esprimere idee in controtendenza era un giornalista palestinese, ma gli altri figuravano neutri o “esperti” lui invece ghettizzato come parte in causa. 

Io volevo ricordare che, prima del ’67, Israele assieme a Inglesi e Francesi aveva attaccato l’Egitto nel 1956 ed occupato il Sinai (perso poi nel 1973) poi Israele nel 1981 aveva bombardato la costruenda centrale nucelare di Bagdad, poi nell’82 aveva invaso il Libano che nel 2006 aveva ribombardato e reinvaso. Tanto per colmare i vuoti di memoria del presentatore, della professoressa e della commovente ragazzina . Non ho mi hanno dato voce… pazienza.

 

Giorgio Stern, giorgio.stern@aliceposta.it

v

 


Viaggio in Cisgiordania tra i mille ghetti del Muro

AD ABU DIS primo sobborgo arabo «murato» all’uscita di Gerusalemme. Un inferno di cemento e filo spinato. Abu Dis, Ramallah, Tulkarem, Qalqilya, qui vive il popolo dei senza speranza, ostaggio di Israele ma anche delle bande armate palestinesi che dettano legge nei Territori

 

Il

ragazzo invalido fa fatica a superare il muro. Si arrampica, annaspa, lancia un grido di dolore. E poi si lascia cadere nelle braccia degli infermieri della Mezzaluna rossa palestinese. Il tutto sotto lo sguardo distratto di un giovane soldato israeliano in assetto di guerra. Scene di vita quotidiana ad Abu Dis, primo sobborgo arabo «murato» all’uscita di Gerusalemme, in direzione della Cisgiordania. Walid – è il nome del ragazzo infermo – ci racconta in lacrime la sua storia: «Due anni fa, una pallottola di gomma sparata da un soldato israeliano durante una manifestazione a Ramallah mi ha colpito alla gamba. Da allora faccio fatica a muovermi. Devo essere trasportato in carrozzella e per avere le cure necessarie oggi devo superare questo maledetto muro per raggiungere l’ospedale. Mi creda, è un inferno». Un inferno di cemento e di filo spinato che si snoda per centinaia di chilometri. Per gli israeliani è una barriera di difesa dagli attacchi dei kamikaze; per i palestinesi è il Muro della sofferenza e dell’umiliazione. «Dietro questo Muro – ci dice l’anziano Mahmud, venditore ambulante di spezie – un popolo sta morendo. «Siamo consapevoli dei patimenti della popolazione palestinese, ma essi vanno imputati ad una dirigenza succube dei gruppi terroristi. Israele ha il diritto e il dovere di difendere i suoi cittadini, a questo e solo a questo serve la barriera di sicurezza», sottolinea Avi Panzer, portavoce del premier Ehud Olmert. «Senza quella barriera – aggiunge – lo stillicidio di attacchi terroristici contro civili inermi non si sarebbe arrestato».

