Le insopportabili sofferenze dei prigionieri palestinesi

Gaza – Infopal. Le condizioni dei prigionieri palestinesi detenuti all’interno delle carceri degli occupanti israeliani  peggiorano di giorno in giorno. L’amministrazione carceraria sionista continua ad oltraggiare i loro diritti. In contravvenzione alla legislazione internazionale sui diritti umani, i prigionieri palestinesi vengono sottoposti a misure repressive e a persecuzioni. Parallelemente, anche i familiari dei detenuti palestinesi subiscono varie pressioni psicologiche e fisiche. Le difficili condizioni di detenzione, infine, rendono arduo poter condurre una vita normale una volta fuori dalla prigione.

Essere malati: la peggiore delle torture

Oggi, i prigionieri palestinesi malati sono 1.600: 16 sono malati di cancro, 23 sono ricoverati ad oltranza nell’ospedale del carcere di al-Ramla, 187 sono malati cronici, 800 hanno malattie incurabili o sono invalidi e, all’interno delle carceri, possono muoversi unicamente con l’ausilio  sedie a rotelle o stampelle. Nonostante il loro gravissimo stato, l’amministrazione carceraria sionista non li considera e non fornisce loro le necessarie cure mediche o altri servizi sanitari.   Le autorità carcerarie sioniste considerano prigionieri e detenuti palestinesi sofferenti o disabili al pari del resto dei detenuti e, come fanno con questi ultimi, li sottopongono alle medesime misure aggressive e negano loro qualunque diritto umanitario o medico – di base.

In una comunicazione giunta all’Organizzazione dei Prigionieri Wa’ed e proveniente dalle prigioni sioniste, i prigionieri palestinesi hanno raccontato di come il loro stato di detenzione stia peggiorando, con particolare riferimento ai malati. Vi viene esposto il caso del detenuto palestinese Mohammed Mustafa ‘Abd Al-‘Aziz, 32 anni, rimasto completamente paralizzato dopo tre interventi subiti alla schiena. Ogni giorno di detenzione in più per Mohammed comporta un aggravamento progressivo delle sue condizioni di salute.

Pur avendo scontato ad oggi un terzo della pena (Mohammed si trova in detenzione da 10 anni e sconta una condanna a 12 anni), l’amministrazione carceraria israeliana si rifiuta di rilasciarlo.  Il suo caso è grave ed urgente; non riesce a muoversi e, poiché le autorità carcerarie non provvedono nessuna assistenza, Mohammed non riesce nemmeno a lavarsi.

Non gli è stato riconosciuto il diritto a vivere nemmeno quando il medico del carcere ha confermato la sua condizione. Mohammed fu arrestato il 2/7/2000 presso il checkpoint di Eretz mentre si recava in Cisgiordania per curarsi un piede.

Il prigioniero palestinese Akram Al-Rikhawi rischia la vita ogni giorno. Prima del suo arresto era ricoverato in Egitto e, ogni sei mesi, doveva sottoporsi ad un trattamento medico che consisteva in un’iniezione. Dopo un iniziale rifiuto, solo in un secondo periodo le autorità carcerarie hanno permesso ai familiari di fornigli la vitale iniezione. Questo almeno fino a quando riuscivano a visitarlo; ma con il divieto imposto attualmente sulle visite, Akram rischia di morire.

Tra i casi sanitari più gravi ricordiamo: Ra’ed Mohammed Dar Bihi, di Gaza, ha un grave tumore alla schiena ed ha subito numerosi interventi; ‘Emad Id-Din ‘Ata Zo’ran, di Khan Younis, per il quale la Corte ha disposto l’ergastolo. ‘Emad ha un tumore alle ghiandole, diffuso in tutto l’organismo e, ad oggi, ha scontato 16 anni di prigione.

Le patologie dei prigionieri palestinesi malati

Ulcera, patologie che interessano la spina dorsale, malattie ai denti, alla pelle, disfunzioni cardiache, polmonari ed articolari, abbassamento della vista (o ipovisione), diabete, emorragie, alcuni rischiano paralisi e ictus (malattie vascolari), malattie virali (infezioni), cancri a vari organi e malattie psichiche e psicologiche conseguenti a tortura.

