Nazzal, Hamas: la nostra non è una guerra di religione ma una lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione

Istanbul-InfoPal. Di Luca Steinmann. Mohammad Nazzal è uno dei leader più importanti di Hamas. Nato in Giordania nel 1963, figlio di esuli palestinesi originari della Cisgiordania, si è unito in giovane età al movimento islamico di resistenza contro Israele. Durante gli studi è stato eletto segretario dell’Unione degli Studenti Islamici di Karachi, in Pakistan, dove si è laureato in chimica. Dal 1989 fa parte di Hamas. Membro del suo ufficio politico dal 1996, ne è stato rappresentante prima in Giordania, dove è stato arrestato nel 1999 a seguito di una campagna repressiva, e poi in Siria, Paese che ha lasciato con lo scoppio della guerra civile. Nel 2017 si è candidato come leader massimo di Hamas, senza successo. E’ sposato e ha cinque figli e oggi è di base a Istanbul.

A Gaza in queste ore si combatte. Quali sono le origini di questo conflitto?

Quella di Israele è un’occupazione che fin dal suo inizio non ha mai voluto concedere alcun diritto a noi palestinesi. Dopo 20 anni di inutili negoziati gli israeliani non accettano l’indipendenza di Gaza, continuano invece a pensare che la Palestina sia esclusivamente ebraica. Ufficialmente si dicono a favore della soluzione a due Stati, eppure  fanno di tutto per boicottare la creazione di uno Stato palestinese perché sanno bene che se ciò avvenisse aumenterebbero le pressioni demografiche e politiche su di loro perché abbandonino anche i Territori occupati nel 1948. Per questo giocano d’anticipo e agiscono perché si vada verso la creazione di un unico Stato ebraico in Palestina in cui tutte le altre religioni, tra cui anche l’islam e il cristianesimo, siano subordinate alla loro. Con l’approvazione della legge nazionale israeliana hanno stabilito che solo gli ebrei appartengono a Israele, uno Stato che relega così i non ebrei a cittadini di serie b e che pertanto non è una democrazia. Gli israeliani temono che la crescita demografica di noi palestinesi ci farebbe vincere eventuali libere elezioni che quindi loro non hanno intenzione di indirle. Per questo il loro obiettivo è fare abbandonare la Palestina a più palestinesi possibile fino a renderci una minoranza. E’ da questa prospettiva che si può comprendere la loro volontà di sfruttare ogni minima tensione a Gaza per rendere invivibile la vita dei suoi abitanti e spingerli così alla fuga all’estero. Infine, quando la Palestina sarò spopolata dei suoi abitanti potranno indire delle elezioni che stabiliscano il carattere ebraico di Israele, fingendosi così una democrazia. E’ contro questo che Hamas combatte.

Come intendete combattere Israele?

Rispondendo colpo su colpo ai loro attacchi. A Gaza siamo forti militarmente, abbiamo un arsenale missilistico che ci permette di avere una situazione di equilibrio con l’esercito israeliano. Finché Israele terrà i suoi missili noi terremo i nostri. Inoltre l’evoluzione geopolitica della regione rende Israele circondata dai missili nemici: da quelli di Hamas a Gaza, da quelli di Hezbollah nel sud del Libano e da quelli iraniani nel sud della Siria, di fronte al Golan. Per ora non c’è però ancora alcun coordinamento tra noi, l’Iran e Hezbollah. Gli iraniani non possono intervenire perché hanno già dei grossi problemi da quando Trump li ha messi sotto pressione con il boicottaggio dell’Iran Deal, mentre Hezbollah non può attaccare Israele altrimenti avrebbe dei problemi interni al Libano con alcuni partiti che temono la risposta israeliana. E così siamo rimasti soli, senza alcun supporto degli altri Paesi arabi e musulmani. A essere con noi sono però i popoli arabi e i musulmani di tutto il mondo. Da sola Hamas sta resistendo all’occupazione, cosa che ci rende il movimento leader per tutti loro.

In Siria Assad sta vincendo la guerra. Pensa che Hamas possa ricucire i rapporti con il regime siriano dopo che lo avete abbandonato con lo scoppio delle rivolte e dopo che un alto numero dei vostri militanti siriani si è unito a Jabhat al Nusra?

