Palestina e Israele: viaggio nella pace (im)possibile.

Palestina e Israele: viaggio nella pace (im)possibile

 

Di Rosita Zilli, Alessandro Bozzini, Marco Furfaro 

 

Tratto dal supplemento "Spazio Europa" di Rinascita 17 aprile 2008

 

Un viaggio così dovrebbe essere obbligatorio. Perché è un viaggio dentro se stessi e le proprie paure, perché la questione israelo-palestinese è una ferita aperta sul volto del mondo che fa vergogna a tutti. Perché su questo conflitto in molti hanno un’opinione ma pochi, prima di esprimere i propri giudizi e le proprie certezze, hanno davvero visto la situazione con i propri occhi.

Il viaggio in Palestina e Israele a cui ci riferiamo ed a cui abbiamo partecipato lo scorso marzo è stato organizzato e guidato da Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo. Ed è stata un’esperienza intensa, che ci ha portato ad incontrare politici, intellettuali ed associazioni sia internazionali che palestinesi e israeliani e che ci ha fatto toccare con mano i dissidi che da sessant’anni lacerano questa regione.

 

Appena arrivati, la cosa che colpisce forse di più è il sistema machiavellico escogitato dalle autorità israeliane per garantire la propria sicurezza e allo stesso tempo ostacolare la nascita di un’entità palestinese omogenea: è il muro che divide Israele dalla Cisgiordania, il cui tracciato non segue i confini internazionalmente riconosciuti ma è concepito per annettere terra palestinese allo Stato ebraico, sono le svariate barriere che limitano la libertà di circolazione della popolazione palestinese, sono le strade riservate ai soli israeliani e l’abnorme presenza di militari.

 

Colpiscono molto anche le colonie, cioè gli insediamenti ebraici in territorio palestinese, illegali ma tollerate – se non incoraggiate – dal governo israeliano. In questo senso la città simbolo è sicuramente Hebron, dove un gruppo di coloni ultra-ortodossi ha progressivamente provocato la chiusura di negozi palestinesi, la fuga degli abitanti, la distruzione di case. È una città inevitabilmente triste, Hebron, ma ancora incredibilmente bella. Qui i silenzi assordanti delle strade deserte controllate dai soldati non sono riusciti a rovinare il fascino delle pietre antiche, e la vergogna della spazzatura dei coloni gettata dai balconi sulla testa dei palestinesi non ha piegato la secolare dignità di spazi vitali e accoglienti.

 

Ma il viaggio ci ha permesso di vedere anche l’altro punto di vista, quello dei civili israeliani costretti a vivere nella paura delle azioni degli estremisti palestinesi. L’esempio cardine è costituito da Sderot, la località israeliana più vicina alla Striscia di Gaza, i cui abitanti vivono sotto la costante minaccia del lancio di razzi qassam.

A Gaza, purtroppo, non è stato possibile andare: l’esercito israeliano difficilmente permette di entrare nella Striscia e ragioni di sicurezza sconsigliavano di provarci. Così, abbiamo solo potuto immaginare dall’alto, dalla cima di una collina di Sderot dove si intravedono il mare e le recinzioni che separano Israele dalla Striscia, l’assedio dell’esercito e la conseguente drammatica crisi umanitaria.

 

Recarsi di persona in questa regione permette tuttavia di andare anche oltre l’immagine di guerra e distruzione a cui solitamente viene associata. Durante il nostro soggiorno abbiamo potuto infatti apprezzarne le indubbie bellezze: gli antichi borghi come Nablus e Jaffa, i luoghi simbolici quali Betlemme, la pulsante modernità di Tel Aviv. Abbiamo scoperto l’ospitalità della gente e la qualità della cucina. E soprattutto abbiamo visto Gerusalemme, una città con un fascino unico al mondo grazie all’incontro/scontro delle tre grandi religioni monoteiste, declinate in infinite varianti religiose e culturali.

 

Negli ultimi anni la situazione qui si è deteriorata, l’odio ha messo radici profonde e la fine del conflitto sembra allontanarsi. Tuttavia si colgono segnali di speranza. C’è chi si sforza di avere una vita normale nonostante tutto, come gli studenti palestinesi che ogni giorno si recano all’Università di Nablus sfidando i posti di blocco o i loro colleghi israeliani che vanno al Sapir College di Sderot malgrado i razzi. C’è chi si oppone alle ingiustizie in modo pacifico, come gli abitanti del villaggio di Bi’lin che ogni venerdì manifestano contro la costruzione del muro, che ogni volta vengono presi di mira da lacrimogeni e proiettili di gomma, che subiscono percosse e soprusi da parte dei soldati israeliani ma che non si fermano. C’è chi opera per alleviare le sofferenze degli altri, come il personale Onu nel campo profughi di Qalandia. E c’è chi lavora per costruire la pace, come le associazioni miste israelo-palestinesi Combatants for Peace e International Women Commission; e come l’antropologa Nurit Peled e il marito Rami El Hanan, coppia israeliana che, dopo la morte della figlia uccisa da un kamikaze palestinese, ha deciso di dedicare la propria vita alla ricerca della pace e del dialogo tra i due popoli. È grazie all’incontro con persone come loro che ci siamo convinti che, nonostante tutto, forse la pace non è impossibile. Nemmeno qui.

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