Parlare di pace preparando la guerra. Il vertice di Annapolis sul Medio Oriente

 

Parlare di pace preparando la guerra

Il vertice di Annapolis sul Medio Oriente 

(2 dicembre 2007)

“Vis pace para bellum” mai il monito di Vegezio è apparso tanto realistico e drammatico come in queste settimane. Il vertice di Annapolis (1) è stato seguito, due giorni dopo, dalla presentazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione elaborata dagli USA che l’hanno poi precipitosamente ritirata (coprendosi di ridicolo) perché – secondo le autorità israeliane – avrebbe dato un ruolo eccessivo alle Nazioni Unite nella gestione dei risultati del vertice.
Da questo si desume che Annapolis può rivelarsi la “trappola” che molti – in Palestina e al di fuori -avevano denunciato con largo anticipo.
Se volessimo analizzare le conseguenze di Annapolis dovremmo operare una disaggregazione dei fatti e della loro rappresentazione per poi ricomporli dentro una chiave di lettura che ne metta in controluce tutti i dettagli. Come si sa, il diavolo si nasconde sempre nei dettagli ma è soprattutto nei documenti internazionali che i dettagli determinano la realtà e spesso la guerra (vedi l’accordo di Rambouillet sulla Jugoslavia nel 1998).

1. Il discorso di Bush

Il breve documento di Bush letto davanti ai giornalisti a conclusione del vertice, come ha sottolineato giustamente Michelangelo Cocco, ha di fatto “mandato in soffitta” la questione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi “Da settimane si vociferava di una possibile dichiarazione di Bush contro il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e, puntualmente, l’inquilino della Casa Bianca non ha deluso le aspettative del suo principale alleato in Medio Oriente. Israele teme che un’ipotetico ritorno in massa dei profughi del 1948 comprometta l’esistenza stessa dello Stato ebraico. I palestinesi rivendicano un loro diritto e lamentano che il 20% della popolazione d’Israele, palestinese, è considerato di serie B proprio per il carattere esclusivo, ebraico, dello Stato” (2)
La sostanza della riaffermazione di Bush su Israele come “stato del popolo ebraico”, da un lato ipoteca definitivamente la questione del ritorno dei profughi palestinesi cacciati dagli israeliani nel ’48, dall’altro accoglie il punto nodale posto dalle autorità israeliane alla delegazione palestinese per la ripresa dei colloqui e che i palestinesi – lo stesso Abu Mazen – non aveva potuto accettare nell’incontro all’Hotel King David a metà novembre che ha preceduto il vertice di Annapolis.