L’isolamento e i “bunker”

Nella comunicazione scritta, i prigionieri hanno ricordato l’estrema condizione degli isolamenti. Senza alcuna ventilazione, le celle destinate agli isolamenti sono simili a bunker sulle cui porte vi è una minuscola fessura che tuttavia resta sempre chiusa.

Le celle sono separate, i prigionieri non possono comunicare tra loro, come non riescono a rivolgersi alle guardie carcerarie. Qualunque tentativo di comunicazione è proibito contro il pagamento di una multa. Le celle d’isolamento sono simili a “tombe” come riportano i prigionieri,  e si registra una crescente aggressività da parte delle autorità carcerarie contro i detenuti isolati.

Diciotto detenuti in isolamento

Tra essi, il leader Ahmed Sa’daat, Yahya Sanawar, sofferente, Thabet Mardawi, Hassan Salama, Ahmed Al-Maghrabi, ‘Abdallah Al-Barghouthi, Mohammed Gamal Abu Al-Hija, Mahmoud Al-‘Eisa, Saleh Dar Mousa, Hisham Al-Sharbati, Mahawash Na’maat, ‘Atwa Al-‘Umur, Eyad Abu Al-Husna, Muhannad Shreim, ‘Ahed Ghalma. Tra questi nomi, ricordiamo pure in isolamento la prigioniera Wafa’ Al-Bas della Striscia di Gaza.

Taglio dell’acqua: punizione collettiva contro i prigionieri palestinesi

Tra le misure repressive adottate dalle autorità carcerarie israeliane vi è il taglio dell’acqua ai prigionieri. Il pretesto avanzato questa volta è la scarsità di rifornimenti idrici conseguente anche al continuo scorrere dei rubinetti, spesso tutta la notte, da parte dei prigionieri. Simili accuse, sono state sollevate da un membro della Knesset, militante del partito Likud, Danny Danon, che avrebbe suggerito di inasprire il trattamento verso i prigionieri palestinesi contro un miglioramento delle condizioni dei detenuti ebrei.

Le sofferenze dei prigionieri palestinesi conseguenti alla scarsità di acqua riguardano in particolare le prigioni del Negev e di Megiddo (site nel deserto), dove l’amministrazione carceraria ha eseguito dei lavori alle condutture idriche che interessano i bagni.

Il rifornimento d'acqua viene strumentalizzato e può diventare anche un metodo di tortura contro i prigionieri palestinesi; d’inverno viene ridotta l’acqua calda e spesso non viene erogata per intere giornate. Per converso, d’estate si riduce l’acqua fredda o, nelle prigioni site nel deserto, viene erogata acqua calda! Tra le altre cose, si è riportata l’erogazione di acqua contaminata e/o sporca e la mancata distribuzione degli aiuti destinati ai prigionieri palestinesi e provenienti dagli Stati Uniti.

I bambini palestinesi detenuti e la tortura

Le autorità d’occupazione israeliane violano i diritti sull’infanzia così come stabiliti da numerose leggi e convenzioni internazionali: primo fra tutti il diritto a godere della propria libertà a prescindere dalla religione, dalla nazionalità e dal genere.

Tra questi diritti, inoltre: quello a non essere arrestati (privati della libertà), a conoscere il capo d'imputazione (nel caso avvenga l’arresto), il diritto ad essere assistiti e a comunicare alla famiglia il luogo in cui è detenuto il proprio bambino, il diritto ad incontrare un giudice, ad avere una difesa, ad avere contatto con l’esterno e ad un trattamento umano e dignitoso.

I bambini palestinesi, invece, vengono arrestati ad ogni checkpoint israeliano, vengono rapiti nelle proprie abitazioni, interrogati e sottoposti ad umiliazioni e ad aggressioni verbali e non solo. Alle loro famiglie non viene comunicata alcuna informazione relativa all’arresto (come dovrebbe essere, per legge, il luogo in cui il proprio bambino viene portato).

Statistiche sui bambini palestinesi

Le fonti sui prigionieri palestinesi mostrano che dall’inizio dell’Intifada di al-Aqsa i bambini arrestati dalle forze d’occupazione israeliane sono stati 3.500, tra cui 7 bambine.

