Mentre si allontana una riconciliazione tra Turchia e Israele, Erdoğan annuncia: ‘Andrò a Gaza’

Ankara – InfoPal. A maggio scorso, il segretario generale Onu, Ban Ki-moon aveva deciso di estendere ancora il periodo di lavoro della Commissione di indagine Onu alla quale era stato assegnato il compito di investigare sull'episodio dell'attacco israeliano (maggio 2010) sulla Mavi Marmara, la nave turca della Freedom Flotilla I.

La scelta di Ki-moon derivava dal corso delle consultazioni che Geoffrey Palmer, a capo della commissione e il suo vice Alvaro Uribe stavano conducendo con le parti, Turchia e Israele.

Nella Commissione, la speranza di tutti era quella di far raggiungere un'intesa sulla stesura del rapporto finale dal quale idealmente sarebbe dovuto emergere un consenso.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo di rilievo nella gestione degli incontri tra Turchia e Israele. Riunioni a porte chiuse si sono svolte in Svizzera, in altri paesi europei e a New York.

Ma prima di pubblicare le conclusioni in un rapporto, Turchia e Israele pretendono entrambi una riconciliazione dichiaratamente espressa.

Ankara pretende da Israele scuse ufficiali – per il presidente Erdoğan si tratta di una precondizione a qualunque altra questione – e un risarcimento per i familiari delle vittime.

Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu aveva osservato: “E' un anno che sentiamo ripetere le stesse dichiarazioni. Israele deve presentare scuse formali alla Turchia e deve pagare una ricompensa ai familiari delle vittime di Mavi Marmara. Questa è per noi una questione principale e indispensabile per procedere”.

Tuttavia, quello che offriva il suo omologo israeliano, Avigdor Lieberman erano semplici manifestazioni di rammarico per l'accaduto.
“Le scuse non corrispondono necessariamente al raggiungimento di un'intesa, per noi sono un'umiliazione e un atto che pone distanza tra noi (il governo, ndr) e i nostri soldati”, ha risposto Lieberman.

“Proviamo rammarico per la perdita di persone di qualunque nazionalità. Nonostante ciò, esistono questioni sulle quali discutere e altre che non si possono mettere in discussione. Tra queste ultime vi sono quelle che mettono in pericolo Israele e l'onore nazionale ha un valore. Da parte turca ci aspettiamo flessibilità”. Quindi Lieberman ha ammesso di opporsi a “scuse esplicite e ufficiali” alla Turchia.
Pur di eludere la richiesta turca, il ministro degli Esteri israeliano aveva raccontato in giro: “La Turchia sta cercando di umiliarci anche in altri ambiti, come sta accadendo con la sua opposizione alla presenza israeliana ai forum economici internazionali”. 

Anche per Moshe Yaalon, vice premier israeliano: “La Turchia pretende le scuse e non è interessata a raggiungere una riconciliazione con Israele”.

Tra le informazioni divulgate nelle due settimane appena trascorse, il quotidiano turco “Hurriyet” riprendeva ulteriori dettagli così come riportati dall'israeliano “Haaretz”: “stando a discussioni tra ufficiali della difesa e responsabili del ministero della Giustizia, 'presentare le scuse alla Turchia sarebbe un atto necessario e utile. Soprattutto, sarebbe una mossa funzionale a frenare le organizzazioni turche dal fare causa all'esercito israeliano. Chiedere scusa alla Turchia quindi vorrebbe dire chiudere la faccenda una volta per tutte'”.

Anche il quotidiano “Yediot Ahronot” aveva riportato la notizia di un possibile riavvicinamento: “Dopo il gelo conseguente alla Freedom Flotilla I, Turchia e Israele sono pronti al dialogo. I due paesi sarebbero disponibili a presentare scuse reciproche per l'atto militare (israeliano, ndr) e per la rottura diplomatica da entrambe le parti”.

L'intesa era stata posta come una base di partenza per giungere a una versione unica e consensuale su quell'episodio.
L'ottimismo aveva fatto il gioco della propaganda di Israele, “numerosi cittadini israeliani avevano ripreso a recarsi in Turchia per turismo”, ancora secondo “Yediot Ahronot”.

