‘Mi rifiuto di essere complice. Un checkpoint israeliano nella Cisgiordania occupata’.

Dina Elmuti – 4 maggio 2010

Otto mesi fa, in un caldo giorno d'agosto, camminavo per le vie di una campo profughi che, da lungo tempo, mi ero promessa di visitare. Quel giorno, incontrai famiglie ed altra gente le cui vite mi colpirono profondamente; storie di sopravvivenza, lotta e sofferenze continueranno a risuonarmi. Mentre camminavo nel campo profughi di Aida, nell'area di Betlemme, ignoravo il fatto che, da lì a poco, il mio personale universo sarebbe cambiato.

Ricordo un misto di sentimenti, ma ancora di più ricordo la sensazione di avere le “farfalle nello stomaco” nell'incontrare le numerose famiglie alle quali, ogni giorno, vengono negati i diritti fondamentali a ricevere cure mediche: malati di cancro, di reni, diabetici, sofferenti di cuore e pazienti con molti altri problemi di salute. Mi chiedevo perché questa gente – già condannata alle sofferenze di dover vivere una vita in un campo profughi, debba essere confinata anche alla negazione delle cure mediche di cui ha bisogno – tra i diritti umani fondamentali.

Gli stessi trattamenti, qui negli Usa sono dati per scontati ogni giorno. Da allora, mi pervade un senso di colpa per tutto ciò che io ho e per quel poco che potrei invece dare a quella gente. Quella sensazione non mi ha mai abbandonata.

Mi ritorna alla mente sempre la foto di un'anziana donna sulla sedia a rotelle, con l'espressione di chi si sente in soggezione di fronte agli sguardi curiosi di forestieri intenti a studiarne lo stile di vita in un campo profughi. Quel giorno mi sono chiesta: “Cosa potrei fare davvero per lei?”

Potrà mai la mia solidarietà dare un sollievo alla sua esistenza, darle pace o alleviarne le sofferenze?”

Di solito, non ci si sveglia al mattino aspettandosi una diagnosi straziante come può essere un cancro. Qualora questo accada, da quel momento, senza dubbio, il proprio stile di vita cambia completamente. Ci si deve confrontare con spiacevoli, sebbene necessarie, consultazioni mediche, visite, cure ed altre faccende logoranti. Nessuno si aspetta situazioni simili.

Tre settimane dopo aver salutato la Palestina, con foto, immagini e facce di tutti coloro incontrati ad Aida ancora così vive nella mente, ho ricevuto una telefonata che ha cambiato a fondo la mia vita in una maniera che, prima di allora, non avrei nemmeno potuto immaginare.

Ad otto mesi di distanza, ho capito che sono disposta a sopportare più sofferenze umilianti. Ho deciso di affrontare il mio dottore per discutere del mio ultimo trattamento di chemioterapia e delle analisi.

In questo viaggio non verrò fermata a nessun checkpoint, i miei spostamenti non saranno resi difficili o impossibili. Non mi verrà chiesto il passaporto e non mi verrà vietato di attraversare l'autostrada per ragioni di etnia o religione. Non sarò obbligata a passare attraverso metal detector, non sarò interrogata, maltrattata o sottoposta a nessuna delle cosiddette “misure preventive”.

In quei momenti penserò a tutti i palestinesi che non sono fortunati come me, in particolar modo in casi di reale necessità, e i quali hanno commesso un solo reato; quello di essere nati palestinesi, per il quale pagheranno per tutta la loro vita – ogni giorno.

Questa storia non parla di me o della mia lotta. Piuttosto è la storia delle innumerevoli vite che continuano ad essere considerate inutili dai leader corrotti di questo mondo.

Per essi non vale la pena raccontare di queste esistenze; invisibili per lungo tempo. Ognuna però ha una storia ma quelle stesse voci sono state represse e messe a tacere.

Mi sonio promessa che, una volta affrontate le cure mediche qui negli Usa, avrei raccontato le loro storie per il resto della mia vita.

