Luisa Morgantini: 'Tra i palestinesi è morta la speranza'.

 

«Tra i palestinesi
è morta la speranza»
Intervista alla Vicepresidente del Parlamento Ue Luisa Morgantini
«Le forze moderate ci sono, ma hanno bisogno di un segnale vero»

Simonetta Cossu
Luisa Morgantini, europarlamentare del Prc-Se è a Bruxelles. E’ uno dei vicepresidenti del Parlamento europeo e membro di diverse commissioni, il suo tempo è sempre scandito da mille impegni e riunioni. Ieri quando l’abbiamo raggiunta via telefono nel suo ufficio la sua voce era angosciata. Lei infatti è qui in Europa, ma il suo cuore è a Gaza dove tantissimi suoi amici sono ostaggio della guerra civile.

Quali notizie ha da Gaza?
Quelle che purtroppo ci vengono mostrate dai media internazionali. Ricevo messaggi ed e-mail da molte persone disperate che vorrebbero andarsene da Gaza il più presto possibile, si sentono braccate da questi scontri fratricidi. Sta accadendo qualcosa che non era mai successo: i palestinesi vogliono andarsene. Vogliono scappare da quella terra che consideravano loro e che oggi si è trasfromata in un inferno. Il poeta Derwish ha detto che «i palestinesi sono condannati alla speranza». Ma ora anche questa sta finendo, anche la speranza sta andandosene. E il caos rischia di estendersi a tutta la West Bank. Ieri per le strade di Ramallah sono apparsi i miliziani di Fatah. Si annuncia un altro incubo.

Lei conosce bene la Palestina, può spiegarci che cosa sta accadendo?
E’ in corso uno scontro interno nelle fazioni. Dentro Hamas il confronto è tra le forze più fondamentaliste, più legate ad una visione islamica – che hanno dovuto sopportare piuttosto che appoggiare il governo di unità nazionale – e un pezzo di Hamas che invece rimane, come è stato negli anni passati, un movimento sì religioso ma soprattutto nazionalista. E il cui interesse principale è la liberazione della Palestina. Dall’altra parte c’è un pezzo di Fatah che non ha mai veramente accettato l’elezione di Hamas – e la conseguente perdita di potere e di egemonia nel movimento palestinese – fautore di uno scontro, anche fisico e militare, con Hamas. Queste ali estreme hanno i loro punti di riferimento. Quelli di Fatah fanno principalamente capo a Mohamed Dahlan, mentre quelle di Hamas fanno riferimento a Mahmud az-Zahar (ex ministro degli esteri). Inoltre a gettare benzina sul fuoco ci sono anche forze esterne, come gli Stati Uniti, che hanno alimentato lo scontro intromettendosi sin dall’inizio nelle questioni interne palestinesi. E si sono spinti ad offrire armi a Dahlan perché le usasse per mettere fine al caos e fermare gli attacchi contro Sderot ad opera di gruppi estremisti palestinesi. Il problema è che alcuni di questi gruppi fanno capo ad Hamas, ma altri sono ormai bande fuori controllo. Infine c’è la responsabilità della comunità internazionale. Parlo del mancato riconoscimento dei risultati elettorali e del primo governo di Hamas. L’Unione europea di fatto si è rifiutata di riconoscere quello che lei stessa aveva promosso. Un errore che poi è stato reiterato facendo mancare sin dall’inizio il pieno sostegno al governo di unità nazionale.

Queste decisioni come sono state vissute dalla popolazione palestinese?
A Gaza si vive in modo brutale, senza libertà e senza lavoro, il 60% della popolazione è disoccupata, subisce angherie e soprusi quotidianamente da 40 anni. Ma ci siamo chiesti quali effetti queste violenze possono avere avuto sulle generazioni di palestinesi? Come europei ed occidentali ogni volta che veniamo a conoscenza di violenze subite da un bambino ci preoccupiamo delle conseguenze sul minore, se possano, ad esempio, generare altra violenza. Invece non accettiamo, anzi non prendiamo neanche in considerazione il contesto nel quale Gaza esplode.

Quali sono le responsabilità di Israele?
Enormi. Israele ha sempre favorito le divisioni interne fra i palestinesi, ha alimentato la crescita di Hamas e soprattutto occupa militarmente quei territori da più di 40 anni. Il suo ruolo distruttivo è manifesto: quando ha tenuto prigioniero Arafat, quando non ha riconosciuto nessun partner per la pace, per esempio quando Abbas venne eletto la prima volta e diede vita ad un governo che declamava la non violenza e ribadiva il rispetto degli accordi. Quale è stata la risposta di Israele? Ha continuato a costruire il muro, che di fatto è un muro di annessione coloniale, ha continuato la politica degli insediamenti, ha praticato gli assassinii extra territoriali. Ha favorito chi sosteneva che gli accordi di pace non hanno alcun valore alimentando la frustrazione e la disperazione. Oggi anche Israele è in una crisi profonda, un paese lacerato che soffre di una mancanza di leadership. Ascolta gli Stati Uniti e rifiuta l’iniziativa araba, che offre a Israele la possibilità di essere uno Stato fra Stati arabi in Medio Oriente.

D’Alema parla della necessità di sostenere le forze moderate. Quali sono queste forze?
Le forze moderate continuano ad essere Mahmoud Abbas e Ismail Hanyeh. Ma ce ne sono anche dentro le stesse Fatah e Hamas e in quelle parti della società civile palestinese che crede ancora nel dialogo e nel negoziato. Il problema è che è molto tardi, quanto sta accadendo è una tragedia annunciata. Questa situazione è il fallimento di tutti, della comunità internazionale, dei partiti politici e dei movimenti, è il fallimento anche dei palestinesi tra cui la deriva militare è stata devastante. Ai palestinesi continuiamo a chiedere di essere perfetti in un mondo dove la perfezione non esiste.

Che collegamento c’è tra quanto sta accadendo a Gaza e quello che succede in Libano?
E’ in corso un gioco mostruoso dove chi paga sono sempre e solo le popolazioni, palestinese e libanese. Dubito che ci sia una responsabiltà diretta della Siria, ci sono forze interne siriane che giocano un ruolo destabilizzante. Ma la Siria si è liberata della presenza di Al Qaeda facendo sono scappare i suoi esponenti e adesso se li ritrova in Libano.

Quali opzioni restano?
Assumerci la responsabilità e dire ad Israele basta con l’occupazione e gli insediamenti. La sicurezza di Israele è la sicurezza dei palestinesi. I combattimenti possono essere fermati, ma dobbiamo mostrare ai palestinesi che c’è una via d’uscita dall’inferno e dall’occupazione.

Intervista pubblicata su Liberazione del 15 giugno

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