Palestina: come realizzare un colpo di stato.

Riceviamo e pubblichiamo.

Palestina: come realizzare un colpo di stato

di Michelguglielmo Torri 

L’accordo della Mecca dell’8 febbraio, mediato dai Sauditi, che avrebbe dovuto stabilizzare la situazione nei territori occupati attraverso la creazione di un governo di unità nazionale, è fallito. Con l’inevitabilità di una tragedia greca, il popolo palestinese è sprofondato nella guerra civile. Come è potuto succedere?

Tendenzialmente, i commentatori si sono soffermati su quelle che categorizzano come l’«irragionevolezza» o la «follia» dei palestinesi e, con pochissime eccezioni, hanno evitato di prendere in considerazione il contesto internazionale e storico. Se lo avessero fatto, difficilmente avrebbero potuto tralasciare di prendere come punto di partenza dei tragici eventi di questi giorni le decisioni prese dagli USA e da Israele subito dopo la vittoria riportata da Hamas nelle elezioni del gennaio 2006. In quell’occasione gli USA, con l’appoggio degli europei, diedero l’avvio al blocco economico dei territori palestinesi; lo fecero prendendo come pretesto il rifiuto da parte di Hamas di precondizioni per una trattativa che un alto funzionario dell’ONU, Alvaro de Soto, in un rapporto che avrebbe dovuto rimanere confidenziale, doveva poi definire «non ottenibili (unachievable. Fin dal principio fu chiaro che il fine del boicottaggio era la creazione di una situazione talmente catastrofica da spingere i palestinesi a rivoltarsi contro quello stesso governo di Hamas da loro democraticamente eletto solo poco prima. Insomma, come argomentato dallo studioso americano Augustus Richard Norton, si trattava di realizzare un colpo di stato «soft».

In effetti, il blocco economico imposto dagli USA e il mancato versamento da parte di Israele dei proventi di una serie di imposte e di tariffe doganali, riscosse dallo stato ebraico secondo il dettato dell’accordo di Oslo, ma dovute all’ANP, hanno determinato una vera e propria catastrofe umanitaria nei territori occupati (largamente sottaciuta dai media occidentali). Tuttavia, contrariamente agli auspici americani, la rivolta popolare contro Hamas non c’è stata.

Il mantenimento del blocco economico, tuttavia, ha avuto un effetto politico importante, determinando il fallimento della mediazione saudita. Quest’ultima, per portare a risultati concreti e permanenti, avrebbe dovuto comportare l’invio di cospicui aiuti economici alla popolazione dei territori occupati. Tali aiuti, in effetti, erano stati previsti – e in modo generoso – dai Sauditi. Il problema è che la continuazione del blocco economico dei territori occupati ha impedito l’afflusso degli aiuti: mentre la situazione sul terreno si faceva sempre più drammatica, i palestinesi hanno continuato a sprofondare nell’indigenza e perfino nella fame, nelle loro gabbie a cielo aperto a Gaza e nella Cisgiordania.

La politica di affamare i palestinesi per determinare il crollo di popolarità di Hamas è stata fatta alla luce del sole. Recentemente, però – anche se al di fuori dei grandi organi di stampa e delle principali reti televisive – hanno incominciato a circolare notizie e analisi che rivelavano come ridurre la popolazione palestinese alla fame fosse solo una parte del piano di destabilizzazione, messo in atto sotto la regia americana. In particolare, il 30 aprile, il settimanale giordano «Al-Majd» ha pubblicato un servizio su un documento intitolato Action Plan for the Palestinian Presidency, documento finalizzato ad abbattere il governo di unità nazionale palestinese nato dalla mediazione saudita.

A detta di «Al-Majd» – un settimanale con una tradizione di giornalismo indipendente, che, già in passato, gli ha procurato problemi con le autorità – l’Action Plan era stato ottenuto da una fonte interna ai servizi segreti giordani. Il presidente dell’Associazione della stampa giordana, parlando a nome del governo di Amman, si è affrettato a smentire i contenuti del documento, dichiarandoli «totalmente falsi». Contemporaneamente, però, ha fatto l’ammissione alquanto compromettente che, già in passato, «Al-Majd» aveva «ripetutamente danneggiato la sicurezza e gli interessi del paese», pubblicando rapporti «basati su informazioni prese da fonti dell’intelligence». Ciò che, di fatto, confermava la credibilità di un documento le cui affermazioni erano state anticipate da altre fonti.

