Le milizie palestinesi sfidano le forze di occupazione. Intervista di Eurasia ad Angela Lano e Patrizia Cecconi

Eurasia-rivista.com Di Federico Dal Cortivo.

Federico Dal Cortivo ha intervistato per “Eurasia” le giornaliste Angela Lano giornalista professionista, direttrice dell’agenzia stampa InfoPal.it. orientalista e ricercatrice accademica e Patrizia Ceccon sociologa, giornalista, scrittrice, docente e attivista per i diritti umani, impegnata da decenni per la causa palestinese.

Angela Lano, dopo due mesi dall’inizio del conflitto asimmetrico a Gaza che vede contrapposte le forze delle milizie palestinesi allo stato ebraico che idea si è fatta dell’Operazione Alluvione Al-Aqsa?

Dobbiamo premettere che la Resistenza palestinese è composta da vari gruppi di combattenti, di tutti gli schieramenti politici, che collaborano e condividono tattiche e strategie. C’è una coesione e un’unità senza precedenti, nonostante le dichiarazioni dei sostenitori dell’Anp di Abu Mazen, anche in Italia, che cercano di delegittimare Hamas in tutti i modi, senza esito; l’unione tra fazioni e brigate è, senza dubbio, uno dei successi dell’operazione del 7 ottobre – un’operazione che non è certo stata improvvisata, bensì preparata accuratamente da tempo. Bisogna comprendere bene il contesto che ha portato all’Operazione Alluvione/Ciclone al-Aqsa: il lungo colonialismo israeliano sulla Palestina storica, le atrocità commesse da novant’anni contro la popolazione nativa da parte delle bande terroriste sioniste prima e dell’esercito israeliano dopo, la continua confisca di terre, le stragi, le repressioni, le torture sui prigionieri politici, le violazioni di territori e luoghi sacri, l’assedio alla Striscia di Gaza e i progetti economici e geopolitici israeliani su quest’area (giacimenti di gas al largo del mare di Gaza, Corridoio Ben Gurion, ricolonizzazione) non hanno lasciato altra scelta alla Resistenza che tentare di ribaltare i piani sionisti.

Israele vuole ripulire etnicamente la Striscia di Gaza, vuole liberarla dai palestinesi, e per ragioni specifiche: ricordiamo che a 20 miglia nautiche dalla costa gazawi ci sono giacimenti di gas naturale e petrolio per un valore di circa 500 miliardi di dollari, che spetterebbero ai palestinesi, ma che Israele sottrae. Lo stato sionista produce petrolio e gas in diversi giacimenti nel Mediterraneo e, dal 2017, è diventato esportatore di gas naturale. Dunque, fa guerra da anni alla Striscia di Gaza, la riduce in miseria e si impossessa di risorse in violazione di ogni diritto internazionale.

Con l’Operazione Alluvione/Ciclone al-Aqsa la Palestina è tornata con forza sullo scenario mondiale, dove era quasi stata dimenticata, sono cadute le maschere dell’Occidente colonizzatore e si va verso nuovi scenari globali, che provo a elencare: 1) Israele ha perso, totalmente e definitivamente, la maschera di vittima, di Paese democratico, di “unica democrazia del Medio Oriente”, ecc., rivelando la sua reale natura coloniale, genocida, suprematista, razzista. 2) Molte delle persone che solo fino a pochi mesi fa erano più filoisraeliane che filopalestinesi, ora sono dalla parte dei Palestinesi. Lo si nota dovunque: nelle oceaniche manifestazioni, nei social, nelle chiacchiere tra amici… 3) L’Occidente si è mostrato per ciò che è sempre stato, dietro la retorica politico-massmediatica di “civiltà superiore”: una potenza (ormai in declino) egemone e colonizzatrice, suprematista, guerrafondaia. Ora il Re è nudo in tutto il suo volgare squallore genocida e sostenitore di razzisti, islamofobici e infanticidi. Che questo mostro dalle tante teste sia alla fine è sempre più chiaro, e non potrebbe che essere così. 4) Non sono solo più gli storici, gli studiosi e gli archeologi eretici a dire che la storia antica del cosiddetto Israele/popolo di Israele affonda in abissali menzogne, mistificazioni e manipolazioni. Piano piano si sta diffondendo una certa consapevolezza sulla necessità di cambiare la narrazione ufficiale anche in questo ambito. 5) Anche i progressisti liberal hanno perso totalmente la maschera: il loro distinguere il “palestinese buono” dal “palestinese cattivo” (quello, cioè, che lotta per la liberazione della Palestina con tutti i mezzi che l’ONU stessa gli riconosce) rivela il loro razzismo e suprematismo occidentocentrico che prevede che un popolo oppresso debba chiedere loro l’autorizzazione per potersi difendere… 6) Ci troviamo all’interno, e in modo drammatico e traumatico, di un radicale cambiamento di paradigma: siamo in pieno e reale processo di decolonizzazione globale e i Palestinesi, coraggioso popolo resistente, sono l’avanguardia di un’umanità che vuole vivere, non sopravvivere; che vuole camminare a testa alta, non essere schiava e oppressa; essere libera e non bastonata, umiliata, repressa, decimata.