Ma un viaggio lungo
il Muro che divide la Cisgiordania dallo Stato ebraico è innanzitutto un viaggio, angosciante, nella sofferenza dei senza speranza. A un muro già innalzato si accompagnano tratti di un muro in via di edificazione. E laddove non vi sono barriere di cemento e di filo spinato, ci pensano i ceck-point istituiti dall’esercito israeliano a spezzare in mille frammenti territoriali le città e i villaggi della Cisgiordania. Percorrendo il tratto di strada che collega Abu Dis ai ceck-point di Ramallah, Tulkarem, Qalqilya, assistiamo a scene che toccano il cuore: un’anziana donna che cerca, non riuscendoci, di scavalcare il muro. Cade e si rialza più volte, spargendo sul terreno i sacchetti con la frutta e verdura. Accanto a lei, un bambino di non più di quattro-cinque anni piange e prova a sorreggere l’anziana palestinese. I segni di una quotidiana violenza li ritrovi nelle macerie delle case rase al suolo dai bulldozer israeliani, in ciò che resta delle auto sventrate dai carri armati di Tsahal. I segni di un presente che non lascia spazio alla speranza li leggi negli sguardi smarriti, impauriti, dei bambini che affollano i ceck-point chiedendo l’elemosina o vendendo acqua e tè alla menta. I segni del degrado li respiri dalle montagne di rifiuti che affiancano la barriera israeliana. La rabbia si mischia al dolore, l’umiliazione alla dignità della povera gente, ostaggio di Israele ma anche delle bande armate palestinesi che dettano legge nei Territori. Villaggi-fantasma, strade dissestate, fogne a cielo aperto. E ancora: reticolati che circondano intere città, aree un tempo agricole spianate dai bulldozer. E poi le scritte sui lastroni di cemento armato, che raccontano sofferenza e dignità di un popolo. Scritte come: «resistere vuol dire esistere». Sono queste le immagini che rimangono impresse nella mente in un viaggio al di là del Muro. Un viaggio in una terra divisa, espropriata, «insediata». Oggi sono oltre 245mila i coloni in Cisgiordania; nell’ultimo anno il numero delle abitazioni negli insediamenti è cresciuto di oltre 1885 unità-alloggio, e per altre 6mila il governo di Ehud Olmert ha dato il via libera. In aggiunta, sulle terre espropriate si sono costruiti quattrocento chilometri di strade private per i soli coloni. Queste strade – che si sviluppano a vista d’occhio – percorrono la Cisgiordania come una griglia che accerchia e interrompe le enclave palestinesi. Se Gaza è una enorme prigione a cielo aperto, la Cisgiordania è una terra frantumata in mille ghetti. L’angoscia è compagna di viaggio, e cresce di chilometro in chilometro, perché questo Muro sembra davvero non finire mai. Nahalin, Hussan, Batir, Walaja: sono quattro villaggi nel cosiddetto Triangolo Cristiano a sud di Gerusalemme. I quattro villaggi sono circondati dal Muro, intrappolati da tutti i lati. Attraversare ciascuna delle enclavi , da un muro all’altro, richiede 10-20 minuti di cammino. Ogni abitante di questi villaggi non è mai lontano dal muro più di un chilometro. Non solo i terreni agricoli, ma le scuole, gli ospedali, le cliniche, i mercati, i negozi, i luoghi di lavoro, sono tutti fuori. Per uscire bisogna passare un cancello, attraverso un ceck-point dell’esercito israeliano. Il cancello sarà probabilmente chiuso, perché è aperto solo un paio di ore al giorno, o perché qualche autorità ha deciso di dichiarare lo stato di massima allerta, o perché è una festività ebraica, o più banalmente perché il soldato incaricato non si è svegliato in tempo. E se accade che il cancello è aperto, racconta Faisal, 21 anni, il soldato potrà lasciarti passare (se hai il permesso necessario), oppure no (per qualsiasi motivo, o senza alcun motivo). Ci sono dozzine di villaggi accerchiati in questo modo in tutta la Cisgiordania. Villaggi come Faqqua, vicino a Jenin: il Muro non solo separa i contadini dalla maggior parte della propria terra, ma circonda tutto il villaggio.

Suor Marie Dominique Croyal è la direttrice della Casa di Riposo per anziani di N.S.dei Dolori., a Gerusalemme Est. A pochi passi dall’entrata, è stata eretta la «barriera difensiva». Questa è la sua testimonianza: «Questo muro l’hanno già scavalcato migliaia di persone: studenti, mamme con i bimbi in braccio e persone anziane… Numerose sono state le cadute a volte mortali. Alcuni mesi fa abbiamo chiamato l’ambulanza per soccorrere un uomo di circa 65 anni, che era caduto dal muro a capofitto ed aveva perso conoscenza». « L’ambulanza – prosegue Sr Marie Dominique – è arrivata dopo mezz’ora e all’andata, al crocevia di Betania, è stata perquisita dall’esercito, che ha fatto scendere la moglie del ferito, ritardando le cure. Quello che succede ai piedi di questo muro è divenuto intollerabile…». Neanche la più fertile mente diplomatica può immaginare, oggi, di ricomporre questa miriade di puzzle territoriali in uno Stato. Da Qalqilya a Tulkarem, da Ramallah a Nablus: sono decine i racconti che ho ascoltato di nuclei familiari divisi dal Muro, di malati impossibilitati a raggiungere gli ospedali e i luoghi di cura all’interno della Cisgiordania. La barriera di cemento armato che «avvolge» Gerusalemme è alta 8 metri, il doppio del muro di Berlino, sovrastata ogni 300 metri da torri di controllo, potenziata da trincee profonde due metri: costeggiarla dà un senso di asfissia. Laddove attraversa aree urbane – il 10% del percorso, ma con la più alta densità di popolazione – il Muro è composto da blocchi di cemento armato alti dai 6 ai 9 metri. Nelle aree rurali, invece, il Muro assume la forma di una barriera larga dai 50 agli 80 metri e composta da vari elementi: filo spinato, trincea, rete metallica, sensori di movimento, pista di pattugliamento, e striscia di sabbia.

