L'incubo di Gaza, tra la guerra civile e l'occupazione.

Riceviamo e pubblichiamo.

L’incubo di Gaza, tra la guerra civile e l’occupazione
israeliana

Bande di uomini incappucciati che si sparano ad ogni
angolo di strada e mercenari che lanciano razzi Qassam
verso Israele. Gaza city è una città fantasma di un
milione di abitanti, nessuno si arrischia ad uscire di
casa per paura dei proiettili vaganti, mentre oltre il
muro gli israeliani in fuga da Sderot si rifugiano in
una tendopoli. Dieci giorni fa, Israele lancia una
massiccia offensiva contro Hamas e il premier
palestinese Haniyeh, nel mirino dell’esercito, entra
in clandestinità. Missili israeliani radono al suolo
interi palazzi e i carriarmati degli occupanti
invadono nuovamente la Striscia: la guerra civile si
prende una pausa di qualche giorno e le milizie
mascherate spariscono, bersaglio troppo facile per
l’artiglieria israeliana. Le scuole e i negozi
riaprono a Gaza e Olmert sblocca l’embargo all’ANP per
aiutare l’alleato Abu Mazen a contro il nemico comune
Hamas. In questa situazione paradossale, nel
quarantesimo anniversario dell’occupazione, l’unica
speranza rimasta è la proposta di una forza
multinazionale araba a Gaza, sulla scia della missione
UNIFIL in Libano. Sempre che qualche paese accetti di
mandare i propri soldati.

Gaza durante la guerra civile è un posto
agghiacciante. Per le strade di Gaza City e in tutta
la Striscia, per quasi tutto il mese di maggio, è
ripresa la guerra tra le milizie rivali di Hamas e
Fatah, e di entrambe contro le bande armate delle
potenti famiglie mafiose che controllano il territorio
della Striscia. L’accordo della Mecca, che aveva
portato in Febbraio all’attuale governo di unità
nazionale tra Haniyeh e Abu Mazen, era riuscito a
fermare per breve tempo gli scontri armati. Ormai
invece è guerra aperta, i morti si contano a dozzine,
da quando il ministro dell’interno palestinese si è
dimesso, precipitando la situazione nel caos. Sono
ricomparsi uomini armati e mascherati che improvvisano
check-points e fermano le sporadiche automobili, alla
ricerca di militanti della fazione rivale, che vengono
poi arrestati o giustiziati. Dato che i seimila
militanti di Hamas sono confluiti nelle forze di
sicurezza governative, insieme ai circa settantamila
di Fatah, tutti portano la stessa uniforme e non è
nemmeno possibile distinguere l’appartenenza dei
miliziani.

Esacerbando la ferocia e la stupidità degli attacchi,
come quando un commando di Hamas ha assassinato per
sbaglio cinque dei propri uomini, appena arrestati
dalle forze di Fatah. Spesso proiettili volanti
colpiscono i passanti alla ricerca di cibo. Per il
resto, vige un ferreo coprifuoco, le scuole e i negozi
sono chiusi. Agli scontri tra Fatah e Hamas si
aggiungono le lotte tra le potenti famiglie mafiose.
Poche famiglie posseggono infatti veri e propri
eserciti privati e controllano intere città
all’interno della Striscia, tanto che in certi
villaggi nemmeno le forze di sicurezza, siano esse di
Hamas o di Fatah, osano avvicinarsi. Alcune voci
sostengono che il giornalista inglese della BBC Alan
Johnston, rapito due mesi fa a Gaza, sia nelle mani di
una di queste potenti famiglie, che controlla il sud
della Striscia. Nemmeno durante l’occupazione
israeliana la situazione era così drammatica. Una
dimostrazione pacifica di cittadini, che chiedeva una
tregua, è stata dispersa a colpi di fucile, mentre le
radio, le tv e persino le università sono sotto il
fuoco incrociato delle milizie. Vari cessate-il-fuoco
negoziati tra Abu Mazen e Haniyeh sono durati solo
poche ore, lasciando il posto a combattimenti sempre
più violenti.