E qui veniamo a Hamas, che l’Occidente del “doppio standard” definisce “terrorista”: è un movimento di liberazione nazionale non ideologico, inserito appieno nel cambiamento globale da un mondo unipolare ed egemonico a uno multipolare decolonizzato. In questo senso, Hamas è diventato un emblema di lotta universale contro la tirannide coloniale: non è più solo palestinese e musulmano, ma, come afferma l’analista britannico Alastair Crooke, “si accorda direttamente con la nuova spinta indipendentista globale anticoloniale del Sud globale”. Da qui le manifestazioni oceaniche e la simpatia che la Resistenza, e lo stesso Hamas, riscuotono in tutto il mondo (anche tra le popolazioni occidentali oppresse da regimi sempre più totalitari).

Il movimento e le varie brigate della Resistenza stanno lavorando anche alla comunicazione e all’informazione, in modo professionale e capillare, fornendo notizie precise, dettagliate, minuto per minuto, sia del genocidio israeliano a Gaza sia delle operazioni di resistenza, smascherando quasi contestualmente le menzogne e le fabbricazioni israeliane: le immagini e i video dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania sotto attacco raggiungono tutto il mondo, e sono “viste” attraverso i social media, soprattutto Telegram e Instagram. E dunque, la hasbara, propaganda israeliana, è diventata un boomerang contro il regime genocida di Tel Aviv e il sionismo in generale in tutto il mondo: mai Israele è stato tanto screditato, condannato e disprezzato a livello globale come in questi ultimi mesi di feroce offensiva contro una popolazione civile inerme, e questo nonostante i miliardi spesi nel controllo dei media mainstream da parte della potente lobby sionista.

Va detto, inoltre, che Hamas e i suoi “alleati dell’Asse della Resistenza” hanno una strategia precisa, evitando di far precipitare la regione mediterraneo-mediorientale in una guerra globale, come invece vorrebbero gli Stati Uniti, e hanno previsto ogni reazione del nemico, compreso l’allagamento dei tunnel…

Patrizia Cecconi, quali sono i gruppi delle milizie palestinesi maggiormente rappresentative nella Striscia di Gaza e i loro rapporti con la storica Olp guidata dal presidente Abu Mazen?

