Palestina libera (non solo Gaza).

di Hasan Afif El-Hasan.

C'è qualcosa che manca nel movimento “Free Gaza”. Attivisti, associazioni e giornalisti che appoggiano la causa palestinese sono giustamente indignati per l'attacco omicida d'Israele contro la Freedom Flotilla umanitaria che si stava recando dagli affamati e assediati abitanti di Gaza; ma tutti ignorano le condizioni generali della Cisgiordania, di Gerusalemme est e dei campi profughi.

Se la lotta palestinese punta ad ottenere uno Stato, e insieme ad esso diritti civili e politici, e non a ricevere elemosine internazionali, allora la vita di tutti gli altri territori occupati è frustrata quanto quella di Gaza. Purtroppo, i sostenitori non-israeliani d'Israele, e persino alcuni media e giornalisti arabi, credono a Israele e agli Usa quando dichiarano che la “pace economica” in Cisgiordania sta funzionando, che il boom economico è ai massimi storici, e via dicendo. Niente di più lontano dalla realtà! La crescita nei Territori occupati non solo è alimentata dagli aiuti, ma è soggetta ai capricci e alle manipolazioni dell'occupazione, che propone questa “pace economica” come un'alternativa all'indipendenza politica e territoriale dei palestinesi.

Non si può parlare di “economia” finché Israele priva i palestinesi del controllo delle loro risorse, della terra, dell'acqua, dei confini e del commercio. Le case vengono costantemente demolite; i permessi di costruzione non vengono mai rilasciati a Gerusalemme est e nell'80% della Cisgiordania; ai contadini non è permesso scavare pozzi profondi più di 1/3 di quelli dei coloni israeliani; e Israele restringe l'accesso alla terra senza tener conto della crescita demografica palestinese. Le olive e l'olio che se ne estrae sono sempre stati un'importante fonte di entrate per gran parte degli agricoltori, ma l'esercito e i coloni hanno distrutto gli oliveti in molte zone, impedendo persino di raccattare quel che era rimasto del raccolto.

La “pace economica” permette all'esercito israeliano di controllare la Cisgiordania, compresi i confini, lo spazio aereo, il movimento delle persone e persino chi può viverci, permettendo intanto all'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di pattugliare le città e appoggiare le incursioni israeliane ai danni degli attivisti accusati di minacciare la sicurezza dell'occupazione. Israele potrebbe trasformare l'economia cisgiordana in un'economia “alla Gaza” se i leader dell'Anp decidessero di non essere più i delegati alla sua sicurezza. Quando Yaser Arafat cercò di sottrarsi al loro controllo e di ristabilire il suo precedente status di combattente all'interno dell'Anp, Usa e Israele bloccarono le risorse che permettevano all'economia palestinese di sopravvivere e ridussero i palestinesi alla fame, finché Arafat non morì in circostanze misteriose e Mahmud Abbas, loro uomo di fiducia, fu posto a capo della Palestina.

Esistono notevoli somiglianze tra la prima Intifada palestinese del 1987-93, anti-occupazione, e il movimento “Free Gaza”, volto a rompere l'assedio israeliano: tutti e due i movimenti sono nati nei campi profughi, e tutti e due rappresentano reazioni all'occupazione israeliana, ai suoi abusi e ai suoi sostenitori internazionali nella forma di disobbedienza civile.

Le azioni principali della prima Intifada erano dimostrazioni popolari, che vedevano più che altro ragazzini palestinesi lanciare pietre e chiedere la fine dell'occupazione e la libertà nella propria terra. La reazione d'Israele fu quella di fare uso dell'intera sua forza militare per sparare e uccidere, arrestare dimostranti minorenni, rinchiudere e deportare i leader emergenti e rompere le ossa ai ragazzini palestinesi. Il popolo palestinese vinse allora la simpatia della pubblica opinione mondiale, visto che non ricorrevano ad atti di violenza, né facevano uso di armi da fuoco, e il governo israeliano non riusciva a giustificare l'uccisione e il ferimento di civili disarmati, perlopiù minori. In molti nella comunità internazionale riconobbero il diritto dei palestinesi a essere liberi e condannarono le risposte israeliane alle loro legittime richieste, finché i decisori israeliani non chiamarono i leader dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) a Tunisi per dialogare e gettare al vento le conquiste dell'Intifada tramite la firma degli accordi di Oslo. Gli israeliani ebbero così il tempo per creare fatti compiuti, stringere la presa sui Territori e, ironicamente, sostenere l'illusione che l'Anp governasse tra i palestinesi. Dalla firma degli accordi, le strade ad accesso esclusivamente ebraico e gli insediamenti a popolazione esclusivamente ebraica hanno continuato ad essere costruiti, e le colonie hanno visto i loro abitanti crescere di oltre il 100%; 250.000 coloni vivono sui terreni confiscati a Gerusalemme est; è stato costruito il Muro dell'apartheid; ai palestinesi viene chiesto di tacere e soccombere; e i profughi sono stati dimenticati.

