Militanza e resistenza nel ‘Vero Medio Oriente’.

Riceviamo da Al-Awda -Italia e pubblichiamo.

L’articolo che segue è stato pubblicato dal noto analista politico
Rami G. Khouri il 7 luglio sul sito dell’agenzia di news
internazionali Agence Global e viene proposto nella traduzione
offerta dal sito Arabnews.

In esso, Khouri rileva come il conflitto israelo-palestinese sia
ancora un argomento centrale e di grande rilevanza per l’opinione
pubblica araba, e che la cieca politica di appoggio degli Stati Uniti
a Israele e ai suoi desiderata fa sì che questi due paesi vengano
collegati nella mente di molti arabi "in un modo che rende difficile
separare la collera nei confronti dell’uno da quella nei confronti
dell’altra".

Andrebbe aggiunto che tali considerazioni si attagliano perfettamente
anche all’Europa, in un periodo storico in cui – per varie ragioni –
la Ue ha del tutto rinunciato a quel ruolo di honest broker del
conflitto israelo-palestinese che pure avrebbe potuto rivestire con
buone possibilità di successo, preferendo una politica estera nella
regione totalmente schiacciata sulle posizioni degli Usa e,
conseguentemente, di Israele.

E se gli aiuti umanitari forniti ai Palestinesi servono a tacitare le
coscienze degli Europei, non basteranno certo a evitare che il
giudizio critico e l’astio del mondo arabo nei confronti degli Usa si
estendano anche al nostro continente.

Ivi compresa naturalmente l’Italia, che vorrebbe ritagliarsi un ruolo
da pontiere tra l’Occidente e il mondo arabo, pur vantando un
Parlamento come quello attuale caratterizzato dal più alto tasso di
filoisraelismo che la storia repubblicana ricordi, concentrato come
è, con straordinaria unanimità, sulla "sicurezza" di Israele e
totalmente dimentico della sicurezza dei Palestinesi, della tutela
dei loro diritti umani fondamentali, delle loro sacrosante richieste
di libertà e di autodeterminazione.

Militanza e resistenza nel "Vero Medio Oriente".
7 luglio 2008

Una delle lezioni più inquietanti che si imparano da una permanenza a
Washington è che la maggior parte delle persone che formano o
influenzano la politica americana in Medio Oriente non ha, in realtà,
nessuna esperienza diretta della regione. Conoscono molto poco i suoi
popoli e i loro orientamenti politici di base – come conferma, in
maniera dolorosa, l’esperienza della guerra in Iraq.

La politica americana in Medio Oriente resta definita in larga misura
da tre forze principali: lobbies e interessi filo-israeliani negli
Stati Uniti, che si fondono quasi totalmente con le posizioni
governative di Israele; un bisogno quasi `genetico’, per quanto
comprensibile, di rispondere agli attacchi terroristici dell’11
settembre, colpendo politicamente e militarmente obiettivi
mediorientali; e la crescente determinazione a contrastare e
contenere l’Iran e i suoi alleati arabi sunniti e sciiti.

Una conseguenza significativa della profonda vicinanza degli
interessi di Washington con Israele è stata quella di ignorare
l’opinione pubblica nella regione, il che, di conseguenza, produce un
maggiore atteggiamento critico nei confronti della politica
americana. Non è chiaro se i politici americani trascurino l’opinione
pubblica mediorientale per motivi di ignoranza e di poca esperienza
diplomatica, oppure per dettati strutturali di conformità alla
politica israeliana.

Questa situazione è poco accettabile, dato che ormai conosciamo molto
bene i sentimenti della maggioranza delle popolazioni del Medio
Oriente. Un fattore significativo nel determinare l’atteggiamento
della gente nei confronti degli Stati Uniti è la politica di questi
ultimi riguardo a Israele ed alla Palestina. Altri temi influenzano,
poi, il modo in cui i mediorientali vedono gli Stati Uniti – come ad
esempio l’Iraq, il petrolio e la promozione di regimi democratici o
autocratici – ma il conflitto israelo-palestinese resta un fattore
enormemente determinante per l’immagine che noi mediorientali abbiamo
dell’America.

Inoltre, si è recentemente formata una nuova, storica, attitudine
mentale, in conseguenza della crescente e coerente critica nei
confronti degli USA e di Israele: una tendenza alla militanza e alla
resistenza che continua a diffondersi nella regione, trascendendo le
divisioni fra iraniani e arabi, fra sciiti e sunniti o fra laici e
religiosi, che sono così spesso messe in luce ed esagerate nella
visione distorta che Washington ha del Medio Oriente.