Rispondo facendo riferimento a esperienze vissute direttamente negli anni in cui sono stata a più riprese e per molti mesi nella Striscia perché la situazione può essere cambiata. Quindi posso dire che in quanto a “milizie” e non a partiti, le più rappresentative sono assolutamente quelle del partito al governo, cioè di Hamas, ma aggiungo che nella Striscia di Gaza, dal nord al sud, sono presenti gruppi legati al partito del Jihad islamico, al Fronte popolare di liberazione nazionale, al Fronte democratico di liberazione nazionale e anche a Fatah e niente di questo è clandestino o induce a scontri, come mostra l’esposizione libera delle diverse bandiere, nonché la partecipazione di tutte le diverse fazioni a quell’esperienza politica straordinaria che è stata la Grande Marcia del Ritorno rivendicando il rispetto della risoluzione Onu 194/48 iniziata nel 2018 e conclusasi nel 2019. Per quanto riguarda i rapporti con l’Olp, ovvero i rapporti con Abu Mazen, il cui mandato è da molti anni scaduto ma che rinvia pretestuosamente le elezioni i rapporti sono di reciproco rifiuto. Preciso che nella Striscia di Gaza c’è un numero non insignificante di simpatizzanti di Fatah, della Fatah storica, tant’è che il braccio armato dell’organizzazione, cioè le brigate Al-Aqsa, si riconoscono nella resistenza. Ma un conto è parlare di Abu Mazen, ormai screditato sia a Gaza che in Cisgiordania, e quindi veicolo di discredito dell’attuale Olp, e un conto è parlare dei palestinesi di Gaza che, pur riconoscendosi nei principi dell’Olp, ne chiedono una riorganizzazione. Rispetto ai vertici, invece, il rapporto non può che essere conflittuale, sia per una questione di potere e quindi di rivalità, sia perché l’Anp presieduta, al pari dell’Olp e di Fatah, da Abu Mazen ha inserito il partito di Hamas nella lista dei movimenti terroristi esattamente come fatto da UE, USA, Israele, Regno Unito e tanti altri Paesi di minor rilievo internazionale tra cui l’Italia.

Patrizia Cecconi, i media occidentali si sono prontamente schierati fin dall’inizio con Israele contestando la legittimità di Hamas a rappresentare la causa palestinese definendola “organizzazione terroristica”, rea anche di utilizzare scudi umani durante i bombardamenti israeliani. Lei che conosce in modo approfondito la realtà palestinese, che ne pensa? In che modo a suo avviso Hamas può aver conquistato in questi anni, se lo ha fatto, “i cuori e le menti” dei palestinesi?

I media occidentali, salvo rarissime eccezioni, svolgono il ruolo di veicolo e di amplificatore della narrazione israeliana, e siccome per Israele è terrorismo qualunque azione di resistenza, comprese le manifestazioni pacifiche contro i suoi crimini, i media mainstream ripetono il mantra israeliano e oscurano il fatto che Hamas è una forza politica eletta in modo democratico come riferito da numerosi osservatori internazionali.

Ora che l’azione del 7 ottobre ha mostrato, sebbene in modo cruento, la forza organizzativa della resistenza, l’esercito mediatico a servizio di Israele ha avuto buon gioco nel ripetere in coro e senza rischio di smentita che Hamas è organizzazione terroristica.

Se un’azione – oggettivamente violenta – fa definire terroristica la resistenza contro l’occupazione, le centinaia di azioni altrettanto e più violente commesse in quasi 80 anni da Israele contro il popolo palestinese dovrebbero dare anche a questo Stato l’indubbia definizione di Stato terrorista. Personalmente ritengo che tale sia Israele, e questa non è solo un’affermazione personale ma un fatto oggettivamente rilevabile. Basti esaminare il suo agire ininterrotto dal giorno della sua autoproclamazione, peraltro preceduta e favorita da numerose e sanguinosissime azioni dei gruppi terroristi ebraici, tra cui Irgun e banda Stern tristemente famosi per la loro ferocia, per affermarlo su base oggettiva.

Per quanto riguarda l’accusa di utilizzare gli scudi umani, vorrei porre l’accento sul fatto che se la funzione di scudo fosse reale non ci sarebbero ventimila vittime civili e oltre cinquantaduemila feriti perché un esercito morale, davanti allo scudo umano si ferma e non lo uccide per andare a colpire chi se ne è servito per coprirsi. Basterebbe aver visto un banale film poliziesco per capirlo, sempre che non si sia finiti sotto l’ottundimento mediatico che impedisce ogni pensiero critico. Quindi non ci sono scudi umani ma civili intenzionalmente uccisi da Israele che, peraltro, ha scientemente programmato (dottrina Dahiya) l’alto numero di vittime come “danni intenzionali” e non collaterali, con l’obiettivo di deterrenza ottenuto creando terrore.

