L’Ocse e la colonizzazione israeliana

 

Charlotte Silver, The Electronic Intifada, 25 ottobre 2010

Turisti israeliani in visita ad una postazione militare abbandonata, risalente alla guerra del 1967; Alture del Golan occupate. (Moti Milrod/MaanImages)


Il 20 e il 21 ottobre si è tenuta a Gerusalemme l'LXXXVI seduta della commissione per il Turismo dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Tra gli argomenti di discussione erano incluse le politiche turistiche d'Israele nei Territori occupati (Cisgiordania, Gerusalemme est, Striscia di Gaza e Alture del Golan siriane).

A questo proposito, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) ha chiesto ai paesi membri di boicottare l'incontro, che mirava a condonare l'annessione illegale di Gerusalemme da parte d'Israele, secondo quanto sostenuto dalla stessa Olp. Il Comitato nazionale palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni ha inoltre chiesto di spostare la sede della conferenza.

Dopo aver fatto domanda d'iscrizione nel 1994 e nel 2000, Israele è stata ammessa a far parte dell'esclusivo gruppo di paesi membri dell'Ocse nel maggio di quest'anno. Questo ha causato molto dibattito a livello internazionale, poiché l'ingresso nell'Organizzazione viene normalmente riservato alle democrazie con un alto tasso di sviluppo. Ad ogni modo, nel caso d'Israele, l'Ocse ha dichiarato di aver guardato al di là delle politiche di occupazione, concentrando l'attenzione sull'economia prospera di Tel Aviv.

Tuttavia, come ha confermato l'economista Shir Hever in una pubblicazione dell'Alternative information center, Israel and the OECD (“Israele e l'Ocse”), i dati forniti da Israele sulla propria situazione economica sono falsati, in quanto non tengono conto della popolazione araba presente sul territorio controllato dallo Stato israeliano (che va ben al di là dei confini internazionalmente riconosciuti).

Escludendo dalle statistiche quasi quattro milioni di palestinesi assoggettati all'occupazione – spiega Hever -, Israele crea un'immagine distorta e irreale della sua economia. Essa maschera le pesanti disparità riscontrate nei redditi e nei tenori di vita, e la profonda miseria di vasti segmenti della popolazione.”


Turismo

Qualche giorno prima della seduta, il ministro del Turismo israeliano Stas Misezhnikov aveva sostenuto che la scelta della commissione di tenere la seduta a Gerusalemme serviva a riconoscere la città come capitale d'Israele: un'affermazione rapidamente smentita e criticata dal segretario generale dell'organizzazione Angel Gurria.

Il battibecco di cui sopra dimostra chiaramente le contraddizioni dei rapporti tra l'Ocse e Israele, e la difficoltà di separare le questioni turistiche della prima dalle sue politiche di occupazione. Esempio evidente di questa forte interrelazione si ritrovano infatti nel sito del ministero del Turismo, dove viene promossa la bellezza storica e naturalistica di luoghi oggetto di un'aspra contesa con i palestinesi: basti pensare a al-Arakib, villaggio beduino già demolito per la sesta volta dalle autorità israeliane, o alle Alture del Golan occupate, di cui vengono descritti il panorama mozzafiato, i siti archeologici e le molte attrattive turistiche.

Le Alture del Golan.

Le Alture del Golan furono occupate da Israele durante la guerra del giugno 1967, ed annesse nel 1981 in violazione della legge internazionale, delle risoluzioni dell'Onu, dei trattati con la Siria e degli accordi firmati a Camp David tre anni prima. Secondo le associazioni Golan for development e Fondazione per la pace in Medio Oriente, nella Alture sono presenti attualmente 21.000 cittadini siriani e 19.000 israeliani circa.

Giunto in viaggio turistico, ho potuto ammirare i resti delle varie civiltà che hanno storicamente vissuto nell'area – dai greci ai romani, dai mamelucchi agli ottomani -: i siti archeologici sono ben collegati tra loro grazie al lavoro delle autorità israeliane. Tuttavia, insieme agli altri, ho potuto osservare anche i resti dei 134 villaggi arabi distrutti da Israele durante e dopo la guerra del 1967: cercando di cancellare le recenti tracce d'identità siriana dal territorio, Israele stabilisce il proprio dominio.

Come ha spiegato Taisir Maray, direttore generale della Golan for development – che ha sede proprio nelle Alture, nel villaggio siriano di Majdal Shams -, è dal 1967 che i siriani rimasti a vivere negli unici cinque villaggi non confiscati da Israele resistono ai tentativi di controllo israeliani. La legge marziale, imposta ai siriani negli anni precedenti l'annessione, “ha cercato fin dall'inizio di soffocarci, ma il risultato è stato l'opposto: la gente si è unita e ha cominciato a resistere”. Gli scontri si sono fatti ancora più aspri dopo il 1981, con l'estensione dell'amministrazione civile israeliana alla zona annessa e i tentativi da parte d'Israele d'imporre a tutti la cittadinanza israeliana.

Negli ultimi cinque anni, Israele ha adottato una nuova strategia per rompere l'indipendenza dei siriani, permettendo loro di avviare attività turistiche (fino a cinque anni fa, era quasi impossibile per un siriano del Golan affittare stanze ai turisti). “È uno dei metodi con cui tentano di assimilarci alla società israeliana – ha spiegato Maray –: rendendo la nostra vita più facile, cercano di tenerci occupati con gli affari e di non farci pensare a resistere Israele. Sperano così che ci dimentichiamo della nostra identità storica e nazionale”.

Fondata nel 1991, Golan for development mira invece a contrastare questa tendenza, diffondendo informazione e promuovendo turismo alternativo e forum educativi. “Israele cerca di presentare le Alture del Golan come parte integrante d'Israele – e noi cerchiamo di presentare la realtà dell'occupazione”.

Intanto, i tentativi israeliani di sancire l'annessione di Gerusalemme est con la conferenza sono stati vanificati: Norvegia, Spagna, Regno Unito e Turchia hanno infatti rifiutato di partecipare all'incontro di Gerusalemme. Questo gesto mostra come la logica del boicottaggio delle istituzioni israeliane abbia cominciato a soppiantare la stanca retorica che cerca di far passare il vuoto “impegno” come mezzo per raggiungere pace.

Charlotte Silver è una litigation assistant presso la American civil liberties union, progetto Diritti degli immigrati, ed è stata un'attivista del Movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni a Stanford, California. Vive a San Francisco e può essere contattata all'indirizzo charlottesilver@gmail.com.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.