Media-attivisti in lotta per la Palestina, quando l'intifada corre su Internet.

Media-attivisti in lotta per la Palestina, quando l’intifada corre su
Internet

Il miracolo di «electronic intifada», sito web di analisi critica
dell’occupazione israeliana. Che negli anni è diventato un potente think
tank, e riesce persino a sopravvivere economicamente.

Michelangelo Cocco

Se il conflitto tra israeliani e palestinesi si combattesse a colpi di
articoli giornalistici, newsletter e media attivismo, ci sarebbe già un
vincitore: Electronic intifada (
www.electronicintifada.net
<http://www.electronicintifada.net>). Inaugurato sei anni fa, questo
sito internet d’informazione indipendente negli ultimi tempi ha fatto
centro tre volte: s’è imposto come fonte autorevole di notizie, si è
riprodotto, aggiungendo Electronic Iraq ed Electronic Lebanon alla «casa
madre», ed è riuscito ad assumere i primi due redattori veri e propri,
con uno stipendio di circa duemila dollari al mese. Un risultato non da
poco per uno spazio web che ospita dibattiti sullo stato unico – visto
come unica alternativa ad un insieme di bantustan palestinesi
contrapposti a uno Stato ebraico che incorporerebbe anche parte dei
Territori occupati nel 1967 – e dove le organizzazioni non governative
(ong) denunciano le violazioni dei diritti umani in Cisgiordania.
Tutto nacque poco più di dieci anni fa, nel 1996, durante le proteste
contro gli scavi che il governo israeliano iniziò nel tunnel sotterraneo
intorno e sotto la spianata di Al-Aqsa, per portare alla luce la
Gerusalemme dei re asmonei. «È allora che iniziammo a usare internet –
ricorda Ali Abunimah, uno dei fondatori del sito -. All’epoca c’eravamo
Nigel Parry, Arjan El Fassed, Laurie King ed io, ma non ci conoscevamo
fisicamente».
Fu una mailing list a mettere in comunicazione questi media attivisti
residenti in diverse e distanti parti del mondo. «C’era molta più
militanza e meno giornalismo rispetto a Electronic intifada» ricorda
Abunimah. Il mutamento nella forma attuale avvenne «quando ci rendemmo
conto di una crescente domanda d’informazione di qualità, indipendente e
credibile», spiega questo palestinese americano, figlio di un ex
ambasciatore giordano alle Nazioni Unite: «Allora, nel febbraio 2001,
lanciammo Electronic Intifada».
Snocciola volentieri statistiche Benjamin Doherty, che assieme ad
Abunimah abbiamo incontrato a Madrid, a margine del corso
«Palestina/Israele, un paese uno stato», organizzato nel luglio scorso
dalla Universidad Nómada: «I contatti sono tra i 3mila e i 5mila al
giorno, ma queste cifre s’impennano nei periodi più drammatici del
conflitto o in coincidenza delle guerre», spiega questo bibliotecario
che a tempo perso fa il grafico e ha una passione per i Macintosh.
In prima battuta si potrebbe rimanere delusi nell’apprendere che tra
l’80 e il 90 per cento dei lettori di Electronic intifada è
statunitense: giornalisti, militanti, ma anche diplomatici. Poi però
Abunimah, il direttore esecutivo, spiega che quello di sensibilizzare
l’opinione pubblica Usa era proprio uno degli obiettivi. «Il dibattito
sulla guerra in Iraq – aggiunge Doherty -, con i giornali e i siti
mainstream che discutono quasi esclusivamente dei soldati Usa morti ma
non indagano sulle cause né sugli esiti del conflitto, testimonia che
c’è bisogno di indipendenza come del pane».
Per finanziarsi quelli di Electronic intifada si sono rivolti al settore
no profit, perché «i fondi statali sono scarsi e un progetto radicale
come il nostro avrebbe pochissime possibilità di ottenere
finanziamenti». Con appelli al pubblico sono riusciti a ottenere in
media 50mila dollari all’anno, con donazioni mediamente di 100 dollari.
Negli ultimi due anni, grazie a finanziamenti provenienti dall’Unione
Europea, in particolare dalla ong olandese Icco, il budget dell’intifada
telematica ha potuto raggiungere 100mila dollari all’anno.
Questo ha permesso le due «assunzioni». La struttura resta tuttavia
decentralizzata: Ali e Banjamin restano a Chiacago, Ariel lavora
dall’Olanda, Laurie da Washington e così via. Electronic intifada non ha
una linea editoriale rigida, ma su alcuni temi, come il diritto al
ritorno dei profughi (stabilito dalla risoluzione 194 delle Nazioni
Unite) non transige. «Non siamo perfetti – conclude Abunimah -, ma in
giro non c’è nulla di simile. E, soprattutto abbiamo ottimi riscontri:
il nostro archivio di oltre 8mila articoli che vanno dalla diplomazia al
cinema piace a studenti, attivisti, giornalisti». E annuncia la prossima
sfida: tra qualche mese arriverà un accattivante restyling della grafica.

I siti del dissenso

Palestine monitor
Il sito della «società civile palestinese»
(
http://www.palestinemonitor.org/) fa riferimento a Mustafa Barghouti,
candidato alle ultime elezioni presidenziali ed esponente della sinistra
palestinese. Tanti gli articoli e le analisi su terra, profughi,
Gerusalemme e altri temi chiave del conflitto.

Hagada Hasmalit
Lo spazio web della sinistra radicale israeliana
(
http://www.hagada.org.il/eng/) ospita articoli di Uri Avnery e
interventi a favore del boicottaggio contro lo stato ebraico.

Diritti umani
Il palestinian centre for human rights di Gaza
(
http://www.pchrgaza.org/) è un’organizzazione indipendente guidata da
Raji Sourani.

Notizie alternative
Il sito dell’Alternative information centre, diretto da Michael
Warshawsky (
www.alternativenews.org) è ricco di analisi sul sionismo.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/29-Agosto-2007/art36.html

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