Lei mi chiede se Hamas ha conquistato cuori e menti dei palestinesi e, se sì, come abbia fatto. Beh, cominciamo col dire che le ultime, ormai lontane elezioni, danno risposta positiva, ma il merito non è tutto suo, bensì in buona parte, anche dell’insipienza del suo massimo rivale, cioè del partito Fatah che, di fatto, coincide con l’Anp e che con la sua accondiscendenza a Israele è visto da gran parte del popolo palestinese – e non soltanto a Gaza – come collaborazionista. Poi va detto che Hamas, finanziato dal mondo islamico, ha fornito strutture sociali di cui la popolazione aveva bisogno ma, soprattutto, ha rappresentato e rappresenta la resistenza organizzata contro l’occupazione, quel che una volta era l’Olp e la stessa Fatah. È vero che a Gaza l’autorità istituzionale rappresentata da Hamas fa sentire la sua presenza in modo repressivo rispetto ai “nostri stili di vita”, vale a dire, per semplificare, che una donna palestinese non può permettersi di girare in top e minigonna, o che non si può pubblicamente criticare in modo pesante il governo senza rischiare l’arresto, ma questo è vero anche in Cisgiordania dove l’autorità istituzionale non è Hamas. Ma va anche tenuto presente che lo sguardo occidentale usa le diversità culturali secondo convenienza. Il ripetere un po’ alla cieca, anche da parte di filopalestinesi nostrani, che Hamas reprime i Gazawi amplifica enormemente e negativamente la realtà e questo posso dirlo avendo passato parecchio tempo nella Striscia di Gaza a contatto stretto con tutte le tipologie sociali di abitanti, giovani e anziani, poveri e ricchi (ci sono o almeno c’erano anche famiglie ricche), intellettuali e contadini, cristiani e musulmani, uomini, donne e bambini. Aggiungo che nella Striscia c’erano otto università e le studentesse erano ovunque in numero superiore agli studenti, questo è un altro fatto documentabile che sfata la leggenda che alle donne il governo di Hamas impedisce di studiare. Ci sarebbe moltissimo altro da dire ma capisco che lo spazio non lo consente e mi fermo sperando di aver dato un quadro idoneo a rispondere alla sua domanda.

Angela Lano, Israele ha risposto con l’operazione “Spade di ferro” all’attacco del 7 ottobre, mobilitando ingenti forze militari, la stampa occidentale ha sempre glissato sui metodi di guerra dell’IDF. Si parla di uso di proiettili al fosforo, bombe antibunker ad alto potere distruttivo (nel 2008 nell’Operazione Piombo Fuso a Gaza Tsahal utilizzò le bombe DIME o bombe freccia dagli effetti devastanti sui civili), mentre gli Stati Uniti stanno rifornendo di armi i depositi delle forze israeliane. Cosa può dirci al riguardo? Si può parlare di Genocidio? Di crimini di guerra, che costellano non solo l’oggi della guerra asimmetrica in corso da decenni in Palestina? E le famose sanzioni dell’Occidente che fine hanno fatto?

I media di massa occidentali sono completamente embedded con Israele e questo perché appartengono quasi tutti a gruppi editoriali che fanno capo a famiglie note e tutte parti della “Struttura”, per citare il bel libro di Paolo Rumor, L’Altra Europa, o altri altrettanto interessanti testi sulla Cupola finanziaria tentacolare che governa sull’Occidente. Pretendere verità e correttezza giornalistica dal mainstream è pura utopia e ontologicamente impossibile.

