Noi e la Palestina, una dichiarazione d'intenti.


Da www.islam-online.it

Di Hamza Piccardo

Ogni giorno fanno si che
noi lo sì ricordi con un atroce mix di rabbia da impotenza e immensa pena:
il popolo palestinese continua a resistere e a combattere contro (quasi)
tutti, con una determinazione e un’ostinazione che è metastorica, a
confermare quella tradizione in cui il Profeta Muhammad (*) parlò di taifa mansura,
un gruppo vittorioso, che avrebbe continuato a lottare isolato e nelle
peggiori condizioni. Quando gli chiesero da chi fosse composta quella
compagine perseverante, rispose: "E’ la gente che vive in masjid
al-Aqsa e nei suoi dintorni".

Sono più di
sessant’anni che quel popolo caro ai nostri cuori di credenti, utilizza
tutte le sue risorse per sopravvivere e mantenere la sua identità araba, e
in grandissima maggioranza islamica, contro tutti i tentativi di
annientamento.

La perfidia
dell’occupante, che disattende impunemente una montagna di inutili
risoluzioni delle Nazioni Unite, è di una coerenza esemplare, strutturata
e variegata.

Dall’uso delle armi
sempre più sofisticate e devastanti, all’individuazione dei soggetti più
deboli da intimidire e schiacciare senza alcuna misericordia: donne,
bambini, vecchi, malati, con la fame, la corruzione, la
distruzione di quel poco di società civile che continua a ricrearsi
nonostante tutto, non c’è strumento di oppressione, di pressione e di
distruzione che i sionisti si siano vergognati di utilizzare contro quella
gente eroica.

Poco importa se è una
norma amministrativa che vieta di scavare un pozzo, o una squadraccia di
coloni che disturba e infine impedisce la raccolta delle olive, per poi
tornare a far festa al sicuro nella fortezza degli insediamenti che hanno
incrostato le sommità delle colline palestinesi. Non fa differenza se
l’oppressione passi per un soldato annoiato e un po’ sadico che rifiuta di
aprire il varco di uno dei mille check point anche all’autombulanza con la
partoriente a bordo, l’infartato, il dializzato, o abbia la sagoma di uno
dei mostruosi caterpillar che distruggono una casa con la stessa facilità
con cui hanno seppellito viva Rachel Corrie.

(Si veda il video: http://it.youtube.com/watch?v=Fa_WFZyN2l8)

Da ormai sessantanni la
quotidianità dei palestinesi è esilio e umiliazione o la speranza
diffusa che un
cecchino o un missile sparato da un elicottero cancelli infine
un’esistenza di stenti e di paura.

Senza poter nascere in
pace,

senza poter crescere in
pace,

senza poter andare a
scuola in pace,

senza poter lavorare in
pace,

senza potersi sposare in
pace,

senza poter far figli in
pace,

senza poter scegliere in
pace chi li deve governare.

Senza pace mai, senza più
quasi sostegno dai loro fratelli arabi i cui governanti, mentre piangevano
melodrammatiche lacrime di falsa solidarietà, si distinsero molto più
fattivamente nell’azione tesa ad impedire che le organizzazioni della
resistenza potessero avere un background, per quanto debole e vulnerabile,
nei campi profughi dei paesi "ospitanti. Furono i beduini fedeli all’hascemita
di Amman a far nero il settembre del 1970, i siriani e i loro alleati
cristiani si resero responsabili nel 1976 dell’eccidio di Tell Al
Zaatar e nell’1982 a Sabra e Chatila i macellai furono i falangisti
libanesi, coperti dall’esercito israeliano che stringeva d’assedio tutta
la zona e illuminava a giorno la scena del massacro.

Arafat
aveva lasciato il Libano per gli ozi di Tunisi dove si formò quella
genia di corrotti che si impadronì prima dell’OPL e poi di quella
caricatura di progetto statuale che era l’Autorità Nazionale
Palestinese (ANP). Era, perchè oggi non c’è neppure più la
caricatura, spazzati via dalla volontà congiunta israelo-occidentale,
di non riconoscere il legittimo governo che il popolo palestinese si
era dato con elezioni esemplari in un paese arabo, usando la fame per
fomentare l’eversione e la guerra civile.