Non soltanto il Muro non segue la «Green Line» del 1967, ma esso ripiega su se stesso creando 22 enclavi. La crescita del Muro violenta la memoria: a Tulkarem c’era un mercato fatto di baracche e prefabbricati: era un punto di incontro per noi giornalisti che ci addentravamo nei Territori: quel mercatino era famoso per i suoi deliziosi panini caldi al sesamo. Adesso c’è il Muro: È alto otto metri e da una parte e dall’altra corre il filo spinato e un fossato, e dove c’erano campi coltivati ora i contadini vedono, impotenti, l’erba che cresce selvaggia e le olive che cadono nelle reti. Qalqilya, città a nord-ovest della Cisgiordania, è il maggior comune palestinese. Con una popolazione di più di 42mila abitanti, essa è anche il centro di riferimento per 32 villaggi vicini, cioè altre 90 mila fanno affidamento sulla città per i servizi sanitari e l’istruzione. Un affidamento che si fa sempre più etereo, perché Qalqilya è stata completamente circondata da una barriera lunga 14 km.

Il Muro trasforma decine di villaggi in vere prigioni a cielo aperto: è il caso di Rafat, a sud di Ramallah: le quattro vie che collegano Rafat ai paesi vicini sono state chiuse dal muro, che qui si presenta con una recinzione di filo spinato con elettricità a cui è impossibile avvicinarsi: i soldati israeliani, infatti, ogni mattina e sera controllano che non ci siano impronte sulla sabbia che è stata messa attorno alla recinzione. A pochi chilometri da Rafat c’è il villaggio di Anatan: qui il muro ha tagliato in due la scuola pubblica. Ad Anatan vive Khaled. Ha 23 anni e sei mesi fa ha spostato Layla, una ragazza di un villaggio vicino. Però il muro li ha separati e la ragazza non ha il permesso di venire a casa sua, nella sua famiglia, da suo marito perché Layla abita in quel villaggio che è stato separato da quel muro. All’ombra del Muro quella che prende sempre più corpo, giorno dopo giorno, è la politica dei fatti compiuti, delle scelte irreversibili, unilaterali, che svuotano di ogni significato concreto un (ipotetico) negoziato. La realizzazione del Muro ha significato, tra l’altro, questo: lo sradicamento di 108.474 alberi di ulivo e limoni palestinesi; la demolizione di 324 kmq di serre e 43 km. di condutture; almeno 121 città e villaggi palestinesi sono stati
, finora, danneggiati dal Muro, che li ha privati della loro terra e delle proprie risorse.

Dei 51 villaggi e città palestinesi che si trovano lungo il percorso della prima fase di costruzione del muro, 29 sono stati separati da più della metà della loro terra. Una volta completato il Muro circonderà circa il 57% della Cisgiordania. E sancirà la fine di ogni speranza (o illusione) di una pace fondata su due Stati. «È il tracciato a svelare la finalità vera del Muro: l’annessione di fatto a Israele di una parte della Cisgiordania», ci dice Mustafa Barghuti, ministro dell’Informazione dell’Anp. E così, nell’impotenza della politica, nella latitanza della diplomazia internazionale, la Cisgiordania è un puzzle di mille ghetti e Israele «cementifica» la sua sicurezza. Cementifica, nel senso, per nulla metaforico, di cemento armato. Quello che dalla Cisgiordania si vorrebbe estendere a Sderot – la cittadina ai confini della Striscia di Gaza bersagliata quotidianamente dai Qassam palestinesi – e magari anche a Netivot e alla vicina Ashqelom (110mila abitanti) che Hamas minaccia di colpire con una pioggia di razzi. «Che fare allora? – si è interrogato il ministro Benjamin Ben Eliezer -. Fortificare tutto? Fortificare magari anche la Galilea, perché è esposta ai razzi Hezbollah? Fortificare con cemento mezzo Israele?». Quel cemento potrà servire per innalzare nuovi Muri, ma di certo affonderà ciò che resta di un sogno chiamato convivenza.