Nelle sue offensive e guerre asimmetriche contro la Striscia di Gaza, ma anche contro il Libano, Israele ha sempre fatto uso di armi di distruzione di massa proibite a livello internazionale, che ha sperimentato, spesso per la prima volta, proprio sui Palestinesi, e così testate, le ha poi piazzate sul mercato mondiale. Nel gennaio 2009 mi recai a Gaza, poco dopo la fine di Piombo Fuso, e constatai gli effetti devastanti di tali armi: di fronte all’ospedale al-Shifa era allestita una tenda-museo con frammenti di missili, foto e video dell’orrore commesso da Israele, ovviamente rimasto totalmente impunito a livello internazionale. Tutte le indagini e inchieste dell’ONU e del Tribunale dell’Aja finirono in un fiasco. Dopo quell’operazione, Israele ne effettuò diverse altre, tutte devastanti e tutte impunite, a sottolineare come la “comunità internazionale” non è altro che un burattino nelle mani degli USA e di Israele. Le “sanzioni” occidentali, lo sappiamo bene, sono solo per i nemici degli Stati Uniti e dei loro interessi: Iran, Libia, Siria e Russia ci insegnano che l’Occidente usa doppi standard e due pesi-due misure, a seconda dei propri progetti egemonici.

Dunque, di nuovo Israele sta compiendo un genocidio – tale è definito anche da rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’OMS e di varie organizzazioni internazionali per i diritti umani. Soltanto che, questa volta, il contesto mondiale è diverso, sta andando verso il multipolarismo dei BRICS+, verso un Sud Globale che spiazzerà l’Occidente collettivo egemonico, e questa guerra coloniale israelo-statunitense-europea sta accelerando le dinamiche già in atto. Non sarà oggi, ma nel futuro imminente l’Occidente suprematista sarà solo un terribile ricordo, e questo anche grazie alla Resistenza dei Palestinesi e dei loro alleati.

Patrizia Cecconi, la vecchia soluzione dei “due stati due popoli” sembra definitivamente tramontata o forse non è mai partita. Si dovrà cercare un’altra soluzione, quale?

Premetto, e mi scuso per il puntiglio apparentemente solo lessicale, che “due Stati” non è mai stata una soluzione ma una semplice raccomandazione uscita dall’Assemblea generale dell’ONU il 29 novembre 1947. Le Risoluzioni dell’Assemblea generale non hanno potere vincolante e, per inciso, Israele non ne ha mai rispettata nessuna comprese quelle del Consiglio di Sicurezza che invece sono, o meglio “sarebbero”, vincolanti.

Quindi, la narrazione israelo-occidentale secondo la quale lo Stato ebraico sarebbe nato rispettando una disposizione dell’ONU che invece gli Arabi (abitanti della Palestina e quindi indigeni) non avrebbero rispettato, rendendosi colpevoli di inadempienza al Diritto internazionale, è già in partenza una menzogna. Inoltre la proposta dell’Assemblea generale – a prescindere dal fatto che fosse giusta o meno – suggeriva che al futuro Stato di Israele andasse il 56% della Palestina abitata dai palestinesi. Se si va a leggere il testo della Risoluzione 181 si scopre che Israele non ha rispettato praticamente nulla di quanto scritto e inoltre, dopo aver vinto la guerra contro gli eserciti arabi seguita all’autoproclamazione dello Stato da parte di Ben Gurion, Israele si è appropriata non del 56% proposto dall’ONU, bensì del 78% dell’intero territorio palestinese. Questo non viene mai ricordato e credo sia una lacuna da colmare prima di entrare nel merito della proposta, erroneamente definita soluzione dei due Stati per due popoli.