Le vite dei palestinesi, come anche quelle di israeliani ed americani nelle loro stesse condizioni, non rappresentano un danno collaterale e non sono scampoli di vita esistiti un tempo.

I palestinesi, giovani ed anziani, sono esseri umani, i quali, per oltre 60 anni, sono stati trattati come se non fossero mai esistiti.

Seduta nella tranquillità di casa mia, senza alcuna prigione legale, blocco malefico, occupazione o assedio, penso ancora a quanto, la gente di Gaza, è stata condannata a soffrire e dove, giorni fa, il 28 aprile 2010, una ragazza di 19 anni, Latifa Hawr, ha perso la sua lotta contro il cancro, portando il numero delle vittime dell'infame assedio israeliano a 369.

Latifa aveva un linfoma ed ha sofferto molto perché le è stato negato il diritto a spostarsi all'estero per le cure mentre la frontiera con la Striscia di Gaza resta sigillata, imprigionando come Latifa, 1,5 milione di palestinesi.

Nel corso del barbaro assalto durato ben 22 giorni, due inverni fa, gli ospedali di Gaza sono stati colpiti e, a causa del blocco perpetuo che Israele impone, molte misure come cure (chemioterapie, radioterapie, operazioni neuro chirurgiche…solo per menzionarne alcune) sono proibite nella devastata Striscia di Gaza, e sono disponibili solo all'estero.

Latifa non è stata però l'unica vittima del diabolico terrorismo di Israele. Sono in molti; Fidaa Talal Hijjy, aveva 19 anni e nel 2007 le fu diagnosticata la malattia di Hodgkin (forma tumorale). Dopo aver ricevuto le cure presso l'ospedale di Gaza, Al-Shifa, le sue condizioni di salute si sono aggravate ed i medici le comunicarono che necessitava di un trapianto di midollo…trattamento ed intervento non disponibili a Gaza.

Il 20 agosto 2009,i suoi medici la indirizzarono all'ospedale di Tel HaShomer, in Israele, dove le fu fissata una data per il trapianto: il 23 settembre 2009.

Quel giorno però le autorità israeliane non le concessero il permsso di spostarsi e Fidaa perse l'appuntamento in ospedale.

Le fu poi accordato un altro appuntamento il 20 ottobre 2009 e la ragazza si diede da fare per avere il permesso di attraversare la frontiera di Erez, tra Gaza ed Israele. Ancora una volta le autorità israeliane glielo nagarono e, mentre la sua salute si aggravava di giorno in giorno, giunse un nuovo appuntamento, questa volta all'ospedale israeliano di Shneider; il 9 novembre 2009.

Nel silenzio assordante di Israele, l'11 novembre 2009, Fidaa ha perso la sua battaglia contro il cancro.

Israele concesse il permesso il 12 novembre 2009, ovvero tre giorni dopo la data fissata per l'appuntamento ed un giorno dopo la sua morte.

In base ad un rapporto risalente al gennaio 2010 a cura dell'Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell'ONU (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs- OCHA), sono in molti i malati come Latifa e Fidaa ai quali viene negato il permesso o le cui richieste vengono posticipate.

In tanti non hanno avuto la possibilità di presentarsi agli appuntamenti ed altri sono deceduti mentre erano in attesa di un'impegnativa.

Il rapporto OCHA afferma: “Nel dicembre 2009, 1.103 richieste presentate da pazienti, per poter attraversare il valico di Erez, sono state presentate alle autorità israeliane. Il 21% di queste richieste è stato respinto o messo in attesa con la conseguente perdita degli appuntamenti ospedalieri ed i malati sono stati costretti quindi a dover ricominciare l'iter burocratico da principio”.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, per la Cisgiordania e Gaza, 15 su 27 ospedali di Gaza sono stati distrutti durante gli attacchi israeliani e, la mancanza di materiali per la ricostruzione ha le sue conseguenze: le strutture di primo soccorso ed ospedali non si riescono ad essere ricostruiti a causa del blocco totale. Questo porta all'esasperazione in una situazione già deplorevole.

Siedo e penso alle vite di Latifa e Fidaa – due donne non molto più giovani di me, che hanno perduto la vita prima ancora di cominciare a viverla.

