Note art. 'Nessuno Stato ha il diritto di esistere come Stato razzista'.

NOTE

[1] Invitato da ISM Italia [www.ism-italia.it]. Omar Barghouti è membro fondatore della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele ( PACBI : Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel [www.pacbi.org]) e ricercatore indipendente i cui scritti politici e culturali sono pubblicati in diversi media. E’ un militante dei diritti umani impegnato nella lotta per porre fine all’oppressione e al conflitto israelo-palestinese attraverso la resistenza civile. E’ titolare di un Master in ingegneria elettrica alla Columbia University e segue attualmente un corso di studi di dottorato in filosofia (etica) all’Università di Tel Aviv. Ha dato il suo contributo al volume di filosofia recentemente pubblicato dal titolo "Controversie e soggettività" (John Benjamins, 2005). Ha anche contribuito all’opera intitolata "La nuova Intifada : resistere all’apartheid israeliano" (Verso Book, 2001). Sostiene una visione etica per un solo Stato laico e democratico sul territorio della Palestina storica. E’ coreografo e insegnante di danza. Ha tenuto numerose conferenze sul rapporto tra arte e oppressione.

[2] Nel luglio 2004, 171 organizzazioni e associazioni palestinesi hanno fatto appello alla comunità internazionale per sostenere il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele [www.pacbi.org], fino a quando esso non si conformerà pienamente al diritto internazionale e ai diritti umani.

[3] "Sapere se sarebbe stata possibile un’altra soluzione rimane una pura congettura. Ma il sogno che era stato la Palestina alla fine è morto ". Citazione dall’articolo di Bret Stephen "Chi ha ucciso la Palestina ? Una sconfitta che ha migliaia di padri ", The Wall Street Journal, 26 giugno 2007. (B. Stephen è membro della redazione del Wall Street Journal. E’ stato direttore del Jerusalem Post).

[4] " A Secular, Democratic State Solution – the Light at the End of the Gaza-Ramallah Tunnel [www.counterpunch.org]"  [La soluzione di un solo Stato laico e democratico – La luce in fondo al tunnel Gaza-Ramallah] di Omar Barghouti, Counterpunch, 20 giugno 2007.

[5] Gli Accordi di Oslo sono stati firmati nel 1993 a Washington alla presenza di Yitzhak Rabin, Primo Ministro israeliano, Yasser Arafat, Presidente del comitato esecutivo dell’OLP, e Bill Clinton, Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia i due firmatari sono Mahmoud Abbas e Shimon Peres.

[6] Ieri consigliere del Presidente Yasser Arafat, oggi al comando; accusato di servire prima di tutto i propri interessi materiali e di prestigio.

[7] «  Secular Arabs Detest Hypocrisy too [www.zmag.org] » [Anche gli Arabi laici detestano l’ipocrisia] di Omar Barghouti, Znet, 6 febbario 2006.

[8] L’Iniziativa di Ginevra, o Accordo di Ginevra, firmata il 1 dicembre 2003 a Ginevra, è stata presentata come una " bolla di sapone" dallo storico Illan Pappe, ma come una reale "speranza di pace" da Dominique Vidal (http://www.monde-diplomatique.fr/dossiers/geneve/voir). Iniziativa « sostenuta senza riserve » dall’Unione francese ebraica per la pace (UFJP) [www.nord-palestine.org] , e salutata con emozione dal Movimento per la pace [www.nord-palestine.org].

[9] Alexis Keller, incaricato dalla Svizzera per dirigere i negoziati dell’ "Iniziativa di Ginevra", ha affermato, nel corso di una conferenza nel 2003, che questa iniziativa "rappresenta il massimo di quanto Israele possa concedere … ci sono linee rosse che entrambe le parti non possono attraversare, come il diritto dei rifugiati palestinesi a ritornare in patria. Israele non può ammetterne il ritorno perché deve rimanere uno Stato ebraico" (con una maggioranza ebraica). Apparentemente, il concetto discriminatorio di "Stato ebraico" non pone alcun problema al signor Keller.

[10] Nel suo rapporto del febbraio 2007, John Dugard afferma che "certe politiche dell’occupazione israeliana assomigliano all’apartheid".

[11] "Palestina: la pace, non l’apartheid" di Jimmy Carter, L’Archipel, Parigi, 2007.