Lei mi chiede se tale proposta sia definitivamente tramontata o non sia mai partita. Direi che non è mai partita, neanche dopo la trappola degli accordi di Oslo, quella che metteva fine alla volontà di costituire di uno Stato unico, palestinese, aperto ad ebrei, musulmani, cristiani e non credenti. Se si leggono i documenti dell’epoca, desecretati a fine “900 e riportati in un paio di importanti testi dello storico ebreo Ilan Pappé, si capisce senza ombra di dubbio che fin dalla sua nascita, anzi fin da prima di nascere, Israele aveva intenzione di espandersi su tutta la Palestina e anche oltre: è il piano “Dalet”, prima segreto ma oggi pubblico e lo si può verificare. Del resto Israele non ha costituzione perché non ha confini, se ne avesse significherebbe aver accettato un limite territoriale e sarebbe palese il suo sconfinamento, invece non ne ha e il suo progetto avanza e le colonie d’insediamento ne sono la prova.
Seppure si volesse dar credito alla possibilità dei due Stati secondo la cosiddetta Linea Verde (ormai 78% a Israele e solo il 22% restante alla Palestina) le attuali condizioni dovute alle continue confische coloniali non lo consentirebbero, a meno che non venissero smantellate o inglobate le colonie, ipotesi piuttosto velleitaria visti i rapporti di forza.

Inoltre va tenuto presente che Netanyahu, nonostante sia accusato dai tribunali del proprio Stato di frodi e corruzioni, ha sempre ottenuto il consenso elettorale su una “promessa” fatta agli israeliani: “Non permetterò mai la nascita di uno Stato palestinese”. E i democratici israeliani gli hanno per ben 6 volte rinnovato la fiducia! Possiamo parlare quindi di uno Stato unico? Stando così le cose lo Stato unico si chiama annessione, più precisamente annessione di terre possibilmente libere dai nativi.

Alla sua domanda se si dovrà cercare un’altra soluzione e quale, mi sento di rispondere che fino a quando l’Anp sarà nelle mani di Abu Mazen o di suoi sodali non ci saranno cambiamenti neanche lontanamente positivi per il popolo palestinese. La via che vedo, e che so essere controcorrente oltre che difficile da raggiungere, è quella di riuscire a costituire uno Stato palestinese sovrano, ripeto sovrano, ottenuto solo rinforzando e sostenendo la resistenza (quindi l’Anp è fuori gioco) basato su determinati principi irrinunciabili quali la continuità territoriale, l’assoluta indipendenza da qualunque tutore arabo o occidentale, evacuazione o inglobamento delle colonie, Gerusalemme est capitale e riconoscimento del diritto al ritorno secondo quanto raccomandato nella Risoluzione Onu 194 del dicembre 1948.

Questo, a mio avviso, dovrebbe rappresentare una soluzione transitoria per poi poter giungere – contrattando su un piano almeno giuridicamente paritario – ad uno Stato unico, o confederato, rispettando comunque il principio base della stessa ONU, cioè l’autodeterminazione dei popoli. Nel caso specifico, del popolo autoctono, perché è lui il soggetto privato dei suoi diritti.

Angela Lano, quale è il suo parere sull’attuale posizione del “mondo islamico”, Iran compreso, di fronte a questo conflitto?

La situazione è complessa e non possiamo parlare di un “mondo islamico” omogeneo che sostiene i Palestinesi; inoltre, bisogna distinguere tra governanti e popoli. I popoli dei Paesi arabi e islamici sono dalla parte dei Palestinesi, e le enormi manifestazioni di questi mesi lo dimostrano, mentre i loro leader si stanno limitando a dichiarazioni di condanna: ne sono esempio la Giordania, l’Egitto, l’Arabia Saudita, la Turchia (Paese NATO) e così via (la lista è lunga). Egitto e Giordania sono coinvolte con USA e Israele attraverso l’Arab Gas Pipeline, che collega una piattaforma offshore israeliana, la Leviathan…, quindi più che proclami pubblici non possono fare. Il Libano degli Hezbollah, la Siria, l’Iraq, l’Iran, lo Yemen, invece, sono molto coinvolti, e formano il cosiddetto Asse della Resistenza con Hamas e il Jihad islamico. L’Iran è un Paese-guida nell’appoggio alla causa palestinese. Per quanto riguarda il Sudest asiatico musulmano, la Malesia si è esposta con azioni di blocco del transito delle navi israeliane nei suoi porti, tanto che gli attivissimi Houthi yemeniti hanno invitato i membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) a seguirne l’esempio vietando l’attracco ai mercantili israeliani.

