«Liquidare» e «disperdere», parole ebraiche per i palestinesi.


Di Yitzhak Laor
Due diversi registri linguistici dominano l’ebraico quando si tratta della lotta palestinese per l’indipendenza e della guerra contro di essa: l’ebraico puro e l’ebraico brutto. L’assassinio di palestinesi, per esempio, viene chiamato khisul dai media israeliani; è la parola ebraica per «liquidazione». E’ stata una parola predominante nelle violenze degli ultimi sei anni, da quando nel novembre 2000 Israele l’ha istituzionalizzata sulla stampa: mediniyut ha-khisulim, «la prassi delle liquidazioni». Da allora capita che la parola khisul, liquidazione, appaia nei titoli d’apertura di un tabloid, o nel notiziario radiofonico: od khisul be-aza, «Un’altra liquidazione a Ghaza». Tra parentesi la stessa parola, khisul, viene usata sia per lo sterminio nazista degli ebrei in Europa che per un negozio che chiude, appunto, per liquidazione.
L’ebraico è un linguaggio molto sincero e diretto, essendo il suo vocabolario piuttosto limitato e per lo più inventato o reinventato negli ultimi cinquant’anni. Ciononostante, khisul non è una parola di uso comune. E’ dura, dolorosa, e generalmente viene usata soltanto nel suo contesto specifico. C’è però un altro termine usato per questo genere di esecuzioni extragiudiziali, sia per mano di pattuglie in Cisgiordania, sia con i missili a Ghaza. In inglese è tradotto come «omicidi mirati», e così è stata resa nota a tutto il mondo, o almeno a tutta quella parte di mondo interessata al nostro piccolo lago di sangue; ma è una traduzione molto generosa. Gli ideatori di questo vocabolario speciale, l’inglese-israeliano semiufficiale, sono in genere giornalisti; spesso di Ha-Aretz, o immigrati dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, o dal Sud Africa, per lo più liberali imbarazzati dal cinico eufemismo ufficiale. Infatti se il termine dell’esercito israeliano venisse tradotto propriamente, e se lo si facesse prima del filtro operato da questo inglese-israeliano semiufficiale, esso verrebbe reso con «dispersione mirata», traduzione letterale di sikkul memukad.
Entrambi i termini usati per la tattica israeliana degli assassini mirati, quella aggressiva e quella pura, – «liquidazione» e «dispersione mirata» – provengono dalla stessa fonte: l’esercito israeliano. Non soltanto queste grandi menti se ne escono con queste tattiche distruttive, che gli israeliani continuano a santificare in quanto tattiche militari; è lo stesso esercito ad inventare entrambi i modi per rappresentarle.
La prima versione, comune, corta, onesta, connota violenza ma anche orgoglio e quindi sicurezza: le braccia dell’esercito israeliano sono lunghe, arrivano lontano e possono colpire ovunque vogliono. Come se ci fosse di che vantarsi: un esercito fra i più potenti del mondo che brutalizza una poverissima, piccolissima nazione, priva di esercito e di alimenti su un fazzoletto di terra. La seconda versione, quella priva di ogni traccia di violenza, è il linguaggio del giurista. Quello che deve difendere la dannata condotta israeliana e coprire il culo ad Israele sui vari fronti – sul fronte nazionale, sul fronte internazionale, sul fronte storico, sul fronte eterno. In altre parole, un’istanza morale. La Corte di Giustizia non mette in discussione la liquidazioni, piuttosto si occupa delle «dispersioni mirate».
I filosofi non si affiancherebbero a dei generali per scrivere insieme trattati in difesa di una tale strategia, se non potessero chiamarla col il nome puro che l’esercito ha definito. Insomma, difenderebbero la «dispersione mirata», non certo la «liquidazione», Dio non voglia.
Ovviamente questo linguaggio cela molto. E’ la sua funzione: i generali ed i loro pochi aiutanti non si spenderebbero invano in cotanta sensibilità linguistica. Eppure non è l’ equivalente dell’altra espressione, quella brutale? Beh, è la stessa. Copre il sangue e le lacrime con scioviniste filippiche di successi. Dopotutto, liquidazione significa che qualcosa è giunto alla propria fine. Quindi se di liquidazione si tratta, com’è che ne abbiamo sempre continuamente bisogno? Ed è esattamente questo che il linguaggio cerca di coprire. La futilità degli omicidi professionali israeliani.
Garantisce solo una cosa: che l’esercito israeliano non perderà mai il suo ruolo al centro della nostra noiosa vita.

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