[12] Fino a poco tempo fa un mensile progressista come Le Monde diplomatique non associava Israele all’apartheid. Tuttalpiù, nel 2004, Alain Gresh scriveva "assomiglia all’apartheid".

Secondo il militante P.Y. Salingue ci sono due categorie di persone che, per ragioni molto differenti, contestano l’uso del termine apartheid nel caso dello Stato d’Israele:

– Quelli che accettano di parlare di discriminazione ma non di apartheid, [che accettano] di dire che ci sarebbero disuguaglianze e ingiustizie di cui sarebbero vittime i Palestinesi che vivono in Israele, ma nulla di paragonabile alla situazione della popolazione di colore in Sudafrica. Se si tratta di palestinesi della Cisgiordania o di Gaza, parlano di occupazione militare, o anche di occupazione coloniale, denunciando quindi l’occupazione e il comportamento dell’esercito occupante. Anche qui essi rifiutano ogni assimilazione con l’apartheid del Sudafrica.

– Quelli (molto rari) che rifiutano di utilizzare la nozione di apartheid perché secondo loro non permette una buona analisi e non è quindi pertinente per adottare una linea di condotta. Essi considerano la politica sionista come una politica di pulizia etnica finalizzata a svuotare la terra d’Israele da ogni presenza araba autoctona, nella convinzione, da parte dei colonizzatori, che gli arabi non siano una risorsa che conviene sfruttare, ma al contrario una minaccia da eliminare. Questo tipo di analisi porta a considerare con riserva il termine apartheid in base al postulato che la colonizzazione tende a mantenere gli indigeni all’interno della stessa economia, e quindi nella "stessa società" dei colonizzatori, ma senza gli stessi diritti ed in maniera separata, evitando il mescolamento delle popolazioni nella vita sociale. I bianchi del Sudafrica non intendevano cacciare i neri in quanto avevano bisogno di loro nell’economia (particolarmente come forza lavoro) Se l’apartheid può essere eliminato, è tutta un’altra cosa annullare gli effetti della pulizia etnica, non bisogna sbagliarsi riguardo alla strategia dell’avversario. Nel primo caso, dire che Israele non sfrutta i Palestinesi come i neri in Sudafrica, è fare la difesa d’Israele, concedendogli al più una certa discriminazione. Nel secondo caso, dire la stessa cosa porta a ben diverse conseguenze: è come dire che parlare d’apartheid è fin troppo debole perché Israele non vuole opprimere i Palestinesi, ma procedere alla loro eliminazione attraverso la pulizia etnica.

[13] Il loro sostegno va al "campo della pace israeliano" e ai Palestinesi che accettano di rinunciare a oltre l’80% della Palestina. In Francia le associazioni e i partiti di sinistra sono raggruppati nel Collettivo nazionale "Per una pace giusta tra Palestinesi e Israeliani". Da notare che le due parti sono messe sullo stesso piano come se si trattasse di una contesa territoriale "tra due popoli", tr
a due "nazionalismi ugualmente legittimi". "Contesa" che, secondo loro, sarebbe cominciata dopo l’occupazione del 1967, facendo così passare sotto silenzio i 19 anni d’occupazione precedenti, e potendola "risolvere attraverso il negoziato e il dialogo", evitando di parlare di "resistenza". Tutto accade come se, in occasione di ogni conferenza, la voce dei Palestinesi oppressi non fosse credibile se non accompagnata da un oratore israeliano o di confessione ebraica. Così, nel corso degli anni, si è vista Leila Shaid affiancata da Dominique Vidal o da Michel Warshawsky.

[14] " I Palestinesi non si arrenderanno mai [www.silviacattori.net]", intervista con Abdel-Sattar Qassem di Silvia Cattori

Titolo originale: "Omar Barghouti : « Aucun État n’a le droit d’exister comme État raciste »"

Fonte: http://www.voltairenet.org/
Link
06.12.2007

Tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

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"NESSUNO STATO HA IL DIRITTO DI ESISTERE COME STATO RAZZISTA"
Data: Martedi 22 Gennaio 2008 (19:00)
Argomento: Israele / Palestina

DI SILVIA CATTORI
Réseau Voltaire

Contro l’apartheid e la soluzione dei due Stati. Intervista con Omar Barghouti

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