Diversi Paesi islamici entreranno a far parte dei BRICS, a gennaio – Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi (EAU), e diversi altri stanno facendo richiesta -, e questo avrà delle implicazioni geopolitiche, e non solo commerciali, importanti anche nei confronti della Palestina e degli “Accordi di Abramo” (la normalizzazione con Israele sponsorizzata dagli USA, nel 2020, siglata dagli EAU e che anche l’Arabia Saudita avrebbe dovuto firmare).

Lo scenario è dinamico e certamente ci saranno dei cambiamenti interessanti non a favore di Israele.

Angela Lano, la Russia e la Cina potrebbero proporsi come mediatori attendibili?

Russia e Cina sono già ottimi mediatori nei conflitti in Medio Oriente (si veda la pacificazione tra Arabia Saudita e Iran mediata dalla Cina, ad esempio).

Né la Russia né la Cina, ma neanche i Paesi dell’Asse della Resistenza intendono spingere la situazione in modo da far precipitare la regione in una guerra globale, che non farebbe comodo a nessuno, ma solo all’industria bellica americana; le due potenze dei BRICS stanno dunque lavorando a livello diplomatico.

Israele e Stati Uniti, con tutta l’Europa al seguito si sono impantanate a Gaza e ne usciranno perdenti: certo, il prezzo umano pagato dai Palestinesi è altissimo. Parafrasando le dichiarazioni di Henry Kissinger in un’intervista sulla sconfitta statunitense in Vietnam nel 1969, possiamo dire che, mentre Israele e gli USA/Europa fanno pulizia etnica dei Gazawi e combattono militarmente contro la Resistenza palestinese, Hamas con tutto l’Est e il Sud Globali combattono una guerra politica, di comunicazione e di immagine e la stanno vincendo. Tutto il mondo ha finalmente capito che l’Occidente egemonico rapina i popoli, li affama, li opprime, li stermina e che è giunta l’ora di cambiare il paradigma e di porre fine al colonialismo. Russia e Cina, e più in generale i BRICS+, si pongono, dunque come alternativa geopolitica all’unipolarismo guerrafondaio e genocida.

Patrizia Cecconi, le chiedo infine una sua valutazione sull’Italia, un tempo oramai lontano su posizioni “quasi non allineate”nel Mediterraneo, il che ci privilegiava nella mediazione.

L’Italia ormai da diversi anni è un semplice Paese vassallo, sia degli Usa che di Israele, e non è esagerato dire che ha perso la sua sovranità abiurando ad alcuni principi fondamentali della Costituzione repubblicana tra cui, in particolare, l’art.11 e l’art. 21 in obbedienza sia agli Usa che a Israele. Politici della “prima Repubblica”, per molti aspetti criticati e criticabili quali Craxi o Andreotti, fecero scelte da statisti (anche rispetto al Medio Oriente) e non da valletti verso i due Paesi citati, pur essendo, soprattutto il secondo, assolutamente filoatlantico. Ma quell’Italia non esiste più e i principali responsabili del cedimento di sovranità, a mio avviso, vanno ricercati nel cosiddetto centro-sinistra e nella sua proskynesis agli Usa e alle lobby ebraiche, al punto di cancellare nella sua essenza l’art. 21 C. come si evince dall’adesione acefala e illogica ai provvedimenti di censura o, peggio, di condanna per antisemitismo verso chiunque critichi lo Stato di Israele per i suoi palesi crimini di guerra e contro l’umanità. Se diversi anni fa l’Italia poteva presentarsi come potenziale mediatrice nella questione palestinese, oggi le sue istituzioni, irrobustite dall’esercito mediatico mainstream a servizio della narrazione israeliana figurano, poco nobilmente, come avvocati di difesa dell’indifendibile (ai sensi del diritto internazionale e del diritto umanitario universale) Stato ebraico, rappresentato dal suo governo – discusso sì, ma sostenuto dalla maggioranza ebraico-israeliana – e dalla ferocia del suo esercito.