Lo scenario israelo-palestinese, la prospettiva del Cipmo.

In relazione alla lettera dell’Ism da noi pubblicata il 3 novembre

 

‘Il Peres center addestra i palestinesi ad accettare la superiorità ebraica’.

 che chiamava in causa anche il Cipmo, abbiamo rivolto a Janiki Cingoli, direttore del Centro, alcune domande. 

Cos’è il Cipmo e quali finalità persegue?

Il CIPMO, Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente, è stato fondato nel 1989 dal sottoscritto, Janiki Cingoli , che da allora ne è il Direttore, insieme a un impostante gruppo di personalità italiane di diverso orientamento politico e culturale.

Esso è considerato tra le principali strutture di riferimento in Italia per le tematiche relative all’area mediorientale e mediterranea.

Il CIPMO si propone di favorire, con un approccio bilanciato e costruttivo, il dialogo fra israeliani, palestinesi e arabi e di promuovere le più diverse forme di cooperazione euromediterranea.

Nel 1998 ha ottenuto la qualifica di Ente Internazionalistico dal Ministero degli Affari Esteri, che ne ha riconosciuto il costante impegno nel rafforzare il ruolo dell’Italia nell’area, svolgendo un compito non secondario nel sostegno del processo di pace.

Il Centro è sostenuto dal Comune di Milano, dalla Provincia di Milano e dalla Regione Lombardia, che ne hanno promosso la nascita, e realizza alcuni dei suoi più importanti progetti con il supporto dell’Unione Europea.

Presidente Onorario è il Senatore a Vita e Premio Nobel Rita Levi Montalcini. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, è fra i suoi soci fondatori.

Dal dicembre 2003, il CIPMO è promotore e coordinatore del Comitato Italiano di Appoggio all’Accordo di Ginevra, il Modello di Accordo di pace promosso dagli ex ministri Yossi Beilin (Israele) e Yasser Abed Rabbo (Palestina). Sono molte le istituzioni e le organizzazioni italiane che hanno aderito al Comitato.

L’Europa ha aderito all’assedio che sta affamando la già povera Striscia di Gaza. Qual è la vostra posizione?

Il CIPMO ha da sempre ritenuto sbagliata la decisione di mettere in atto il blocco della Striscia di Gaza, perché esso crea una situazione sociale ed umana insostenibile e ingiusta alla popolazione, senza peraltro scalfire sostanzialmente il controllo di Hamas sulla zona.

Nel gennaio 2006, Hamas vinse le elezioni legislative in modo trasparente, ma da allora è boicottato da gran parte dei governi occidentali e anche da gruppi e realtà filopalestinesi di "sinistra".  Cosa ne pensa il Cipmo e quali sono gli scenari che si prospettano nel futuro?

Noi non siamo stati felici per la vittoria di Hamas, ma abbiamo considerato il risultato del sostanziale stallo del processo di pace, ed anche della degenerazione della Autorità Nazionale Palestinese, con i connessi fenomeni di corruzione e autoritarismo, nonché della paralisi e della burocratizzazione dello stesso Fatah. Tuttavia abbiamo ritenuto che il risultato elettorale avrebbe dovuto essere rispettato, e che Israele non avrebbe potuto raggiungere la pace trattando solo con la metà del movimento palestinese e senza coinvolgere Hamas.

Per questo abbiamo valutato come di grande interesse il Documento dei prigionieri promosso da Marwan Barghouti, un leader con cui CIPMO ha collaborato e di cui chiede il rilascio, ed il successivo accordo interpalestinese della Mecca. Israele e la Comunità internazionale hanno sbagliato nel non raccogliere quel tentativo, promosso dall’Arabia Saudita, che conteneva in sé gli elementi necessari ad un rilancio del processo di pace, e anche questo errore ha spinto Hamas al colpo militare a Gaza, colpo che noi peraltro condanniamo come un grave errore. Riteniamo altresì che si debba operare per favorire un suo superamento, appoggiando i tentativi di dialogo che si stanno sviluppando al Cairo. Se questo accordo dovesse essere raggiunto, recuperando lo spirito della Mecca, ed ottenendo da Hamas una accettazione piena del Piano arabo di pace, la Comunità internazionale dovrebbe sostenerlo, invece di bloccarlo attraverso condizioni di carattere prevalentemente ideologico o imponendo di nuovo condizioni di isolamento politico ed economico.

La vittoria di Barack Obama potrebbe cambiare la politica estera mediorientale?

Speriamo di sì. Obama è stato molto cauto, durante la campagna elettorale, anche per non perdere l’appoggio dell’elettorato ebraico, che per oltre il 70% lo ha votato. Ma tutto il suo atteggiamento, anche rispetto all’Iran, con cui ha dichiarato di voler aprire canali di dialogo pur respingendo la possibilità che Teheran si doti dell’arma nucleare, ci fa prevedere un approccio meno ideologico e più attento alla realtà delle cose. Penso che per i primi tempi Obama sarà prevalentemente assorbito dalla crisi economica e finanziaria, interna ed internazionale.

Israele-Palestina, dall’ equivicinanza all’equidistanza e all’indifferenza il passo è breve: occupanti e occupati si possono collocare sullo stesso piano come è d’uso attualmente? Non è una posizione alla Don Abbondio e poco utile alla pace?