Penso agli innumerevoli di cui non conosco nomi e storie, e che forse non conoscerò mai. Non posso aiutarli e mi sento orribilmente privilegiata rispetto a loro come se la mia vita qui avesse molto più valore della loro. Non riesco ad evadere dal senso di colpa che mi soffoca a causa della mia impotenza nell'aiutarli.

Non posso e non capisco perché io debba avere la possibilità di disporre di medicinali e di cure necessarie mentre chi come Latifa e Fidaa, è imprigionato a Gaza senza il diritto nemmeno di lottare per la propria esistenza. Davvero le loro vite sono considerate prive di valore e lo sono fino a questo punto? Chiedo ai lettori – a chi è familiare come a chi non lo è con la questione palestinese – di riflettere ed immaginare come ci si sentirebbe al loro posto.

Oltre tutti i linguaggi politici – particolari a parte, chiedo di fermarsi a pensare alla loro condizione da un punto di vista libero ed umanitario. Come ci si deve sentire sapendo di avere una malattia curabile dalla quale però ci si aspetta solo la morte? Come reagiremmo di fronte al pensiero tiranno di essere condannati a perdere la propria battaglia, a causa di misure burocratiche ingiuste? Per molti palestinesi di Gaza questa è la realtà; ricevere una diagnosi di cancro, avere problemi cardiaci ed altri problemi di salute gravi che corrispondono a sentenze di morte ed il tutto inflitto “dall'unica democrazia esistente in Medioriente”.

Forse proprio chi ancora crede che Israele sia una “democrazia” potrà aiutarmi a trovare una risposta ad una domanda che mi, da anni, mi corrode la coscienza: “perché quelle vite sofferenti, sotto occupazione e confinate nel silenzio, non sono considerate avere valore come invece è per noi qui?”.

Non riesco a smaltire tutto quanto ho vissuto in quel breve periodo. Laggiù ho lasciato chi denuncia l'ingiustificabile. Oggi scrivo e sono completamente un'altra persona.

La mia ultima immagine di Aida, per sempre impressa nella memoria, è quella di un passatempo in Palestina, il quale però equivale a qualcosa di profondo e che manifesta lo spirito innovativo del popolo palestinese.

Un gruppo di ragazzini sventola aquiloni nella brezza pomeridiana – colorati, con forme di animali o di supereroi, altri ancora sono costruiti con scarti di rifiuti.

Quello zelo e quell'entusiasmo che il popolo palestinese ha per la vita continuano a sorprendermi – sotto assedio ed occupazione.

Nonostante dolore, sofferenze ed avversità quotidiane, sia in Cisgiordania, sia a Gaza, i palestinesi continuano a fare del proprio meglio per condurre una vita al meglio delle proprie condizioni, senza esternare sentimenti di pietà o di carità.

Oggi scrivo come fossi un sopravvissuto.

Io sono fortunata, e non dimentico mai che sono una palestinese alla quale i propri diritti non vengono negati perché non vive sotto nessuna occupazione.

Questa rivoltante realtà non svanirà mai dalla mia coscienza.

A tutti coloro che lottano, qui e altrove, vorrei ricordare di non mollare mai e di non cadere mai nel silenzio.

Per quanto riguarda me, non potrò mai stare silente di fronte alle ingiustizie. Questo è il motivo per cui scrivo oggi. Il mio silenzio mi rende complice dei crimini di guerra e, semplicemente, rifiuto di rendermi colpevole.

Ingiustizia e depravazione non potranno essere più ignorate a lungo e farò di tutto perché la mia voce venga udita, anche nella sua tonalità bassa.

A tutti coloro che stanno soffrendo e che lottano; tenete la testa alta e ricordate di non temere il vento delle avversità, un aquilone si alza contro il vento e non con il vento.


Dina Elmuti ha conseguito un Master in Social Work program presso l'Università Illinois, Carbondale.
 

Article nr. 65672 sent on 05-may-2010 04:18 ECT

Fonte: electronicintifada.net/v2/article11246.shtml

 

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