Contro i bambini palestinesi detenuti, Israele mette in atto violazioni alle leggi internazionali.

Essi sono distribuiti come segue: 104 si trovano nella prigionie di Telmond, 80 ad Ofer, 38 nel Negev e 54 a Megiddo.

Il resto è distribuito tra i vari centri d'investigazione e detenzione israeliani.  Nel 2005 ne sono arrestati 97.

450 hanno compiuto i 18 anni in stato di detenzione, ed essi sono ancora all’interno delle prigioni israeliane: quest’ultimo dato riguarda il 99% dei bambini palestinesi arrestati.

Violazioni della legge

Il governo di Israele esegue una politica di discriminazione contro i bambini palestinesi, i quali, in base all’Ordinanza militare n° 132, emessa da un comandante delle forze sioniste in Cisgiordania. L’Ordinanza definisce “fanciulli” i bambini al di sotto dei 16 anni, contro l’art. 1 della Convenzione sull’Infanzia che dispone invece un limite d’età di 18 anni: “Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un'età inferiore a diciott'anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile”.

Persecuzioni ed oppressione

34 prigionieri palestinesi vivono in condizioni di particolare oppressione da parte delle autorità carcerarie israeliane e sono vittime di terrore e violente persecuzioni.

L’organizzazione per i prigionieri Wa’ed riporta casi di particolare gravità: quello della prigioniera Amal Jama’a, la quale attualmente soffre di emorragie e non ha la possibiltà di essere visitata da un medico donna; una necessità che riguarderebbe tutte le detenute.

Altre prigioniere palestinesi hanno infezioni alle vie urinarie e non ricevono alcuna cura. Sana’ Shahada e Qahera Al-Sa’edi soffrono di sanguinamento alle gengive ed hanno seri problemi ai denti. Entrambe hanno richiesto, più volte, un dentista senza alcuna risposta.

A causa delle ripercussioni psicologiche, le prigioniere accusano insonnia e le autorità carcerarie israeliane, da un lato le imbottiscono di pericolosi sonniferi, dall’altro lato proibiscono qualunque controllo medico. Ciò rappresenta un’altra violazione ed è l’ennesimo insulto alle loro vite.

La detenuta Raja’ Al-Ghol soffre di cuore e, per la terza volta, la detenzione amministrativa in cui si trova è stata prorogata. Un’altra prigioniera ha una malattia alla tiroide che le sta causando la perdita dei capelli e forti dolori alla schiena per via delle numerose ore in cui è costretta a letto.

Visite in manette

Le visite a detenute e prigioniere palestinesi vengono vietate anche con il pretesto della mancanza di un rapporto familiare; questo criterio però è stato adottato anche in casi in cui la richiesta di visita perveniva da madri e padri delle detenute.

Vediamo il caso della detenuta Ahlam Mahroum: le stata vietata la visita dei genitori che si trovano in Giordania (Ahlam è della Cisgiordania), e per l’intero periodo di detenzione ha potuto ricevere solo una visita, dopodiché il permesso in questione è stato sequestrato presso uno dei checkpoint di Ramallah.

Qualora le visite vengano permesse, detenute e prigioniere palestinesi vengono ammanettate alle mani e ai piedi (sopratutto le ergastolane!), e questa misura provoca danni e sofferenze psicologiche alle detenute come ai relativi familiari.

Un viaggio crudele

Le prigioniere hanno raccontato quanto avviene prima di essere condotte in tribunale. Vengono perquisite, denudate ed umiliate, fatte salire su un autobus, ammanettate e bendate.

Il bus, “la posta”, è vecchio e strettissimo e le trasporta dal carcere di Hasharon verso il tribunale di Salem o quello di Ofer per un tragitto che dura da tre a quattro giorni, quando la stessa distanza può essere ricoperta in mezz’ora.

I soldati israeliani tengono le detenute in questo bus, “la posta”, per lungo tempo, lasciandole all’oscuro di tutto. Vengono poi condotte in strettissime celle, senza possibilità di movimento, dove vi restano finché non sopraggiungono detenute da altre prigioni.

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