Ho sostenuto per anni che la comparsa di un nuovo spirito di sfida,
resistenza e autoaffermazione populista rappresenta lo sviluppo
strategico più importante nel Medio Oriente. Un enorme numero di
arabi, iraniani e turchi – centinaia di milioni di persone – si sono
liberati del loro passato di accondiscendenza passiva fatto di
sofferenze, debolezza, marginalizzazione e vittimizzazione. Invece,
essi sono determinati a prendere in mano il loro destino ed a sfidare
e a mettere in scacco coloro che vorrebbero tenerli confinati nel
loro precedente stato vulnerabile e disumanizzato.

A livello interno, sempre più persone nel Medio Oriente richiedono
attivamente e, quando possibile, si sforzano di ottenere, una vita e
una società che offra loro più dignità e diritti umani. Questi ultimi
includono questioni fondamentali quali la sicurezza, le opportunità,
le esigenze socio-economiche e l’espressione della propria identità
culturale o politica. A livello regionale, questo spirito di
resistenza per l’autoaffermazione è più difficile da manifestare o
attualizzare, ma emerge molto chiaramente negli atteggiamenti delle
persone, che sono ora adeguatamente colti dai sondaggi di opinione.

Una nuova potente analisi di questo fenomeno è stata appena
pubblicata a Washington dalla Brookings Institution, e merita seria
attenzione da parte di chiunque sia interessato al Medio Oriente. Lo
studio di Shibley Telhami, rispettato professore dell’Università del
Maryland e membro del Saban Center presso la Brookings Institution,
si intitola `Does the Palestinian-Israeli Conflict Still Matter?
Analyzing Arab Public Perceptions’ (`E` ancora importante il
conflitto israelo-palestinese? Un’analisi delle percezioni
dell’opinione pubblica araba’). Questo studio passa in rassegna i
dati dei sondaggi di opinione raccolti in sei paesi arabi durante il
periodo 2002-2008.

Telhami conclude che "il conflitto arabo-israeliano rimane un tema
centrale per molti arabi …[ e ] il prisma attraverso il quale molti
arabi vedono il mondo".

Ed aggiunge che il pubblico arabo coerentemente, ed in grande
maggioranza, giudica gli Stati Uniti in base alle sue politiche, non
ai suoi valori, e che il ruolo del conflitto arabo-israeliano nel
formare il punto di vista della gente riguardo agli Stati Uniti resta
molto importante. La maggioranza dell’opinione pubblica araba crede
che gli Stati Uniti abbiano invaso l’Iraq per rafforzare Israele; gli
arabi vedono Israele e gli Stati Uniti come le maggiori minacce nei
loro confronti. Israele e gli Stati Uniti sono collegati nella mente
di molti arabi "in un modo che rende difficile separare la collera
nei confronti dell’uno da quella nei confronti dell’altra".

I leader di Hezbollah, di Hamas e dell’Iran sono ai primi posti nella
lista di coloro che godono del rispetto degli arabi. Telhami spiega
che si tratta fondamentalmente di un segnale che gli arabi amano i
militanti che sfidano gli Stati Uniti e Israele. Questo senso di
sfida militante sembra diffondersi nella regione. Inoltre Telhami
aggiunge che nel mondo arabo sembra allargarsi la frattura tra
opinione pubblica `militante’ e regimi conservatori.

L’importanza di questi risultati sta nella loro coerenza nel tempo, e
nella loro verifica attraverso differenti metodi di indagine.

Ovviamente, i politici di Washington e la sua zelante intellighentia
sembrano propensi a ignorare queste realtà, agendo invece sulla base
di inclinazioni filo-israeliane e di tentativi di forzare la mano – e
sono liberissimi di farlo. Il prezzo, tuttavia, appare più ovvio a
coloro che desiderano vedere il vero Medio Oriente così com’è: una
massiccia militanza e un atteggiamento di sfida diffusi in tutta la
regione, saldamente radicati nella resistenza all’aggressione israelo-
americana.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese
e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of
Public Policy and International Affairs presso l’American University
di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese "Daily Star"

Titolo originale:
Militancy and Defiance in the Real Middle
East

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