Omar Barghouthi: 'Ora Israele ha paura del boicottaggio'.

Da www.ilmanifesto.it del 12 ottobre
Intervista: «Ora Israele ha paura del boicottaggio»
«Illegale», Londra boccia una mozione per l’isolamento accademico. Omar Barghouti, della Campagna palestinese: negando la libertà di dibattito Tel Aviv sta perdendo la battaglia per i cuori e le menti
Michelangelo Cocco

«Non può essere attuato, perché sarebbe illegale». Lo University and college union (Ucu) britannico il 28 settembre scorso ha bocciato il boicottaggio accademico contro Israele. Dopo che nel suo congresso di maggio era passata una mozione per far circolare e discutere l’iniziativa, promossa dai palestinesi, il sindacato che rappresenta oltre 120mila persone (tra cui docenti, ricercatori, bibliotecari) ha fatto marcia indietro: «Sarebbe illegale fare appello, direttamente o indirettamente, a una simile misura punitiva nei confronti di istituzioni».
I fautori del boicottaggio contestano la «complicità» delle istituzioni accademiche nell’occupazione militare, oltre a una serie di episodi. L’Università di Haifa, ad esempio, nel 2005 invitava gli studenti provenienti dall’estero «a non viaggiare in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza. Evitare, se possibile, le città arabe all’interno d’Israele». Più recentemente il governo ha costruito un ateneo nella colonia di Ariel, contribuendo a rendere permanente l’insediamento, in territorio palestinese e illegale per il diritto internazionale.
Subito dopo l’approvazione della mozione, il premier Olmert aveva istituito una task force governativa anti-boicottaggio. A mettere in chiaro la posta in gioco era stato il ministro degli esteri, Tzipi Livni: «Chiunque promuova un simile boicottaggio deve sapere che ha un prezzo. Abbiamo l’obbligo di prevenire l’espansione del fenomeno». In Gran Bretagna sono infatti in piedi altri boicottaggi anti-israeliani.
Contro quello accademico si sono mobilitati, tra gli altri, Scholars for peace in the Middle East – un’organizzazione filo-israeliana che è riuscita a raccogliere le firme di 10mila docenti contrari al boicottaggio – e 32 premi Nobel. Alla fine tra chi, come l’ex combattente sudafricano Ronnie Kasrils, ha indicato nella lotta contro l’apartheid un modello per i palestinesi, e chi, come il docente di Harvard Alan Dershowitz, si è battuto strenuamente contro l’iniziativa, hanno avuto la meglio questi ultimi. Omar Barghouti però riesce a guardare all’intera vicenda con ottimismo: «È la prova che il governo israeliano ha paura del boicottaggio» sostiene il fondatore della Campagna per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (Pacbi, www.pacbi.org) che abbiamo intervistato durante la sua visita alla redazione del manifesto.

La decisione dell’Ucu rappresenta una sconfitta per la vostra campagna, non crede?
Sì, è una sconfitta, un ribaltone. Spero però che sia una marcia indietro temporanea, perché va contro il principio stesso della libertà accademica: capovolgendo la decisione precedente, la Ucu ha detto ai suoi membri che, su un problema così rilevante come il boicottaggio d’Israele, è illegale discutere. D’altro lato la decisione ha mobilitato molti docenti – anche quelli contrari al boicottaggio – per la libertà accademica: non ci appoggiano sul boicottaggio, ma credono sia indispensabile confrontarsi.

Vi hanno battuti con un’azione coordinata di media, ministri, premi Nobel, associazioni. Voi non avete saputo mettere in moto nulla di simile.
Siamo molto più deboli della lobby filo-israeliana. Ma, in questo momento, non è uno svantaggio. Israele si sta comportando come un elefante in una cristalleria. Il sionismo ha subìto una trasformazione storica: fino agli ultimi anni, specialmente nei confronti dell’Occidente, agiva tentando di persuaderlo dei suoi obiettivi. Ora pone accademici, intellettuali e media di fronte a un’alternativa: seguire la linea o essere puniti. Alla fine questo modo di agire andrà a nostro vantaggio, perché Israele perderà la battaglia per «conquistare i cuori e le menti».

Nel 2005 un altro sindacato britannico, l’Aut, fece marcia indietro sul boicottaggio accademico. Non lo trova strano nella Gran Bretagna che si mobilitò contro l’apartheid in Sudafrica?
I nostri compagni sudafricani ci ricordano che il loro appello per il boicottaggio istituzionale fu lanciato negli anni ’50 e il mondo iniziò a praticarlo trent’anni dopo. Gli alti e bassi non riflettono un cambiamento nell’opinione pubblica: quando perdiamo è solo per il risultato di intimidazioni da parte della lobby, che ora agisce allo scoperto: come il professor Alan Dershowitz di Harvard che ha minacciato la rovina professionale ed economica degli accademici britannici qualora avessero votato per il boicottaggio. Ma sono andati troppo oltre negando il dibattito in una società democratica come quella britannica.

Gli oppositori del boicottaggio accademico sostengono che danneggi la libertà del pensiero, la cultura.
Un’accusa falsa, basata su false premesse. Lanciato nell’aprile 2004, l’appello palestinese al boicottaggio è rivolto contro istituzioni, non verso gli individui. Nessuno vuole proibire agli accademici israeliani di esprimere ciò che pensano. Le istituzioni universitarie israeliane sono complici del crimine d’occupazione che ci nega la libertà di movimento, di ricevere un’educazione adeguata, di vivere. Perché nessuno discute delle libertà palestinesi, tutte violate?

Cosa chiede alla società civile italiana?
Di boicottare al livello più semplice: non acquistate prodotti israeliani nei supermercati. Israele vende all’Europa prodotti agricoli per miliardi di dollari. Se non li comprerete, punirete Israele economicamente e politicamente. Secondo: le istituzioni italiane dovrebbero boicottare quelle israeliane per la loro complicità nell’occupazione.

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