2. La dichiarazione congiunta israelo-palestinese.

Anche su questo i dettagli sono importanti. I palestinesi volevano un documento congiunto più impegnativo sulla calendarizzzione del negoziato, gli israeliani solo una dichiarazione di intenti generica. La mediazione – un “onorevole punto di mezzo” l’ha definita Ugo Tramballi – è una dichiarazione che indica alcune date: la prima riunione del comitato congiunto il prossimo 12 dicembre, la volontà di arrivare ad un accordo di pace entro il 2008 (praticamente in coincidenza con la fine del mandato di Bush), incontri bilaterali tra Olmert e Abu Mazen ogni quindici giorni per verificare lo stato di avanzamento dei negoziati.
Ma la cosa più inquietante della dichiarazione congiunta sono le ultime nove righe. In essa viene citata ben cinque volte la Road Map come documento vincolante per il processo negoziale e per ben tre volte la supremazia del ruolo degli Stati Uniti su tutto il processo negoziale (3).
Qui si apre una questione spinosa e pericolosa. Come è noto la Road Map è un documento elaborato Elliot Abrams, uno dei consiglieri di Bush più legato all’ambiente dei “likudznik”, che prevedeva un calendario negoziale tra israeliani e palestinesi e fatto poi assumere come proprio dal Quartetto (USA. ONU, Unione Europea, Russia) e presentata da Bush all’ONU il 2 maggio 2003.
Se si va a guardare la Road Map, essa prevede una serie di obblighi preliminari per i palestinesi sul piano della sicurezza che – di fatto – deve portare allo smantellamento delle organizzazioni della resistenza e al disarmo di tutti i gruppi palestinesi impegnati nella lotta contro l’occupazione israeliana. Nei Territori Occupati è in arrivo un altro generale statunitense. Si tratta di James Jones, ex comandante supremo della Nato in Europa. Il gen. Jones affiancherà un altro generale USA (Dayton, quello che aveva spinto settori di Al Fatah per il colpo di mano contro Hamas) già impegnato nel «ricostruire le strutture di sicurezza palestinesi». Si tratta del piano per disarmare tutti i bracci armati dei partiti palestinesi e organizzare un’unica forza di sicurezza, alle dipendenze di un’Autorità nazionale palestinese, che collabori con Washington e Tel Aviv.
Su questo ha ragione da vendere Michele Giorgio quando sostiene che “L’ostacolo sul quale rischia di sbattere subito il negoziato che nascerà dai colloqui di Annapolis è l’applicazione della prima fase della road map, l’«itinerario di pace» sponsorizzato dal Quartetto, che impone ai palestinesi di lottare contro il «terrorismo» e di smantellare le organizzazioni armate che combattono l’occupazione. La road map è la trappola alla quale Abu Mazen difficilmente potrà sfuggire” (4).
Olmert ha anche ribadito la sua interpretazione della Road Map: nessun accordo di pace fino a quando i palestinesi non avranno disarmato le loro milizie.
La brutale repressione in Cisgiordania contro le manifestazioni di critica alla partecipazione dell’ANP al vertice di Annapolis e ancora prima gli attacchi della polizia e delle forze di sicurezza dell’ANP contro i militanti delle Brigate Al’ Mustafa (Fronte Popolare) e delle stesse Brigate Al Aqsa (Al Fatah) nei giorni precedenti Annapolis, da un lato non sono affatto di buon auspicio e dall’altro indicano quale potrebbe essere la linea di condotta che “lo spirito di Annapolis” determinerà nel gruppo dirigente di Abu Mazen e dell’ANP. Certo, il Ministro degli Interni palestinese Abdel Razak ha poi chiesto scusa per il comportamento della polizia contro le manifestazioni e i giornalisti, ma questo rischio esiste e non riguarda più solo lo scontro con Hamas ma anche contro le organizzazioni della sinistra palestinese (che pure hanno condannato l’azione di Hamas a Gaza) e settori della stessa Al Fatah.

3. Una strada spianata all’intervento militare contro l’Iran?

Mentre Bush, Olmert e Abu Mazen cercavano di raggiungere un accordo e un testo da presentare ai giornalisti e ai diplomatici convenuti ad Annapolis, il segretario di Stato USA, Rice si riuniva con i 40 ministri degli esteri e diplomatici dei paesi arabi e occidentali invitati e convenuti ad Annapolis.
La Rice e l’amministrazione Bush hanno capitalizzato così alcuni risultati:

1) la partecipazione della Siria, attratta dall’idea dell’avvio di un negoziato anche sulle alture del Golan occupate da Israele nel ’67. Bush non ha fatto pubblicamente alcun cenno a questa ipotesi, al contrario nel suo discorso ha rammentato le minacce alla stabilità del Libano con un chiaro riferimento a Damasco, ma fonti ufficiose parlano di un prossimo vertice a Mosca in cui – forze – si comincerà a discutere con Israele anche del Golan. Nel primo commento ufficiale di Damasco dopo la conferenza di Annapolis, il portavoce dell’ambasciata a Washington, Ahmed Salkini, si e’ mostrato ottimista: "Abbiamo compiuto un passo riaprendo la questione, l’obiettivo della Siria per una pace complessiva in Medio Oriente e’ stata sollevata dai protagonisti della Conferenza e ora la porta e’ aperta per ulteriori incontri internazionali per discutere del Golan". Secondo il quotidiano israeliano "Maariv", la Russia sta mediando tra Israele e la Siria: il viceministro degli Esteri, Alexander Sultanov, avrebbe avanzato una proposta che restituirebbe alla Siria la sovranita’ sulle alture del Golan lasciandone pero’ il controllo a Israele per un certo numero di anni. Anche la “mediazione” raggiunta in Libano con la candidatura del gen. Suleiman alla contestata presidenza della repubblica sembra essere un effetto distensivo della partecipazione siriana al vertice di Annapolis. La Siria sembra quindi essere tornata al “pragmatismo” della genìa Assad che ha una cura particolarissima dei propri interessi specifici. I primi a pagarne il prezzo potrebbero essere i rappresentanti delle organizzazioni della resistenza palestinesi attualmente rifugiati a Damasco che verrebbero espulsi. Ma il prezzo più pesante in termini geopolitica è la rottura dell’alleanza tra Siria e Iran esistita fino ad ora.