I razzi Qassam vengono lanciati senza sosta dal nord
della Striscia, duecentocinquanta solo nelle ultime
due settimane. A Beit Hanoun, a un chilometro dal
muro, tutti ancora ricordano l’invasione dell’estate
scorsa, quando il governo israeliano decise di radere
al suolo il villaggio, facendo strage di civili, come
rappresaglia per il rapimento del soldato dell’IDF
Shalit da parte di Hamas. Ogni giorno, gruppi di
militanti sparano numerosi Qassam al di là del
confine, in direzione di Sderot, una cittadina
israeliana di ventimila abitanti a ridosso della
Striscia. I lanci si sono fatti più precisi, causando
due vittime israeliane negli ultimi giorni. Le scuole
sono chiuse da tempo in città, riaprono
sporadicamente, ma quasi nessuno si fa vedere in aula.
Data la palese assenza del governo, circa diecimila
abitanti sono scappati da Sderot, chiedendo aiuto al
magnate israeliano Arkady Gaydamak, che ha sborsato
milioni di shekel per creare una tendopoli per gli
sfollati.

A questo punto, Olmert ha deciso di agire, sotto la
pressione dell’opinione pubblica e dei media,
nonostante sia evidente l’impossibilità di fermare il
lancio dei razzi manu militari, come più volte
ribadito dagli stessi vertici dell’IDF dello Shin Bet.
Il governo ha dato il via libera all’ingresso dei
carriarmati nella Striscia, lanciando
contemporaneamente un’offensiva aerea contro uomini e
strutture di Hamas a Gaza e arrestando sindaci e
parlamentari di Hamas in West Bank.
Contemporaneamente, sono ripresi gli assassini mirati
dei dirigenti di Hamas, minacciando lo stesso premier
Haniyeh, che è entrato in clandestinità insieme ai
membri del governo. Due settimane di attacchi aerei e
artiglieria pesante hanno provocato la morte di oltre
settanta palestinesi. Tuttavia, l’offensiva israeliana
non ha fermato il lancio dei razzi, tanto che nel
governo si comincia a discutere di strategie
alternative. Alcuni ministri, seguendo Netanyahu,
hanno proposto di tagliare acqua e luce in tutta la
Striscia, visto che i palestinesi dipendono totalmente
da Israele per gli approvvigionamenti. Il ministro
Lieberman ha proposto di dichiarare Gaza un’entità
ostile e in sostanza di bombardare a tappeto finché
non si fermino i razzi, anche se questa strategia è
già stata tentata in Libano l’estate scorsa senza
alcun risultato.

Abu Mazen, che chiama i Qassam "futility rockets",
continua inutilmente a chiedere lo stop dei lanci, che
giustificano agli occhi degli occidentali le micidiali
rappresaglie israeliane. Ma la totale anarchia nella
Striscia ha la meglio anche in questo caso. Persino
Haniyeh ha cercato di fermare i Qassam, ma i lanci
continuano senza sosta per contrasti interni dell’ala
militare di Hamas. Una recente inchiesta di Ha’aretz,
infatti, ha rivelato che per il lancio di ogni razzo
vengono offerti ai giovani della Striscia cinquemila
dollari. Nonostante sia estremamente rischioso (gli
israeliani sparano a vista sui sospetti), non mancano
certo i volontari, data l’entità della somma e
l’altissima disoccupazione nella Striscia. La
strategia del lancio di Qassam da Gaza, se strategia
si può chiamare, è stata spiegata da Khaled Meshal,
leader di Hamas in esilio a Damasco. In un’intervista
a The Guardian, Meshal ha dichiarato che "sotto
occupazione la gente non si chiede se i propri mezzi
siano efficaci per colpire il nemico: gli occupanti
hanno tutti i mezzi per far soffrire la popolazione
che controllano, mentre i palestinesi hanno solo mezzi
modesti, quindi devono utilizzare tutto quello che
possono." Anche se le rappresaglie israeliane causano
decine e decine di morti.

