Lettera aperta al mondo del pacifismo italiano.

 


Di Elvio Arancio (*)

Sabato prossimo, 17 gennaio, ad Assisi  uomini e donne del pacifismo italiano in corteo chiederanno che cessi immediatamentee il conflitto nella Striscia di Gaza, motivazione che ritengo fondamentale. Lo spirito che muove questa importante iniziativa vuole lo sventolio di bandiere della pace e della nonviolenza a fianco di quelle della Palestina e d’Israele. Pur rispettando e apprezzandone la volontà, suppongo possa essere un errore. Proverò a spiegarne le ragioni.

Nel contesto di quanto sta accadendo alla popolazione di Gaza, ritengo e auspico che non si perda mai di vista, tanto meno da chi desidera la pace e suppongo il rispetto del diritto e della giustizia, quale è il progetto dello stato sionista: l’annientamento del popolo palestinese. Lo dicono i fatti, la storia, le dichiarazioni dei suoi politici, il furto costante di terra, il ruolo americano e quello delle lobby, il 50% dei bambini palestinesi morti in questi anni colpiti alla testa, l’uso di armi vietate, insomma tutte le sue variegate forme feroci di violenza sionista. Quindi sostenere, come alcuni ambienti del pacifismo fanno, che Hamas è violento per cui non ha diritto alla solidarietà, è inaccettabile: Hamas, al di là della propaganda mediatica al servizio dei fautori dello scontro di civiltà, rappresenta i palestinesi, almeno quelli di Gaza. 
Stare dalla parte delle vittime, pur non condividendone i sistemi di lotta, significa far sentire la propria vicinanza, solidarietà e aiutarli ad adottare la nonviolenza attiva contro l’arrogante strapotere dello Stato ebraico. Incoraggiarli ad adottare questa forma di lotta, più etica ed efficace, perché conferirebbe maggior forza alla loro causa e ne dimostrerebbe la verità, alimentando il consenso e l’appoggio della comunità internazionale.
La tesi che attribuisce a questo movimento la rottura della tregua è falsa. Come ha dichiarato anche la CNN, è Israele che ha mancato di rispettarla protraendo l’embargo illegale e gli attacchi contro i palestinesi, nonostante gli accordi di giugno ne prevedessero la fine in cambio della cessazione del lancio di razzi. Chi conosce la realtà palestinese sa che il presidente Abu Mazen ha già dimostrato la sua inadeguatezza nel difenderne la causa e non gode della fiducia della popolazione. La scelta dei palestinesi per il proprio governo è stata espressa con elezioni democratiche nel gennaio 2006. Credo vada riconosciuto il loro diritto all’autodeterminazione e rifiutato il fatto che Israele ed i suoi alleati occidentali (quindi, incluso il mondo del pacifismo) possano influenzarlo con alcuna forma di colonialismo. L’aggressione militare israeliana dimostra, semmai, che Hamas è l’ostacolo al progetto sionista di annientare il popolo palestinese. Da anni il furto della terra, la povertà indotta, l’impedimento ad accedere alle cure mediche, il controllo delle risorse idriche, le mistificanti campagne mediatiche, l’edificazione del Muro, le continue umiliazioni, gli omicidi mirati, le stragi indiscriminate sono stati condotti sistematicamente con l’obiettivo della deportazione oltre i confini auspicati da Israele.
Attraverso la resistenza del popolo palestinese e mediante la solidarietà internazionale è possibile fermare questa strategia. Invito tutti coloro che hanno a cuore la pacificazione del pianeta, di considerare come la persecuzione dei palestinesi non avrebbe luogo al di fuori del piano di egemonia politica, economica, culturale e militare degli Stati Uniti.  

Semmai chiediamoci quali responsabilità ha l’opinione pubblica occidentale, quindi anche noi dell’universo nonviolento, a lasciare che un’intera popolazione venga assediata per due, 2, anni, nel disinteresse generale? Giustamente siamo sostenitori da sempre che ognuno ottiene per sé la sicurezza e i diritti che dà al proprio vicino, allora se un popolo e non banalmente, genericamente Hamas (sempre più sostenuto dalla sua gente), si è ridotto, a lanciare petardi pericolosi (non armi sofisticate e distruttive) confidando che facciano danni, per essere ricordato, vi chiedo di nuovo: quali responsabilità abbiamo tutti noi pacifisti in questo schifosissimo pianeta?

