Libano, il nome giusto è guerra delle colonie.

Da www.ilmanifesto.it del 23 agosto

Libano, il nome giusto è guerra delle colonie
Come dopo ogni fallimento militare Israele va a caccia dei colpevoli e piange le vittime: 154 soldati. E dimentica la vittima n. 155: il piano di convergenza, cioé il ritiro parziale dalla Cisgiordania Nonostante 33 giorni di bombe questa guerra non ha avuto un nome. La stampa la nomina «seconda guerra del Libano» in ordine cronologico, ma la denominazione corretta è «war for the settlements»

Uri Avnery
Poche parole e un ufficiale dell’esercito libanese è riuscito a distruggere, qualche giorno fa, l’illusione che Israele fosse riuscito ad ottenere qualcosa da questa guerra. A una parata militare trasmessa in televisione – e anche sui canali israeliani – l’ufficiale, rivolgendosi alle truppe pronte per essere schierate al confine col sud, ha detto in arabo: «Oggi, nel nome della larga volontà di tutta la popolazione, venite preparati per essere schierati sul suolo del martoriato Sud, fianco a fianco con le forze della vostra resistenza e della vostra gente, che hanno stupito il mondo con la loro fermezza e che ha fatto a pezzi la reputazione di un esercito che si credeva fosse invincibile».
Più semplicemente: «la estesa volontà»: la volontà di tutti gli ambiti della popolazione libanese, inclusa la comunità sciita. «Fianco a fianco della resistenza»: fianco a fianco con Hezbollah. «Che hanno stupito il mondo con la loro fermezza»: l’eroismo di Hezbollah. «Fatto a pezzi la reputazione dell’esercito che si credeva invincibile»: l’esercito israeliano.
Così ha parlato un comandante dell’esercito libanese, il cui dispiegamento al confine la coppia Olmert-Peretz va celebrando come una immensa vittoria, perché secondo loro l’esercito libanese sarebbe pronto ad affrontare Hezbollah e disarmarlo. I commentatori israeliani ci hanno illusi che tale esercito sarà a disposizione degli amici di Israele e Stati uniti a Beirut – ovvero Fuad Siniora, Saad Hariri e Walid Jumblatt.
Non a caso l’intero episodio è affondato come una pietra in uno stagno, cancellato dalla coscienza pubblica. Quella dell’esercito libanese non è l’unico palloncino bucato. E’ successo anche al secondo palloncino, quello multicolore che doveva figurare come successo israeliano: il dispiegamento di una forza multinazionale che proteggesse Israele da Hezbollah, prevenendone il riarmo. Man mano che i giorni passano è sempre più evidente che questa forza sarà, al massimo, un raffazzonato insieme di poche unità nazionali, prive di un chiaro mandato o di «robuste» capacità. Il blitz militare portato avanti dal nostro esercito giorni fa, lampante violazione del cessate-il-fuoco, non servirà di certo ad attrarre ulteriori adesioni per un simile compito. Allora che è rimasto dei nostri successi militari? Bella domanda.
Dopo ogni fallita guerra, si leva il grido per un’inchiesta in Israele. Adesso c’è un trauma, c’è l’amarezza, un senso di sconfitta e di opportunità mancate. Di qui la domanda per una commissione di inchiesta forte che ci consegni le teste dei responsabili. E’ quello che è successo dopo la prima guerra in Libano, che ha raggiunto il climax col massacro di Sabra e Shatila. Il governo ha però rifiutato qualsiasi seria inchiesta. Allora, la massa di gente che si riunì in quella che adesso si chiama «piazza Rabin» (con quei mitici 400mila che protestarono) chiese un’inchiesta giudiziaria. L’umore generale raggiunse il punto di ebollizione e il primo ministro Menachem Begin dovette rassegnarsi. La commissione Kahan, che investigò sulla vicenda, condannò un certo numero di politici e ufficiali per responsabilità «indirette» sul massacro, benchè le conclusioni cui giunse avrebbero potuto portare a più pesanti condanne. Comunque alla fine, se non altro, il ministro delle difesa Ariel Sharon venne costretto alle dimissioni.
Prima di tutto ciò, già dopo il trauma della guerra del Kippur, il governo aveva rifiutato di nominare una commissione d’inchiesta, ma la pressione dell’opinione pubblica era infine prevalsa. E la vicenda della commissione Agranat, che includeva un ex comandante in capo dell’esercito e altri due ufficiali superiori, fu piuttosto insolita: condusse una seria indagine, scaricò tutta la colpa sui ranghi militari, rimosse dall’incarico il comandante dell’esercito «Dado» Elazar e assolse l’intera leadership politica. Il che causò un sollevamento spontaneo degli israeliani alla luce del quale Golda Meir e Moshe Dayan – rispettivamente primo ministro e ministro della difesa – furono obbligati alle dimissioni.
Anche stavolta la leadership politica e militare stanno cercando di bloccare una qualsiasi vera inchiesta. Amir Peretz ha persino nominato una finta commissione d’inchiesta zeppa di amici suoi. Ma la pressione pubblica cresce, e sembra che anche stavolta non ci sarà nient’altro da fare, se non rassegnarsi ed aprire un’inchiesta giudiziaria. In genere, chi nomina una commissione d’inchiasta ne predetermina anche la durata e le conclusioni. Secondo la legge israeliana, è il governo che decide chi ne farà parte e i suoi punti di riferimento (come membro della Knesset, votai contro questi paragrafi della legge). E se alla fine una simile commissione d’inchiesta venisse indetta, su cosa indagherà?