Tuttavia, tra Turchia e Israele riemerge una divergenza di posizioni su questioni tutt'altro che secondarie.

La ripresa tensione tra i due paesi parte dall'impossibilità di scorgere all'orizzonte un'ammissione di quelle che furono le proprie azioni nel maggio 2010.

Sono troppi i punti di attrito. Ad esempio, nel documento della Commissione Palmer si accenna allo “status di illegalità dell'assedio che Israele impone sulla Striscia di Gaza” mentre non si risparmiano critiche al governo turco “per non aver fatto nulla affinché la Mavi Marmara non partisse”.

Ancora, le testimonianze ascoltate dalla Commissione Palmer riportano il racconto dei passeggeri della Mavi Marmara, la Commissione Turkel, la versione israeliana, si rifà invece “all'autodifesa” a giustificazione dell'intervento dei propri commando.

Oggi, per i redattori del rapporto della Commissione Palmer “esprimere rammarico per l'accaduto nel maggio 2010 potrebbe anche essere sufficiente”, mentre non si cede sulla questione della ricompensa che Israele deve ai familiari delle vittime. Allo Stato ebraico si offre un'altra opzione, quella di destinare la ricompensa a scopi umanitari.

A più di un anno dall'attacco alla Mavi Marmara resta irrisolta la questione tra Turchia e Israele.

Quest'anno la Turchia si è rivolta ai propri cittadini impegnati nell'allestimento della stessa pronta a partire verso la Striscia di Gaza insieme al resto della Flotilla II.

Una presenza turca nella Flotilla sarà motivo di una guerra“, avevano avvertito dal governo.

Divulgata dagli organizzatori turchi la notizia dell'assenza della Mavi Marmara dalla missione internazionale, in Israele avevano fatto un sospiro di sollievo, sperando che un riavvicinamento fosse tanto più probabile.

Pur ammettendo di non aver ricevuto pressioni dal proprio governo, gli organizzatori turchi – tra le altre motivazioni di ordine tecnico-logistico – avevano ammesso di aver ricevuto una richiesta esplicita.

Per alcuni commentatori di “Hurryiet”, “era comunque inevitabile un ripensamento in questa direzione da parte dell'organizzazione. La Turchia ha un ruolo di rilievo nella regione, e un suo coinvolgimento avrebbe prodotto degli effetti più vasti e nel lungo termine”.

Alla fine Mavi Marmara non è partita insieme alla Freedom Flotilla II e la sorte dell'intera missione è stata ampiamente ricoperta fino a poche ore fa, con l'abbordaggio e la deportazione dei passeggeri di “Dignité/al-Karama”.

Da Cipro intanto, il presidente turco, fa chiarezza sulle voci in circolazione nei giorni scorsi, circa una sua presunta visita nella Striscia di Gaza per incontrare i rappresentanti del governo di Hamas.

Non vi era ancora niente di ufficiale e, anche fonti del governo di Gaza – il leader di Hamas, Salah al-Bardawil e il ministro per la Pianificazione e degli Esteri 'Awwad – avevano dichiarato fino a ieri di non aver ricevuto nessuna richiesta”.

Oggi giunge la notizia da Erdoğan – dovrebbe essere a Gaza a fine mese – mentre il consiglio militare egiziano fa sapere di aver accordato al presidente turco il permesso di attraversare il valico di Rafah.

In attesa degli sviluppi, si deve riconoscere che sono molti i punti in sospeso nei rapporti tra Turchia e Israele, ma anche tra Turchia e leadership palestinese. Pur non avendo svolto alcun ruolo nella mediazione tra le fazioni palestinesi, è fuori dubbio il peso politico e diplomatico della Turchia nella regione dove – in termini di primato militare – regge il confronto soltanto con Israele.

Altre fonti:

Hürriyet Daily News
Pal-Info
The Jerusalem Post
Paltoday

 

 

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