Luisa Morgantini: ‘I palestinesi alla ricerca della loro unità’.

Care tutti e tutte, 
 
vi invio l’articolo che ho scritto, per Liberazione, dopo il mio ritorno dalla Palestina e Israele. Le promesse di Olmert sulla liberazione di alcuni prigionieri in occasione della Festa dell’Eid Al Adha, siamo ormai alla fine della Festa del Sacrificio, non si sono avverate (tanto per cambiare) e nemmeno lo sblocco dei 27 check-, per la prima non c’è stata motivazione, per la seconda si è addotta la scusa del maltempo. Oggi l’esercito ha detto che li aprirà. Staremo a vedere. Ieri Mahomoud Abbas ha espresso l’opinione che nell’ impiccagione di Saddam Hussein vi è una componente politica e ha deprecato che l’esecuzione fosse avvenuta proprio durante l’Eid Al-Adha, è qualcosa, visto che le email che circolavano dicevano che il premier Haniyah non aveva espresso la sua opinione per timore dell’Iran e il presidente Abbas per timore del Kuwait.
Una notizia positiva per Marwan Barghouti: dopo cinque anni ha potuto rivedere suo figlio anche lui in prigione con false accuse. Un’altra notizia è che la campagna Denied Entry sta dando qualche frutto: come si diceva negli anni 70, "la lotta paga" (siccome consideravo il denaro uno strumento capitalista io usavo invece il termine "ribellarsi è giusto e ne vale la pena"), infatti negli incontri tra israeliani, europei, presidenza palestinesi, il governo israeliano ha reintrodotto i visti, ma vi manderò una nota a parte e faremo una riunione a Roma il 12 Gennaio.
Intanto tra rapimenti e sparatorie continuano i tentativi per la formazione di un governo di unità nazionale.
Vi abbraccio.
Luisa Morgantini
 
 
Tempo da lupi in Palestina, questa volta è caduta la neve!
"I palestinesi alla ricerca della loro unità"
 
 di Luisa Morgantini
parlamentare europea Gue- Ngl
da Liberazione 31 Dicembre 2006
inserto Totomondo 2007

 

Tempo da lupi in Palestina e questa volta non solo per la crudeltà dell’occupazione israeliana o la follia degli scontri tra palestinesi.

A Gerusalemme è caduta la neve, in tutta l’area tira vento e fa freddo e dove non c’è neve cade una pioggia sferzante. Eppure i palestinesi continuano a cercare di muoversi, di raggiungere un parente, la terra da coltivare, un ospedale, il lavoro, anche di superare muri e recinti per andare a fare una giornata di lavoro in Israele con il rischio di essere incarcerati o di pagare multe salate.

Così non dà gioia la neve che cade né il vento che sferza i corpi. Penso ai check point, ai palestinesi costretti ad attendere ore, agli anziani riparati solo dalla kufia, e i soldati israeliani che ogni tanto ne scelgono qualcuno da picchiare per dare una lezione a tutti (testimonianza di un soldato israeliano del gruppo “Breaking the silence” al check point di Hawara -Nablus).

C’è solo da sperare che là dove non possono gli accordi tra le parti, lo possa il gelo e gli scontri tra le bande di Fatah e di Hamas cessino. E’ stato terribile assistere agli scontri tra i palestinesi nelle strade di Ramallah, uomini mascherati che sparavano all’impazzata non si capiva contro chi e in mezzo la gente terrorizzata che cercava riparo. Mentre tutti i politici che incontravo dicevano che non ci sarebbe stata guerra civile, che gli scontri si sarebbero fermati, che il desiderio da parte israeliana di vedere la Palestina come un mini Iraq o la Somalia non si sarebbe realizzata e che avrebbero saputo ritrovare l’unità.

La ritrovata unità è uno degli scenari possibili e auspicabile per i palestinesi anche se di difficile attuazione. 

Non si tratta solo di qualche poltrona di ministro, le politiche differiscono enormemente e le scelte che dovranno essere affrontate sia in politica interna e soprattutto per trovare un accordo con gli israeliani saranno motivo di lacerazioni profonde. I 21 punti del documento dei prigionieri politici che è stato alla base del –  per ora – fallito governo di unità nazionale, sono in ottemperanza alla legalità internazionale, legalità che però è già stata calpestata e abbandonata anche dalla comunità internazionale e soprattutto dagli Usa , per esempio la risoluzione 194 sul ritorno dei profughi, ormai tutti, tranne i palestinesi, danno per scontato che i profughi potranno tornare solo nello Stato di Palestina e non in Israele e tantomeno nei loro villaggi che sono stati distrutti dai governi israeliani dopo il 48.

Mahmoud Abbas dopo aver proposto di convocare la Commissione Elettorale a pronunciarsi sulla legalità e i tempi necessari per indire nuove elezioni, motivando con il fallimento dei negoziati tra Fatah, Hamas e altre forze politiche e accusando Hamas di non agire per uscire dall’isolamento , sta cercando di ricucire lo strappo ed ha dato altri dieci giorni per arrivare alla formazione di un governo di unità nazionale. Le elezioni oltre ad essere improponibili nel breve periodo, non si potrebbero certo tenere senza l’accordo di Hamas che con la sua lista Cambiamento e Riforme ha ottenuto più del 40% dei voti e con l’incognita di quella "maggioranza silenziosa" – come la definisce Hassan Khreshi, Vice Presidente del Consiglio Legislativo Palestinese  – che non sta né con Hamas né con Fatah, non è di nuove elezioni che ha bisogno ma di condizioni di vita sopportabili e non disumane come quelle che vivono quotidianamente sotto l’occupazione israeliana. Anche Mustafà Barghouti, parlamentare, che ha fatto parte dei negoziati tra Hamas e Fatah insiste per il governo di unità nazionale e dice che vi sono state tra le ragioni del fallimento interferenze esterne dall’una e dall’altra parte. Bloccare queste interferenze e ritrovare il senso della lotta per la libertà e l’indipendenza nazionale è la sfida che i palestinesi hanno di fronte.