2) La presenza di tutti gli stati della Lega Araba all’incontro di Annapolis e al vertice con Condoleeza Rice vedeva un convitato di pietra: l’Iran. Il governo di Teheran è stato l’unico a tuonare contro il vertice di Annapolis intuendo che lì si stava preparando una sorta di semaforo verde all’intervento militare USA-Israele contro l’Iran sulla base del silenzio-assenso dei paesi arabi presenti. Questi ultimi sembrano tornati allo “spirito dell’80” quando finanziarono e sostennero militarmente l’Iraq di Saddam Hussein contro l’Iran di Khomeyni durante una sanguinosa guerra per commissione che durò ben otto anni. Ufficialmente il “timore” delle petromonarchie e dei paesi arabi moderati cerca di rinvigorire il secolare contrasto tra sunniti e sciiti che divide da secoli il mondo islamico. In realtà temono che la tenuta dell’Iran in antagonismo a USA e Israele possa provocare un onda lunga che – superando le divisioni confessionali – destabilizzi i privilegi, le subalternità e i poteri consolidati di leadership corrotte e screditate in tutto il mondo arabo.

3) L’abilità della Rice e degli Stati Uniti è stata quella di aver fatto intendere chiaramente ai paesi arabi che la minaccia alla stabilità dell’area (e ai loro interessi) non viene da Israele ansiosa di normalizzare al più presto i rapporti con loro ma, piuttosto, viene dall’Iran. ”Quello che è importante – ha detto una fonte anonima dello staff di Condoleeza Rice, citata da media americani – è che sono venuti qui e che abbiano capito che la vera minaccia alla stabilita’ del Medio Oriente comincia con la ‘I’ ma non e’ Israele, bensi’ un paese che finisce con la ‘N”’. Il dopo-Annapolis dell’amministrazione Bush, c’e’ da scommetterci, sara’ dedicato anche a cercare di consolidare i guadagni in chiave anti-iraniana” sottolineava una agenzia al termine del vertice di Annapolis. Più chiaro di così?

Annapolis può dunque essere definito come un vertice “di pace” che ha preparato l’escalation alla guerra. Prima ce ne rimandiamo conto meglio sarà per poter approntare una campagna di verità e di mobilitazione che rimetta al centro il ripudio della guerra e la giustizia per il popolo palestinese.

 

NOTE:
(1) E’ bene definire Annapolis più un vertice che una conferenza. Per la breve durata e l’inesistenza di tavoli negoziali veri e propri, definire Annapolis una conferenza appare decisamente eccessivo e indulgente nei confronti dell’amministrazione Bush.
(2) “Michelangelo Cocco “Gorge W. Manda in soffitta i profughi”, su Il Manifesto del 28 novembre
(3) Per il testo integrale della dichiarazione congiunta israelo-palestinese vedi http://www.forumpalestina.org/news/2007/Novembre07/27-11-07DichiarazioneAnnapolis.htm
(4) Michele Giorgio “Se il raìs di Ramallah finisce in trappola”, Il Manifesto del 28 novembre

L’articolo comparirà sul prossimo numero di Contropiano in uscita per dicembre

Sergio Cararo 

fonte: sergio.cararo@fastwebnet.it            

http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o10534

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