I primi due termini non sono uguali, e posso dirlo dato che siamo noi del CIPMO ad aver inventato il termine di equivicinananza, che poi molti hanno ripreso. Esso deriva da una discussione svoltasi al nostro interno: non si può essere equidistanti rispetto alla esigenza di porre fine alla occupazione, anche se naturalmente non si può prescindere dalle responsabilità anche arabe che ne sono all’origine, con la guerra dei sei giorni. Ma non si può arrivare a porre fine alla occupazione senza fare la pace, e questo non è possibile se non ci si fa complessivamente carico dei sentimenti, delle paure e delle aspettative dei due popoli, se legittime, naturalmente. Questo è quel che vuol dire equivicinanza.

Indifferenti poi non lo siamo di certo. Sono quasi trent’anni che la mia vita è dedicata a questo problema. Io credo che, nella attuale situazione storica, non si possa stabilizzare la stessa questione ebraica, se non si dà uno Stato al popolo palestinese, e non si crea una situazione di pace, sicurezza e convivenza in tutto il Medio Oriente.

Perché i media non ci parlano mai delle ragioni dei palestinesi e delle coraggiose iniziative intraprese da una minoranza israeliana anti-occupazione?

La causa palestinese è oggi fortemente indebolita dalle divisioni interne del movimento, e dai drammi anche sanguinosi che questo ha comportato. Quanto ai movimenti israeliani cui si riferisce, si tratta di una realtà certamente rispettabile, ma estremamente minoritaria e assai poco influente. Io non credo che il campo della pace, in Israele, possa essere confinato solo a queste frange più estreme. Vi sono molti, nella sinistra istituzionale, ed anche nel centro, che, sia pure tra mille limiti e molte contraddizioni, sono interessati e disponibili a un discorso di pace. Una delle esperienze più importanti che noi, come CIPMO, abbiamo fatto, è il seminario segreto Likud – Fatah, nel 1998. Un seminario che servì a favorire il parziale ritiro israeliano da Hebron e gli accordi di Wye Plantation. Il capodelegazione palestinese era Marwan Barghouti, e quello israeliano Meir Sheetrit, oggi esponente di Kadima e Ministro dell’Interno. E molti dei ministri israeliani che oggi chiedono pubblicamente la liberazione di Barghouti avevano partecipato a quel seminario.

Le attività del Centro Peres sono molto pubblicizzate in Italia, ma non sono pochi a nutrire seri dubbi su diverse iniziative e sul Centro stesso. Che ne pensate?

Devo dire che ho considerato assai grave e anche angosciante il comunicato dell’ISM-Italia, da voi pubblicato senza neanche un commento, che parlava di “infamie della cooperazione bi e trilaterale” e definiva tra le altre il CIPMO, insieme al centro Peres, come una “organizzazione dedicata a promuovere e organizzare il collaborazionismo palestinese”. Questa aggressività mi pare solo uno scalino prima dell’attacco fisico, non capisco questa furia nel cercare nemici tra chi con tutti i suoi limiti si batte per la pace.

Quanto ho detto fino ad ora mi pare chiarisca la nostra posizione, e non credo che noi favoriamo il collaborazionismo palestinese.

Quanto al Centro Peres, loro hanno certamente un atteggiamento più cauto e istituzionale di noi, e non potrebbe essere altrimenti, visto che Peres è Presidente dello Stato israeliano.

Vi sono atteggiamenti da parte loro che a volte troviamo improntati un po’ ad uno spirito di grandeur, che non fanno sentire i possibili partner su un piano di completa parità. A volte, sembra che vogliano fare anche la parte dei palestinesi, per così dire. Noi non abbiamo condiviso la scelta di localizzare il nuovo edificio dedicato alla pace tra i due popoli in territorio israeliano, con un approccio unilaterale. Sarebbe stato meglio farlo sulla Linea Verde, probabilmente. E anche la dimensione dell’investimento che si è resa necessaria per la costruzione ci è sembrata un po’ sproporzionata.

Ugualmente, vi sono alcuni aspetti della campagna volta a far curare i bambini palestinesi in gravi condizioni negli ospedali israeliani, che possono essere discussi, e anche per questo noi non ci siamo impegnati su quel progetto: riteniamo che sarebbe necessario dare priorità alla costruzione di un sistema sanitario palestinese funzionante e efficiente. Ma va detto che la questione non è semplice, è l’eterno problema del rapporto tra emergenza e intervento strutturale.

Quanto all’articolo di Benvenisti che avete riportato, egli è un nostro amico e noi abbiamo avuto occasione di ospitarlo, è un uomo di acuta intelligenza, e molte delle cose che scrive sono da prendere in considerazione. Ma non penso sia concepibile descrivere il Centro Peres come un avversario della pace, come un Centro che si propone di fabbricare degli Zio Tom palestinesi. Ron Pundak, l’attuale Direttore del Centro, è una delle persone più brillanti, creative e coraggiose che io abbia conosciuto, nel campo di pace israeliano, ed è stato insieme a Yair Hirshfeld uno dei negoziatori segreti degli Accordi di Oslo. Credo sia giusto avere un maggiore rispetto, nei suoi confronti.

Noi, con il Centro Peres, e con il Centro Panorama di Ramallah, che fa capo al Ministro degli Esteri palestinese Riad El Malki, collaboriamo da molti anni nella realizzazione di seminari riservati rivolti a giovani leader delle due parti, di vario orientamento politico: gli Young Leader sono spesso meno ancorati agli schemi e ai riflessi condizionati del passato, e possono contribuire a costruire un nuovo approccio per arrivare alla pace.

Info:  www.cipmo.org

 

 

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