La guerra infinita al
terrorismo sta durando ormai da troppi anni senza che ci siano risultati
significativi, anzi. L’Iraq è un orrido carnaio quotidiano e in
Afghanistan il movimento di resistenza pashtun aumenta i consensi e
le capacità offensive.

Dal prossimo settembre
inizierà un lungo anno elettorale nel cuore dell’impero. Il ridicolo
imperatore sa che perderà la partita e fa finta che non gliene importi
nulla, ma i suoi cortigiani non la pensano così, oltre alla Halliburton e
all’industria bellica ci sono altri interessi imprenditoriali nel Old
Party. Se proprio la New Centhury dovrà essere american, non sarà in
questo modo e i notabili repubblicani lo costringeranno a mettere fine a
questo progetto dissennato prima che le elezioni finiscano per svolgersi
in uno scenario da ultimi giorni di Saigon. Rischierebbero di
perdere in modo talmente clamoroso da dover poi scontare anni e anni di
purgatorio politico per rimontare una rovinosa caduta… Ai più anziani di
loro l’incubo dei 21 anni democratici deve disturbare non poco il sonno:
tre mandati di Roosvelt e due di Truman, dal 1933 al ’53 e ci volle il
vincente generale Eisnhower per riportare un repubblicano alla Casa
Bianca. Oggi generali americani vincenti non ce ne sono più.

Ma per potersi sganciare
dalle sabbie mobili del Medio Oriente bisogna mettere in sicurezza
l’alleato di riferimento in quel quadrante, qualcosa di più che l’alleato
di riferimento, qualcosa di più che "solo" in quel quadrante.

La
vittoria di Hamas alle elezioni e la sua capacità di "tenere" in quelle
durissime condizioni ha scompaginato i piani. Si sa, il diavolo fa le
pentole… , e quando si accorge che non riesce a cucinare come
vorrebbe lui, perde la testa: ci serve una scusa convincente per
attaccare l’Iraq e si manda Colin Powell al Consiglio di Sicurezza con le foto taroccate delle armi di distruzione
di massa di Saddam; serve una amico irakeno: vi presento Chalabi; un uomo di mano a
Gaza, chè Abu Mazen è bolso: Dahlan è quello che ci vuole, feroce e senza
vergogna, basterà pagarlo, armarlo, dargli copertura politica.

Non è bastato.

Oggi Gaza è sempre una
galera dove si vive di fame ma è più sicura e ordinata, e rischia di
resistere ancora a lungo, chè "Allah ha la potenza di soccorrerli" (Corano
XXII, 39) e il buon governo in quelle condizioni non potrà non influenzare
le prossime elezioni presidenziali presidenziali…

E noi? Noi siamo quelli a
cui rivolta lo stomaco sentire qualche confratello dire che "non possiamo
essere ostaggi della Palestina", che sarebbe bene affrontare la questione
con "realismo".

Siamo assolutamente
realisti, lo abbiamo detto e lo ripetiamo: crediamo che uno Stato
democratico su tutta la Palestina mandataria sia la sola soluzione per
quei popoli che vi insistono e per quelli che hanno davvero diritto a
tornarvi. Uno Stato dove non sia importante l’etnia o la religione ma la
cittadinanza comune e condivisa. Sappiamo che non sarà facile ma è l’unico
obbiettivo per cui valga la pena di continuare a lottare e a soffrire,
qualsiasi altra soluzione è moneta falsa destinata al macero della storia.

Intanto siamo qui,
attenti e reattivi, a curare un’azione di controinformazione che ormai sta
facendo breccia in settori sempre più ampi dell’opinione pubblica,
rischiando denunce infamanti, con pochi mezzi ma con tutta la nostra
passione e tutte risorse umane di cui possiamo disporre.

Per i musulmani l’impegno per la
giustizia è parte grande della fede e dovrebbe stare alle muamalat (le
azioni sociali) come la preghiera sta alle ibadat (le azioni di culto).

Per la tensione coerente
verso quella e per la continuità nell’altra saremo giudicati
.

 

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