Prima della crisi siriana Hamas aveva i suoi quartier generali in Siria, con cui i rapporti erano eccellenti. Quando sono scoppiate le proteste non abbiamo assunto alcuna posizione, abbiamo lasciato la Siria quando abbiamo visto che la rivoluzione non era pacifica e che la nostra sicurezza era minacciata. Non ci siamo però mai schierati ufficialmente con l’opposizione e non abbiamo condiviso la decisione di alcuni nostri ex militanti di unirsi ai gruppi terroristici. Oggi speriamo nel superamento dello scontro tra sciiti e sunniti e delle divisioni che questo ha creato.

Il principe saudita Mohammad Bin Salman, leader della principale potenza sunnita della regione, ha dichiarato che gli ebrei hanno diritto ad avere un proprio Stato. Vi sentite traditi?

L’Arabia Saudita ha avviato da tempo il cosiddetto processo di normalizzazione dei suoi rapporti con Israele. Trump è riuscito a mettere Bin Salman sotto pressione perché accelerasse questo processo, al quale si sono accodati molti altri Paesi arabi, basti pensare alla recente visita di Lieberman in Oman, alle buone relazioni che i Paesi del Golfo stanno instaurando con gli israeliani e al silenzio dei leader arabi di fronte all’aggressione a Gaza di questi giorni. Gli Stati Uniti stanno seguendo la linea dettata da alcuni consiglieri di Trump che sono più israeliani degli israeliani, come Jared Kushner. Non hanno però considerato un aspetto importante. I popoli arabi e musulmani non stanno accettando la normalizzazione e si stanno allontanando dalle loro classi politiche. La causa palestinese tocca la sensibilità degli arabi e dei musulmani di tutto il mondo e li spinge alla rivoluzione contro chi vuole avvicinarsi a Israele.

Tra i pochi a prendere posizione contro Israele c’è stata la Turchia, dove Lei oggi si trova…

Erdogan è un amico, come il popolo turco lo è del popolo palestinese. I turchi pensano che Israele debba abbandonare i territori occupati e che debba liberare la moschea al-Aqsa. Erdogan e i turchi sono musulmani e soffrono per l’occupazione del luogo più sacro per la propria fede, è come per voi se una potenza straniera occupasse la basilica di San Pietro. La situazione di Gerusalemme è un’umiliazione per tutti i musulmani del mondo. Bisogna comprendere che la natura dell’islam non è come quella del cristianesimo o delle altre religioni. Per noi musulmani è centrale il concetto di jihad, che presuppone la difesa del nostro territorio e della nostra moschea, è una questione di dignità e di riscatto dall’umiliazione che tutti noi viviamo ogni giorno.

Ritiene che l’islam giochi un ruolo politico nella vostra lotta di liberazione?

Non siamo noi ad utilizzare la religione come strumento politico, bensì Israele che rivendicando la natura ebraica del proprio Stato promuove un ebraismo politico che considera i non ebrei delle persone di secondo piano. Il nuovo programma di Hamas, invece, dice chiaramente che la nostra non è una guerra di una religione contro un’altra ma una lotta di liberazione nazionale contro chi occupa la nostra terra e non contro chi è ebreo. Il nostro obiettivo è quello di liberare la Palestina perché diventi un Paese in cui tutte le religioni siano libere, in cui l’islam sia preponderante dato che la maggioranza dei palestinesi sono musulmani. Non vogliamo esportare la nostra religione fuori dalla Palestina. Il problema è che alcune persone non riconoscono la differenza tra ebrei ed occupanti, dato che gli occupanti sono ebrei.

A Gaza sono presenti delle cellule terroristiche, alcune delle quali si sipirano all’Isis. Cosa fa Hamas per combatterle?

I nostri servizi di intelligence le tengono sotto osservazione, le controllano ed impediscono loro di spostarsi liberamente e di entrare in azione. Il governo egiziano ha a lungo denunciato il fatto che alcuni terroristi entrassero nei loro territori attraverso la Striscia, passando per il confine di Rafah. Sono ormai due anni però che questo non avviene più proprio grazie all’attività di Hamas. Non possiamo eliminarli preventivamente se non commettono reati, ma facciamo loro sapere che sono osservati e controllati e che pertanto non devono passare all’azione.