I politici tenteranno sicuramente di limitare le indagini agli aspetti tecnici della condotta militare: «Perché l’esercito non era preparato alla lotta contro i guerriglieri?», «Perché le forze di terra sono state dispiegate soltanto due settimane dopo l’inizio dell’offensiva?», «Qual è stato il lavoro dell’intelligence?», «Perché non si è fatto nulla per intercettare i razzi di Hezbollah e proteggere la popolazione?", "Perché i riservisti non sono stati preparati?", "Perché gli arsenali d’emergenza erano vuoti?", "Perché il ristema di rifernimento non è funzionato?", "Perché il comandante dell’esercito ha deposto il capo del comando nord nel bel mezzo delle operazioni?", "Perché la campagna costata la vita a 33 soldati è stata decisa all’ultimo minuto?".
E a questo punto il governo cercherà di ampliare l’inchiesta per incolpare i propri predecessori: «Perché i governi di Ehud Barak e Ariel Sharon sono rimasti a guardare mentre Hezbollah cresceva?», «Perché non è stato fatto niente mentre Hezbollah ammassava arsenali di razzi?».
Tutte queste sono domande puntuali e sarebbe certamente necessario chiarirle. Ma è ancora più importante indagare sulle origini di questa guerra: «Perché il trio Halutz-Peretz-Olmert ha deciso di iniziare una guerra soltanto un paio di ore dopo il rapimento di due soldati?», «Sono stati presi accordi con l’America in precedenza, perché si cogliesse la prima occasione per una guerra?», «Sono stati gli americani a spingere per una guerra e, in seguito, a pretenderne il proseguimento il più possibile?», «E’ stata Condoleezza Rice a decidere quando iniziare e quando finire?», «Gli Usa hanno preteso che ci invischiassimo con la Siria?», «Gli Usa ci hanno usati per la loro campagna contro l’Iran?». E anche tutto ciò non sarebbe abbastanza. Ci sono domande ancora più profonde ed importanti.
Questa guerra non ha nome. Neanche dopo 33 giorni di combattimenti e quasi dieci giorni di cessate-il-fuoco. La stampa adopera un nome cronologico: Seconda guerra libanese. In questo modo, la guerra libanese resta separata dalla guerra della striscia di Gaza, condotta simultaneamente e portata avanti anche dopo la tregua al nord. Queste due guerre hanno un denominatore comune? Risposta: certamente, sono la stessa guerra. La guerra delle Colonie. La guerra contro i palestinesi viene portata avanti per mantenere i blocchi di insediamenti e annettersi larga parte della Cisgiordania. E la guerra al nord è stata portata avanti per mentenere gli insediamenti sulle alture del Golan.
Hezbollah è cresciuta col supporto della Siria, che al tempo controllava il Libano. Hafez al-Assad vedeva la restituzione delle alture del Golan come l’obiettivo di tutta la sua vita – e dopotutto, fu lui a perdere le alture con la guerra del 1967, e a non riuscire a riconquistarle con la guerra del 1973. E non voleva rischiare una nuova guerra al confine siro-israeliano, troppo vicino a Damasco. Così ha protetto Hezbollah, per convincere Israele che non ci sarebbe stata tregua fino alla restituzione del Golan. Il piccolo Assad sta soltanto proseguendo sulle orme del padre. Senza la cooperazione con la Siria, l’Iran non ha speranza di far pervenire armi a Hezbollah.
La soluzione è a portata di mano: rimuoviamo tutti gli insediamenti da là, quale che sia la perdita in termini di vino e acqua potabile, restituiamo il Golan al legittimo proprietario. Ehud Barak ci era quasi arrivato. Che sia detto chiaramente: ognuno dei 154 israeliani morti per la seconda guerra libanese sono morti per i coloni in Golan.
E la vittima israeliana numero 155 in questa guerra è il «Piano di convergenza», il piano di ritiro unilaterale da parte della Cisgiordania. Ehud Olmert è stato eletto quattro mesi fa per il Piano di convergenza, così come Amir Peretz è stato eletto sulla proposta di ridurre le spese militari in nome di ampie riforme sociali. Adesso Olmert dichiara che ce ne possiamo dimenticare. Il Piano doveva rimuovere 60mila coloni da dove sono, lasciandone almeno 400mila in Cisgiordania e a Gerusalemme. Seppellito il Piano, che cosa rimane? Niente pace, niente negoziati, nessuna soluzione per un conflitto ormai storico. Tutto bloccato, almeno finchè non ci libereremo del duo Olmert-Peretz. In Israele si parla già del «prossimo round», che eliminerà e punirà Hezbollah per averci disonorati. In Libano meridionale non ne parlano, visto che il primo round già sembra infinito. Per avere una qualunque valenza, l’inchiesta deve esporre le vere radici di questo conflitto e le scelte storiche che si impongono: o tenersi gli insediamenti e la guerra infinita che comporteranno, o restituire i territori occupati e ottenere la pace.
(trad. annalena di giovanni)

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