Niente meno della nostra libertà.

Niente meno della nostra libertà

Mohammed Khatib, The Electronic Intifada, 7 Novembre 2007

Per la gente del nostro piccolo villaggio di Bil’in, che si trova ad ovest di Ramallah nella West Bank occupata, i previsti negoziati tra capi palestinesi ed israeliani ad Annapolis, Maryland, evocano sentimenti contrastanti. Come tutti i Palestinesi, preghiamo perché i nostri bambini non passino tutta la loro vita sotto l’occupazione militare israleiana, come è accaduto a noi.

Ma per la nostra esperianza Israele, la parte più forte, sfrutta i colloqui di pace come cortina fumogena per oscurare i fatti che sta stabilendo sul terreno. Durante il processo di "pace" di Oslo, Israele costruì insediamenti nei territori occupati ad un ritmo senza precedenti. Il sistema israeliano di strade per soli coloni, sta ora strangolando le nostre città e i nostri villaggi.

Israele ha costruito insediamenti in tutta la West Bank anche se il diritto internazionale proibisce ad una potenza occupante di insediare la sua popolazione nel territorio occupato. Ora Israele intende annettere la maggior parte degli insediamenti nella West Bank o attraverso un accordo negoziato con i Palestinesi o unilateralmente.

Bil’in, come decine di villaggi della West Bank, sta perdendo terra vitale ed altre risorse in favore degli insediamenti Israeliani. Nel 1991 Israele confiscò 200 acri di terra del nostro villaggio e la dichiarò terra di stato. Nel 2001 ditte private israeliane iniziarono a costruirvi sopra un nuovo blocco abitativo ebraico, come parte dell’insediamento di Modi’in Illit.

Nel 2005 il muro dell’apartheid separò Bil’in dal 50% della nostra terra agricola. In risposta svolgemmo 100 dimostrazioni non violente insieme a sostenitori israealiani e internazionali. Centinaia di noi sono stati feriti e arrestati. Dopo le nostre proteste e un appello legale, l’Alta Corte di Israele ha deciso lo scorso mese che il tracciato del muro a Bil’in deve essere cambiato e che si deve restituire metà della terra che ci era stata tolta.

Anche se abbiamo celebrato questo successo, Israele, con l’appoggio degli USA, ancora pensa di annettere Modi’in Illit, che include altra nostra terra. A differenza degli insediamenti iniziati dal movimento dei coloni, questi altri insediamenti furono costruiti in aree strategiche da parte del governo israeliano sotto il Likud, il Labor e Kadima. I blocchi di insediamento avevano lo scopo di assicurare ad Israele il controllo dei nostri movimenti, le frontiere, l’accesso all’acqua e di Gerusalemme, anche dopo la creazione di uno stato palestinese "sovrano".

Alcuni politici israeliani affermano che gli insediamenti che Israele vuole annettere riguardano il 5% della terra della West Bank. Comunque, questi politici non includono nei loro calcoli gli insediamenti nella Gerusalemme Est occupata, perché Gerusalemme Est fu unilateralmente e illegalmente occupata da Israele nel 1967.

Ma in realtà Israele ha già di fatto annesso una percentuale strategica del 10,2% della West Bank che si trova tra la Green Line e il Muro dell’Apartheid, comprendendovi gli insediamenti. Circa l’80% di tutti i coloni israeliani ora risiedono ad ovest del Muro dell’Apartheid, e dentro la West Bank.

Come Palestinesi ci siamo dichiarati disposti a vivere insieme su questa terra con il popolo ebraico, e a vivere in un unico stato democratico da eguali. Ma la maggior parte dei coloni ebraici e i loro politici hanno chiaramente affermato che essi devono vivere in uno stato ebraico, non in uno stato di tutti i suoi cittadini. Per questa ragione ci siamo detti d’accordo a vivere in due stati — la Palestina fianco a fianco con Israele.

Per i Palestinesi accettare di vivere in uno stato che è il 22% della loro patria storica è già un grande compromesso. Ma Yasser Arafat fu cinto d’assedio nel suo ufficio da parte di Israele perché non accettò la "generosa offerta" fattagli da Israele a Camp David. Fu punito perché non volle cedere altra terra ed accettare uno stato fatto di cantoni separati e ritagliati sulle esigenze degli insediamenti israeliani.

Ci sentiamo forti della nostra convinzione che nessuna ingiustizia può durare per sempre. Alla fine dovremo vivere su questa terra da uguali. Quando quel tempo alla fine arriverà scopriremo che tra noi ci sono più somiglianze che differenze. Fino ad allora non accetteremo ciondoli luccicanti fatti di parole come "stato" e "sovranità", quando sappiamo che all’interno del nostro "stato" non avremo accesso alla nostra acqua, libertà di entrare ed uscire, o di spostarci da una località all’altra senza il permesso di Israele. Io non sarò un uomo libero finché gli insediamenti e il muro tagliano e rubano la mia terra e circondano la mia capitale, Gerusalemme.

Abbiamo sofferto troppo per troppo tempo. Non accetteremo un apartheid mascherato da pace. Non ci accontenteremo di niente di meno della nostra libertà.  

http://electronicintifada.net/v2/article9084.shtml 

Mohammed Khatib è un membro di rilievo del Comitato Popolare di Bil’in contro il Muro, ed è segretario del consiglio di villaggio di Bil’in. Per maggiori informazioni http://www.apartheidmasked.org/.

Tradotto dall’inglese da Gianluca Bifolchi, del blog collettivo: http://achtungbanditen.splinder.com/

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