Ed è davvero difficile intravedere una soluzione all’ attiva politica di colonizzazione israeliana, che ogni giorno si annette più territorio. In questi giorni, malgrado le proteste del’autorità palestinese e di Peace Now, il governo israeliano ha dato il suo accordo per la costruzione di un nuovo insediamento nella Cisgiordania, esattamente nella valle del Giordano, è una promessa che il generale Mofaz aveva fatto ad un gruppo di settlers evacuati da Gaza e che il laburista Peretz ha voluto onorare. Era dal tempo degli accordi di Oslo che non vi erano permessi del governo per costruire nuovi insediamenti, gli enormi incrementi delle colonie e dei coloni dopo il ’93 sono stati ampliamenti di colonie già esistenti.. La costruzione del muro, ormai più di 400 kilometri portati a termine, continua a ritmo serrato e la ministra degli esteri Tzipi Livni, vuole terminare i 700 kilometri previsti il più presto possibile, perchè, dice alla delegazione di parlamentari europei di cui ho fatto parte, che uno stato palestinese è inevitabile e i confini saranno quelli segnati dal muro, "in fondo – afferma –  ci teniamo ben poca cosa". Livni, sta diventando la personalità più di spicco del governo Olmert, convince i diplomatici e politici europei con il suo piglio sicuro ed essenziale e li rende felici perchè usa la formula magica di due popoli e due stati, è disposta perfino a negoziare anche se i Qassam su Sderot o nel Negev non sono bloccati, e dopo aver passato lungo tempo a dire che non c’ erano partners per la pace in Palestina adesso pensa che bisogna "aiutare le forze moderate nel campo palestinese", e naturalmente i moderati sono rappresentati dal Presidente Mahmoud Abbas.

E cosi Mahmoud Abbas riceve il bacio della morte. Eppure non può sottrarsi, il popolo palestinese ha bisogno di risultati concreti per dare il suo appoggio al Presidente e ridurre il sostegno al governo di Hamas che non ha saputo e potuto, visto il boicottaggio internazionale governare.

Il governo Olmert gioca la carta della disponibilità al dialogo e cerca di riparare alla perdita d’immagine internazionale dopo l’oscenità della guerra in Libano e dei bombardamenti su Gaza. Si è incontrato con Mahmoud Abbas e ha fatto delle promesse, troppo poco per rafforzare Mahmoud Abbas o per convincere Hamas ma anche le diverse forze politiche palestinesi che questa volta gli israeliani fanno sul serio e sono disposti a riconoscere i palestinesi come partners e non come sudditi ai quali imporre soluzioni.

Ad esempio i check point situati tra città e villaggi palestinesi, sono 400 secondo l’esercito israeliano, sono 572 secondo l’ Ocha l’organizzazione delle Nazioni Unite e sono più di 700 secondo le organizzazioni palestinesi, Olmert ha promesso di toglierne 58, iniziando da 27, solo che hanno cominciato a togliere quelli meno rilevanti, quelli senza la presenza fissa dei soldati situati tra i villaggi, ha promesso di liberare, in occasione della festa di Eid El Adha, un certo numero di prigionieri politici, ha già detto che saranno quelli che stanno terminando la pena e alcune donne e adolescenti, ma non saranno molti (i prigionieri politici palestinesi sono più di diecimila), restituirà 100 milioni di dollari dei 670 che trattiene sui dazi palestinesi (denaro che spetta di diritto all’autorità palestinese e che Israele trattiene arbitrariamente). Li consegnerà però solo alla Presidenza e non al governo di Hamas e di questi 100 milioni, 35 li daranno direttamente agli ospedali di Gerusalemme con il quale l’autorità palestinese è indebitata. Ha anche promesso di cessare le uccisioni extraterritoriali e mirate, ma intanto nella Cisgiordania continuano le incursioni militari. Farà passare più convogli per le importazioni e le esportazioni dal crossing di Karni a Gaza. Insomma gesti parziali, se realizzati però possono dare un po’ di fiducia e qualche sollievo alla popolazione palestinese. Ma non sono "la soluzione".

Intanto l’amministrazione Usa fa sapere che uno Stato palestinese potrà nascere nel 2007, naturalmente senza confini definiti, l’ Unione Europea attende che si formi un governo di unità nazionale per riprendere gli aiuti, nel frattempo si sono messi a posto la coscienza per avere contribuito con molti milioni di euro a non fare morire di fame la maggioranza dei dipendenti pubblici che grazie all’ isolamento del legittimamente eletto governo palestinese, non percepiscono il salario dal Febbraio 2006. Ma non c’è unità e sopratutto volontà politica per una conferenza internazionale di pace che ponga fine alla colonizzazione e all’occupazione militare israeliana e alla violenza, come era stata proposta da francesi, italiani e spagnoli.

Forse nel lungo periodo ci sarà giustizia e pace per i palestinesi, loro dicono che da quella terra sono arrivati e andati  tanti conquistatori ma loro, i palestinesi,  sono rimasti. In realtà oggi molti palestinesi se ne stanno andando disperati e molti che vorrebbero rimanere sono costretti ad andarsene con la politica israeliana del togliere i visti a stranieri di origine palestinese o "stranieri" che hanno sposato palestinesi. Fermare questa politica di diniego di entrata sarà un altro test del governo di Olmert.

In questo 2007 a meno che non vi siano miracoli (si fa per dire) giustizia e pace, o più semplicemente libertà di movimento e sovranità non saranno dei palestinesi.

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