 

Umberto De Giovannangeli inviato ad Abu Dis, L’UNITÀ, 1 giugno 2007

 

v


Ci vuole una sottile abilità per scavare dentro un articolo che apparentemente sembra interessante e serio…Ecco il lavoro di un esperto della controinformazione:

Manca un re per la pace in Israele

(dal CORRIERE DELLA SERA, domenica 6 giugno, Sergio Luzzatto)

 

"in questo nostro tempo, non c’è un re in Israele; la nostra leadership è inesistente". così si esprime lo scrittore israeliano David Grossman nel discorso da lui pronunciato in memoria di Yitzhak Rabin, a Tel Aviv, il 4 novembre 2006. (…) David Grossman aveva ragione, Israele è malato come forse mai nei suoi 60 anni di storia”. (…)

 

Nella pagina OPINIONI del Corriere, leggiamo questo sfogo. ma l’analisi è alquanto di parte … sionista, direi.

 

"il primo stadio della cura consiste in un’applicazione coerente del principio del dialogo. La risposta della democrazia israeliana al prevalere di Hamas in Palestina non può ridursi a una politica intermittente del bastone e della carota. Deve diventare un investimento convinto, e prolungato nel tempo, sulle componenti moderate della società palestinese,"

 

 ahi, già si inciampa: dopo l’"applicazione coerente del principio del dialogo", poche parole dopo ci accorgiamo che il "dialogo" è con chi ci pare a noi e cioè con "le componenti moderate della società palestinese" … come a dire … che abbia vinto Hamas le elezioni regolari dell’anno scorso NON CI INTERESSA, noi siamo la "democrazia israeliana" e abbiamo facoltà di decidere chi sia democratico e chi NO …

e di seguito

 

"e deve muovere da un’autocritica di Israele rispetto alla politica condotta per decenni nei territori. " (…)

 

– consiglio, a chi voglia avere spunti per questa "autocritica", di andarsi a leggere alcune risoluzioni ONU (e NON le più famose: n. 194, 242, 338 …) per venire a conoscenza delle violenze che il governo e l’esercito israeliano sono responsabili in "questa politica condotta per decenni": bombardamenti, arresti, uccisioni … un triste elenco di violazioni delle legislazione internazionale, denunciate (puntualmente, ma spesso inutilmente) dalla comunità internazionale.

 

– i "territori" sono e restano OCCUPATI, non aggiungere tale parola contribuisce a NON rendere chiara la situazione sul terreno e … contribuisce a chiedersi: perchè alcuni giornalisti continuano a dimenticarsene?

 

"una maggioranza di cittadini israeliani è oggi consapevole che l’unica soluzione del conflitto mediorientale risiede in una divisione della terra contesa. finchè non nascerà uno stato palestinese, uno stato cui Israele abbia riconosciuto confini geografici plausibili e prospettive economiche sostenibili, la pace resterà un’illusione." (…)

 

– "confini geografici plausibili": leggo dal dizionario Devoto-Oli, plausibile: accettabile sul piano logico … mi chiedo se abbia un senso tale richiesta, io non lo vedo … cosa è plausibile? dove risiede il piano logico?

Aggiungo che i confini della futura Palestina dovranno essere coincidenti con quelli israeliani in grande percentuale: tutti, a parte il versante della Cisgiordania sul fiume giordano e quindi con la Giordania ed in minima parte la striscia di Gaza con l’Egitto. il nostro opinionista ci parla dei confini palestinesi senza notare (e far notare) che si tratta PRATICAMENTE della STESSA COSA. la domanda sorge spontanea: quali sono i confini di Israele? risposta della comunità internazionale: a tutt’oggi è la linea verde, la linea dell’armistizio della guerra del 1949, punto. nel 1967 Israele, con la guerra dei 6 giorni, la superò ed occupò la Cisgiordania e la striscia di Gaza. la risoluzione ONU 242 ingiunse Israele a ritirarsi …

 

– prospettive economiche sostenibili: di male in peggio … come a dire … se tali" prospettive economiche" non le riteniamo "sostenibili" NON CI INTERESSA. proprio nel periodo in cui parlare di prospettive economiche in Palestina, con l’embargo di Israele e parte della comunità internazionale, suona come una colossale presa in giro.

 

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