Come la prima Intifada, anche il movimento “Free Gaza” è una protesta pacifica, a cui prendono parte numerosi attivisti, e indirizzata contro la punizione collettiva imposta da Israele al milione e mezzo di abitanti della Striscia assediata. Per chi non lo sapesse o se ne fosse dimenticato, Gaza è la sede di ripetuti attacchi dell'esercito israeliano, incluso l'inspiegabile massacro commesso tra il dicembre del 2008 e il gennaio del 2009, che uccise e danneggiò migliaia di persone, e ridusse case, scuole, moschee e infrastrutture governative e civili a un cumulo di macerie. Intere famiglie furono spazzate via, più di 8.000 case vennero completamente distrutte, alcune crollando addosso ai loro abitanti, e 21.000 vennero seriamente danneggiate; decine di migliaia furono i senzatetto; e i sopravvissuti furono lasciati ad affrontare “un vero e proprio disastro umanitario”. Oltre a questo, tutti i passaggi di confine della Striscia sono chiusi da tre anni, costringendo la popolazione “a fare come le talpe e scavare sotto terra” per importare alcuni dei beni necessari alla sua sopravvivenza. Il potenziale di produzione e i contributi intellettuali di almeno una generazione verranno persi per sempre, a causa delle difficoltà economiche imposte da Israele e dai suoi sostenitori.

Quando poi il popolo di Gaza venne abbandonato dagli Stati arabi, e quando gli ipocriti degli Stati Uniti e dell'Europa tradirono i principi di giustizia che definiscono tanto cari alle loro società, gli attivisti di “Free Gaza” e il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan emersero come gli unici difensori delle vittime dell'embargo.

Parte integrante del movimento “Free Gaza”, la Freedom Flotilla aveva a bordo 700 pacifisti disarmati provenienti da 38 paesi diversi, che puntavano alla rottura dell'assedio attraverso la consegna di aiuti umanitari alla Striscia assediata, devastata e affamata. D'altro canto, Israele usa la soluzione militare in qualsiasi confronto, incluso quello con la pacifica Flotilla.

Il commando militare israeliano ha assaltato la Flotilla in acque internazionali con il suo carico di cibo e medicine, uccidendo attivisti disarmati e ferendone a decine. Le proteste contro il sanguinoso attacco hanno suscitato diffuse condanne a livello internazionale, mettendo in imbarazzo i leader dei Paesi che avevano dato credito alle versioni israeliane delle questioni precedenti.

Molte personalità europee che difendono Israele contro Hamas, rimproverando ai palestinesi di non “comportarsi da prigionieri educati” e provocare così le tragedie di Gaza, non hanno saputo giustificare l'azione israeliana contro i pacifisti, che non avevano lanciato provocazioni di sorta. Diversi governi hanno convocato gli ambasciatori israeliani, e l'Alto commissariato Onu per i Diritti umani ha definito illegale l'embargo, chiedendo a Israele di aprire i confini e i porti di Gaza alle importazioni e alle esportazioni di beni e materie prime. Una posizione molto simile è stata presa anche dall'Unione Europea.

Il presidente Barack Obama ha definito la chiusura imposta a Gaza insostenibile, ma la sua Amministrazione ha fatto pressioni sul Consiglio di sicurezza dell'Onu perché non adottasse una risoluzione che criticasse Israele. L'Onu ha così prodotto una dichiarazione non vincolante, che non nominava Israele neppure per nome. Quest'ultimo ha però rifiutato ugualmente il richiamo delle Nazioni Unite, assegnando tre esperti e due osservatori stranieri a indagare sul raid militare contro la Flotilla.

In seguito alla crescente pressione internazionale, Israele ha deciso di alleggerire l'embargo permettendo a Gaza d'importare una maggior varietà di beni “civili”, tra cui “soda, marmellata, spezie, crema da barba, patatine, biscotti e caramelle”. Lo Stato israeliano ha taciuto che cosa sarebbe stato permesso esportare, ma ha continuato a limitare le merci “bi-uso”, che includono i materiali da costruzione passibili – secondo Israele – di essere utilizzati per la fabbricazione di razzi o bunker.

L'Egitto, che dal 2006 tiene chiuso il passaggio di Rafah, ha deciso di aprirlo a studenti, infermi e possessori di visto, e a una maggior quantità di aiuti umanitari. E lo stesso Mahmud Abbas, le cui forze furono cacciate da Gaza nel 2007, ha insistito sulla necessità che Israele rimuova completamente l'assedio. Uno dei motivi dichiarati per imporre il blocco sulla Striscia di Gaza era sostenere Abbas a capo dei palestinesi, e indebolire Hamas.

Gli attivisti palestinesi e umanitari internazionali non devono sprecare questo momento – raro nella storia – in cui la maggioranza dell'opinione pubblica mondiale simpatizza con il popolo palestinese. È il momento giusto perché la società civile in Cisgiordania fornisca a tutte le persone di buona volontà in tutto il mondo fatti sufficienti sulla vita sotto l'occupazione a Gerusalemme e nel resto della regione, dove gli abitanti nativi palestinesi sono confinati in piccole enclave circondate da massicce colonie a popolazione interamente ebraica, autostrade a uso interamente degli ebrei e posti di blocco stradale, oltre che dal Muro di separazione. La libertà andrebbe chiesta non solo per il popolo di Gaza, ma per tutti i palestinesi.

Hasan Afif el-Hasan è un analista politico nato a Nablus, Palestina. Il suo libro, di prossima uscita, “La soluzione dei due Stati è già morta?” (Is the Two-State Solution Already Dead?) verrà pubblicato da Algora Publishing, New York. Quest'articolo è disponibile su PalestineChronicle.com.

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