Attenti alla propaganda mediatica. Se il mondo della nonviolenza non sa stare con chi è umiliato e massacrato quotidianamente e al primo razzo qassam, punta il dito giudicante e “imparziale”, che lo si capisca o no, sostiene il gioco dei carnefici.
Aiutare i contendenti significa  rendere eguali, mettere sullo stesso piano i diritti e la giustizia di entrambi? La priorità è preoccuparsi di mantenersi vicino/distante dalle parti, perché genericamente  ambedue  violente? Il desiderio di una prassi nonviolenta è promuovere la verità come Gandhi insegna e non credo implichi, necessariamente, l’ipocrisia e la prudenza sterile quanto insopportabile. Il nostro impegno dovrebbe essere quello di affermare che c’è un’ingiustizia perpetrata da 60 anni e che non si può più sopportare. Dovremmo essere accanto, supportare la causa delle vittime e suggerire loro nuove forme di lotta nonviolenta, questo credo sia una prassi politica corretta, coraggiosa, nonviolenta, che non pone distanze inique.Quando per sostenere la propria contrarietà alla guerra si assumono queste “igieniche” posizioni, si escludono l’onesta testimonianza, la dignità del diritto e il valore della  giustizia. Era così attento, prudente, equidistante Gandhi, che amava tutti, nel sostenere il suo grande messaggio? Credo si debba essere più coraggiosi e sinceri nella critica dello Stato ebraico senza che si subisca l’atroce ricatto dell’antisemitismo. Auspico una maggior libertà di giudizio, scevro da ogni senso di colpa più o meno inconscio. Oppure dobbiamo aspettare secoli di psicoterapia su larga scala per rinsavire?
I pacifisti nonviolenti possono esercitare un ruolo essenziale in un conflitto, in quanto possono aiutare i contendenti ad avere occhi supplementari rispetto ai propri, spesso accecati nello scontro: siamo sicuri che lo si debba fare riconoscendo a Israele il diritto sempre più anacronistico e privilegiato di esistere come Stato ebraico che pratica l’Apartheid? Perché deve suonare come una bestemmia affermare che la soluzione 2 stati per 2 popoli non risponde ai diritti dei palestinesi e che, anche volendo, oggi non esistono più le condizioni per l’esistenza di due stati? (Israele ne ha eliminato ogni condizione fisica, territoriale, economica, logistica). Perché non è possibile sperare in uno Stato laico, dove ebrei, cristiani, musulmani, bahai, atei, chiunque ne abbia diritto, possano vivere insieme? Senza cacciare nessuno in mare o su Marte. Questo è il problema dei problemi, la ragione di tutto il male e aggiungo, anche la possibile causa di una nuova Shoah. Nessuno lo vuole, neppure Hamas che ha più volte ribadito negli anni che il problema non sono gli ebrei, ma l’occupazione, l’oppressione, la pulizia etnica del popolo di Palestina.
Hamas ha proposto più volte una tregua decennale e anche più lunga, in cambio dei territori del ’67, ma Israele non l’ha mai considerata. Possiamo aiutare ebrei e palestinesi con il coraggio della verità, del diritto, non con l’equidistanza/vicinanza pilatesca. Nel Vangelo il protagonista è Gesù non Ponzio Pilato. Quale limpida analisi dovrebbe essere quella per cui, essendoci state nei secoli le persecuzioni antiebraiche e la Shoah, a pagarne le conseguenze, dopo 60 anni, debbano essere ancora i palestinesi? Perché accettare come un dogma eterno l’esistenza di uno Stato che è stato fondato sull’inganno e la violenza genocida? Perché non si può pensare diversamente? A me non sembra  possibile una solidarietà effettiva col popolo  palestinese che sia anche solidarietà effettiva con Israele. Noi, al caldo e sazi, chiediamo ai palestinesi, di essere degni della nostra solidarietà, che siano nonviolenti e sventolino le bandiere di chi li massacra, sinceramente mi sembra molto ingiusto…


(*) Elvio Arancio, artista e musulmano sufi, è direttore del Centro studi europei Ibn Sina, e nostro redattore per il tema “Resistenza nonviolenta”.

 

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