La situazione è disperata e la frustrazione è arrivata
a tal punto che la gente comune, nelle case, sussurra
di rimpian
gere l’occupazione israeliana. Gli scontri
tra fazioni palestinesi si sono fermati
improvvisamente solamente quando l’esercito israeliano
ha invaso il nord della Striscia, prendendo posizione
a ridosso di Beit Hanoun. Quando gli israeliani
bombardano Gaza in questi giorni, gli uomini
mascherati si nascondono: le scuole riaprono e la
gente può correre a fare la spesa, per poi tornare a
chiudersi in casa, possibilmente in stanze senza
finestre, al sicuro dalle pallottole vaganti.
L’opinione corrente tra i palestinesi però è che
questa sia soltanto una breve pausa negli scontri e,
appena gli occupanti sospenderanno gli attacchi,
riprenderà la guerra fratricida più feroce di prima.
Olmert ha fatto una mossa a sorpresa in questo senso:
il governo ha deciso di levare l’embargo all’ANP, in
vigore dalla vittoria di Hamas alle elezioni
palestinesi del Gennaio dell’anno scorso.

In questo modo, Israele trasferirà direttamente ad Abu
Mazen settecento milioni di dollari, per rafforzare la
sua leadership vacillante. L’ingente somma verrà
trasferita probabilmente attraverso il Temporary
International Mechanism, ovvero il canale di
finanziamento ideato dall’UE, che permette di pagare
direttamente i salari dei dipendenti dell’ANP
bypassando il governo di unità nazionale in cui
partecipa Hamas. Questa mossa a sorpresa è stata
imposta a Israele dal recente cambiamento di rotta
dell’amministrazione americana, che sta facendo
pressioni su Israele nella ricerca di un negoziato con
i Paesi Arabi da una parte, mentre dall’altra fa di
tutto per rafforzare le forze di sicurezza di Fatah a
Gaza negli scontri contro Hamas.

È ormai chiaro che in questa situazione di totale
anarchia, l’unica speranza per Gaza sia un massiccio
intervento internazionale. Persino il governo Olmert e
l’IDF sono coscienti del fatto che solo una capillare
occupazione della Striscia potrebbe fermare i Qassam.
Ma in questo modo l’esercito sarebbe impantanato negli
scontri tra Hamas e Fatah, con la probabile
prospettiva di coalizzare le tutte le fazioni
palestinesi contro gli occupanti, come si è visto in
queste due settimane di "prove generali"
dell’occupazione. Sta finalmente prendendo piede anche
in Israele l’idea di una forza di pace sul modello
UNIFIL, che si schieri sui confini di Gaza. Questo
toglierebbe d’impiccio la leadership israeliana, che
al momento brancola nel buio, priva di qualsiasi
strategia.

Timide aperture in questo senso sono venute dal
ministro degli esteri Livni, che ha posto però come
precondizione la richiesta che le truppe
internazionali fermino il lancio dei Qassam, blocchino
il traffico di armi nei tunnel sotto il valico di
Rafah e infine disarmino le milizie palestinesi. Altri
ministri hanno espresso opinioni favorevoli al
riguardo, precisando che l’Egitto dovrà farsi carico
del comando della missione. Tuttavia, Hamas ha
rigettato con sdegno la proposta, evidentemente per
timore di vedere intaccata la propria posizione di
superiorità militare nella Striscia, mentre fonti
egiziane hanno espresso forti perplessità. Sembra
tuttavia sempre più evidente che, senza l’intervento
esterno, la polveriera di Gaza si sta trasformando in
un teatro di guerriglia permanente, come già fu il
Libano, un’enorme prigione a cielo aperto in cui l’IDF
fa il tiro a segno e in cui le milizie rivali e le
famiglie mafiose accumulano armi senza sosta.

LM

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