L'Olocausto come risorsa politica.

testo originale inglese:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/849669

L’Olocausto come risorsa politica
Amira Hass

Il cinismo inerente all’atteggiamento delle istituzioni dello stato ebraico
verso i sopravvissuti all’Olocausto non costituisce una rivelazione, per
coloro che sono nati e vivono fra loro.  Siamo cresciuti sbadigliando di
fronte al gap fra la presentazione dello stato di Israele come il luogo
della rinascita del popolo ebraico ed il vuoto esistente per ogni
sopravvissuto all’Olocausto, e per la sua famiglia. La ‘riabilitazione’
personale dipendeva dalle circostanze di ciascuno: i più forti verso gli
altri, che non trovavano sostegno dalle istituzioni statali. Negli anni ’50
e ’60 abbiamo visto il disprezzo verso i nostri genitori ‘per essere andati
come pecore al macello’ e la vergogna dei nuovi ebrei, i sabra, per i loro
parenti sfortunati della diaspora.

      Si può sostenere che nei primi due decenni gran parte di questo
atteggiamento potesse essere attribuito alla mancanza di informazione ed
all’incapacità, estremamente umana, di comprendere il pieno significato del
genocidio industriale perpetrato dalla Germania. Ma la consapevolezza degli
aspetti materiali dell’Olocausto è iniziata molto presto; le istituzioni
ebraiche e sioniste hanno iniziato, nei primi anni ’40, a discutere la
possibilità di richiedere riparazioni. Nel ’52 è stato firmato con la
Germania l’accordo per le riparazioni, in base al quale questa acconsentiva
a pagare centinaia di milioni di dollari ad Israele, onde coprire i costi
per assorbire i sopravvissuti e pagare perché fossero riabilitati.
L’accordo obbligava la Germania pure a compensare i sopravvissuti
individualmente, ma la legge tedesca differenziava fra coloro che
appartenevano alla ‘cerchia culturale tedesca’ e gli altri. Coloro che erano
in grado di provare un rapporto con la cerchia superiore hanno ricevuto
somme più alte, anche se erano emigrati dalla Germania in tempo. I
sopravvissuti ai campi di concentramento, esterni alla ‘cerchia’, hanno
ricevuto la ridicola somma di 5 marchi al giorno. I rappresentanti
israeliani hanno mandato giù la distorsione.

      Questo fa parte delle radici del cinismo finanziario esposto oggi ai
media, a causa dei seguenti motivi: l’età avanzata ed il declino della
salute dei sopravvissuti, il voluto indebolimento del welfare, la presenza
di sopravvissuti dell’ex Unione Sovietica che non sono inclusi nell’accordo
sulle riparazioni, l’attivismo mediatico di organizzazioni assistenziali non
governative, il gradito arruolamento di giornalisti che si occupano di
questioni sociali.

      Questi sono turbati dal divario fra l’appropriazione ufficiale
dell’Olocausto, percepita in Israele come comprensibile e giustificata, e
l’abbandono dei sopravvissuti.

      Trasformare l’Olocausto in una risorsa politica serve ad Israele in
primo luogo nella lotta contro i palestinesi. Quando su un piatto della
bilancia c’è l’Olocausto, insieme alla coscienza (giustamente) colpevole
dell’Occidente, l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, nel ’48, è
minimizzata ed offuscata.

      L’espressione ‘sicurezza per gli ebrei’ è stata consacrata come
sinonimo esclusivo di ‘lezione dell’Olocausto’. E’ ciò che permette ad
Israele di discriminare in modo sistematico contro i cittadini arabi. Da 40
anni, è la ‘sicurezza’ a giustificare il controllo della Cisgiordania e di
Gaza, nonchè di coloro che sono stati privati del diritto di vivere insieme
agli abitanti ebrei, cittadini israeliani carichi di privilegi.

      La sicurezza serve a creare un regime di separazione e discriminazione
su base etnica, di stile israeliano, sotto gli auspici di ‘colloqui di pace’
che vanno avanti in eterno. Trasformare l’Olocausto in una risorsa permette
ad Israele di presentare tutti i metodi palestinesi di lotta – persino
quelli disarmati – come un altro anello nella catena antisemita che culmina
ad Auschwitz. Israele ottiene per sè la licenza di presentare un numero
sempre maggiore di tipi di barriere, muri e torri di guardia militari
intorno alle enclave palestinesi.

      Separare il genocidio del popolo ebraico dal contesto storico del
nazismo e dal suo scopo di uccidere e soggiogare, e dalla serie di genocidi
perpetrati dall’uomo bianco fuori d’Europa, ha creato una gerarchia fra le
vittime, in cima alle quali stiamo noi. I ricercatori sull’Olocausto e
l’antisemitismo cercano balbettando le parole, quando a Hebron lo stato
porta avanti la pulizia etnica tramite i propri emissari, i coloni, e
ignorano le enclave ed il regime di separazione che sta instaurando. Si
denuncia come antisemita, se non come negatore dell’Olocausto, chiunque
critica le politiche israeliane verso i palestinesi. Assurdamente, il
delegittimare ogni critica ad Israele rende solo più difficile respingere le
futili equazioni fra la macchina omicida nazista ed il regime israeliano,
che discrimina ed occupa.

      A ragione, la denuncia dell’abbandono istituzionale dei sopravvissuti
è trasversale. La trasformazione dell’Olocausto in una risorsa politica, da
usare nella lotta contro i palestinesi, è nutrita dal medesimo cinismo
ufficiale, ma su questo vi è consenso.

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