Nuove case a Gerusalemme: Israele respinge le critiche internazionali

Gerusalemme – Ma'an e Afp. L'ufficio del primo ministro israeliano ha respinto ieri le critiche giunte da tutto il mondo sulla costruzione di 1.300 nuove case a Gerusalemme est, ribadendo che le attività edilizie nella “capitale” d'Israele non verranno mai limitate.

Israele non scorge alcun collegamento tra il processo di pace e le politiche urbanistiche di Gerusalemme, invariate da quarant'anni”, ha dichiarato testualmente un comunicato dell'ufficio del premier Netanyahu. “Gerusalemme non è una colonia – prosegue il comunicato -, è la capitale dello Stato d'Israele, e nessun governo israeliano ha mai fermato le costruzioni nella città fin dalla conquista e annessione del settore orientale durante la guerra dei Sei Giorni del 1967″.

“L'edilizia a Gerusalemme non ha mai interferito con il processo di pace”, ha aggiunto l'ufficio del primo ministro, pur riconoscendo che negli ultimi quarantatré anni, su questo argomento vi sono stati diverbi con Washington.

Parlando più tardi a Fox Business Network, Netanyahu ha quindi sostenuto che quella degli insediamenti “è una questione che discuteremo, ma ritengo sia un falso problema (…) Stiamo parlando di un gruppetto di appartamenti che non hanno grande influenza sul progetto [di pace], contrariamente alle impressioni che si potrebbero ricavare da certi report giornalistici. Pertanto, si tratta di un problema secondario, che però potrebbe essere trasformato in un problema di grande importanza”.

I progetti edili di Gerusalemme est sono stati resi pubblici lunedì, durante la visita di Netanyahu negli Stati Uniti, tesa a discutere un riavvio delle moribonde trattative di pace con i palestinesi.

L'annuncio ha suscitato reazioni piene di rabbia da parte di questi ultimi, che hanno accusato Israele di tentare sfacciatamente di sabotare i colloqui di pace, avviati all'inizio di settembre e arenatisi circa tre settimane dopo.

“Ancora una volta, nel momento in cui ci aspettavamo che il primo ministro Netanyahu annunciasse un congelamento totale degli insediamenti (…), ha inviato ai palestinesi e all'amministrazione Usa il messaggio che Israele sceglie le colonie invece della pace”, è stato il commento di ieri del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat.

Il mondo, ha aggiunto, deve rispondere alla provocazione di Tel Aviv riconoscendo uno Stato palestinese. “Quest'ultimo atto unilaterale d'Israele necessita di una radicale spinta internazionale in direzione del riconoscimento immediato dello Stato palestinese, [basato] sui confini del 4 giugno 1967”.

I palestinesi hanno minacciato più volte di chiedere questo riconoscimento alle Nazioni Unite in caso di fallimento delle trattative, ma Israele ha messo in guardia dalle iniziative unilaterali, sostenendo che l'unica via per la pace sono i negoziati.

La decisione di costruire altre abitazioni nella Gerusalemme est occupata ed annessa ha sollevato persino le critiche del presidente Usa Barack Obama, secondo il quale “questo genere di attività non è mai di aiuto quando si parla di pace”.

I progetti edili di Gerusalemme giocheranno probabilmente un ruolo fondamentale domani, quando Netanyahu incontrerà il Segretario di Stato Hillary Clinton a New York; l'ufficio del leader israeliano ha tuttavia ribadito che l'incontro servirà a “promuovere i colloqui di pace”.

Con la guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele conquistò la metà orientale di Gerusalemme, a maggioranza araba, e poco tempo dopo la annetté al suo territorio, con una mossa non riconosciuta dalla comunità internazionale o dai palestinesi, che la considerano la capitale del promesso Stato indipendente.

Gli stessi palestinesi vedono nelle colonie una pericolosa minaccia al raggiungimento di quest'obiettivo, e ritengono che il congelamento o meno delle attività coloniali sia un test fondamentale delle intenzioni israeliane.

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