Secondo il testo del documento diffuso da «Al-Majd», il deterioramento della situazione economica nei territori occupati avrebbe dovuto portare alla decisione del presidente dell’ANP, Mahmoud Abbas, di sciogliere il parlamento palestinese e di indire nuove elezioni. In considerazione però del fatto che Hamas – blocco economico o no – continuava a disporre non solo della maggioranza parlamentare, ma anche dell’appoggio della maggioranza della popolazione, una decisione del genere – ingiustificabile dal punto di vista legale – non avrebbe avuto nessuna possibilità di ottenere l’obbedienza di Hamas. Perché il progetto potesse realizzarsi era quindi necessario che il governo palestinese fosse rimosso con la forza delle armi, nel corso di un vero e proprio colpo di stato. Una soluzione, questa, che, secondo fonti riportate da «Conflictsforum», era stata prevista e poi fortemente voluta da un alto esponente dell’Amministrazione Bush fin dal febbraio 2006.

Il piano in questione, in effetti, era stato ideato da Elliott Abrams, oggi uno dei personaggi più potenti dell’Amministrazione Bush. Abrams aveva già servito sotto la presidenza Reagan, diventandone la longa manus in tutte le attività sovversive allora messe in atto dagli USA in Centro America ed era finito nei guai per aver mentito al Congresso. Da allora ai margini del potere, Abrams era stato rimesso in pista da George W. Bush che, all’inizio del suo secondo mandato, lo aveva promosso a «vice consigliere per la sicurezza nationale incaricato della strategia per la democrazia globale» (Deputy National Security Advisor for Global Democracy Strategy). Coerentemente con le proprie politiche, Bush ha poi incaricato il suo consigliere per la democrazia globale di destabilizzare la democrazia palestinese, di fatto sottraendo quest’area della politica estera al controllo di Condoleezza Rice.

Il ruolo di protagonista del colpo di stato ideato da Abrams era stato individuato nel presidente Abbas. Quest’ultimo avrebbe usato le milizie di al-Fatah, a lui fedeli, capeggiate dall’ex capo della sicurezza preventiva a Gaza, Mohammad Dahlan (che, attualmente, ricopre la carica di consigliere per la Sicurezza del presidente Abbas). Secondo «Conflictsforum», il ruolo più importante nella preparazione del colpo di stato avrebbe finito per essere affidato non tanto alla CIA (scettica sulla possibilità di riuscita del piano), quanto ad un gruppo di funzionari dell’antiterrorismo, alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Costoro, agendo attraverso i servizi segreti giordani ed egiziani, hanno promosso il riarmo delle milizie di al-Fatah e, addirittura, il loro addestramen
to in due basi a Gerico e a Ramallah. Nel frattempo, gli israeliani guardavano dall’altra parte: come ammesso da un portavoce della Difesa («Jerusalem Post» del 7 giugno), «Non forniamo fisicamente armi ai palestinesi. Permettiamo semplicmente che accada».

Il programma di destabilizzazione ha subito una netta accelerazione subito dopo la conclusione, lo scorso febbraio, della mediazione saudita e la conseguente formazione del nuovo governo di unità nazionale. Secondo le nuove tabelle di marcia, la destituzione del governo palestinese avrebbe dovuto avvenire tanto presto da poter indire nuove elezioni per l’autunno di quest’anno.

Parte integrante dell’accelerazione del piano è stato un parziale rilassamento del blocco economico, in modo da rendere possibile convogliare aiuti finanziari di una certa entità al presidente Abbas. Tali aiuti avevano il fine ufficiale di avviare una serie di progetti di ricostruzione e quello reale di permettere ad Abbas di finanziare i propri partigiani e di puntellare la propria traballante popolarità.

Il piano Abrams aveva però una fatale pecca, tale da farlo oggetto di critica da parte non solo di molti all’interno dei vertici USA (di qui la freddezza della Cia), ma anche dei giordani (tanto che, forse, le rivelazioni di «Al-Majd» sono state pilotate dallo stesso governo di Amman) e, soprattutto, degli stessi israeliani. La pecca in questione era rappresentata dalla ormai scarsissima popolarità del presidente Abbas e dal crollo di prestigio del suo partito, al-Fatah, fatti ben noti agli israeliani. Secondo un articolo pubblicato il 25 dicembre da Ha’aretz, infatti, Yuval Diskin, il capo dello Shin Bet (il corpo dell’intelligence responsabile della sicurezza in Israele e nei territori occupati), in una dichiarazione di fronte al governo israeliano, aveva posto in luce come, mentre Hamas manteneva il suo seguito popolare, al-Fatah si stesse disgregando. Secondo Diskin, in caso di nuove elezioni nell’Autorità Palestinese, «le probabilità di Fatah di vincere […] sarebbero state prossime allo zero». In effetti, al-Fatah era in una tale «cattiva situazione» che ci si sarebbe dovuti aspettare una «travolgente vittoria» da parte di Hamas.

Il piano, però, è scattato lo stesso, anche se, forse, non nei modi previsti da Abrams. E le conseguenze – anche se non le reali responsabiltà – di ciò che sta avvenendo sono sotto gli occhi di tutti.

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