Per i palestinesi vale un concetto di democrazia e del diritto differenti?

Da http://al-awda.org 

Il Dr. Ibrahim Lada’a, un medico palestinese che per decenni aveva lavorato sotto le condizioni difficilissime imposte dall’occupazione israeliana, ormai quasi quarantenne, nei Territori Occupati, ha rivolto questo commento al pubblico europeo che i media tendono a tenere all’oscuro circa i veri obiettivi delle forze d’occupazione israeliane, rendendo così largamente incomprese le terribili sofferenze inflitte ai palestinesi della Striscia di Gaza. Il Dr. Ibrahim Lada’a oggi vive in Germania ed è tra i membri fondatori della Deutsch-Arabische Gesellschaft (www.d-a-g.de) che ci ha cortesemente inviato il presente contributo. Il Dr. Lada’a cerca di spiegare al pubblico occidentale che l’assalto militare contro la popolazione occupata nella Striscia di Gaza, contrariamente a quanto dichiara il primo ministro Ehud Olmert, non ha come obiettivo la liberazione di un ostaggio, ma la distruzione delle condizioni materiali di sopravvivenza dei palestinesi resistenti alle mire espansionistiche di Israele.  

“Il diritto all’autodeterminazione dei popoli deve essere riconosciuto anche ai palestinesi. Questo popolo, che da decenni ormai continua a vivere sotto occupazione israeliana, aveva eletto i suoi rappresentanti esecutivi e legislativi con una procedura democratica. Aveva scelto quei rappresentanti che – così sperava – l’avrebbero liberato dall’occupazione ponendo contemporaneamente fine alla corruzione del precedente governo. Lo sviluppo politico degli ultimi giorni mette in evidenza che è stato un errore credere nella possibilità di tenere elezioni libere sotto l’occupazione (vedi il mio articolo: Matrimonio palestinese – presa di posizione sulle elezioni palestinesi). Al governo scelto dai palestinesi tramite le elezioni del gennaio 2006, non è stata nemmeno concessa la possibilità di entrare in funzione poiché è stato messo subito al bando dall’intero mondo occidentale. Perfino l’Unione Europea ha strumentalizzato i suoi aiuti finanziari per mettere il governo palestinese sotto pressione. Una delle conseguenze di questo comportamento è stato che i salari per 150 mila pubblici impiegati, poliziotti e insegnanti, non potevano più essere pagati. La maggior parte di questi funzionari pubblici erano stati assunti nell’era di Yasser Arafat, cioè, essi non facevano parte di Hamas, bensì del movimento Fatah.

I palestinesi nei Territori Occupati si chiedono cosa voglia l’Occidente da loro? Cosa intende per terrore? Che tipo di democrazia abbia in mente per uso e consumo dei palestinesi e degli altri popoli del Medio Oriente. Ma è mai possibile che il termine “occupazione” sia proprio scomparso dal vocabolario delle classi dirigenti dell’Occidente? E’ incredibile e vergognoso che dalle stanze di comando in Europa a tutt’oggi non si sia udita alcuna voce di protesta dopo che Israele, con un’azione di notte e nebbia, aveva sequestrato 7 ministri e 20 deputati contemporaneamente da Ramallah, Hebron e Qalqilyia. Questo atto di sequestro di persona multiplo non è stato ritenuto degno di alcuna presa di posizione da parte di nemmeno una delle democrazie occidentali. 

Israele sa che in seguito alla vittoria elettorale di Hamas, l’Occidente si è schierato sempre più strettamente al suo fianco. A causa della storia del popolo ebraico, che è connessa a quella dell’Europa, il governo israeliano si sente moralmente superiore e dalla parte giusta rispetto al popolo palestinese. Perciò sperava che la sua politica di assedio e di affamamento riuscisse a spingere i palestinesi a uscire in piazza per rovesciare il governo di Hamas, democraticamente eletto. Ma questo non è affatto successo. Quindi, Israele ha cercato di innescare una guerra civile tra le fazioni palestinesi, finanziando e armando, con l’aiuto dell’Unione Europea e degli USA, le forze comandate dal Presidente Mahmud Abbas cui ha fatto pervenire mille fucili addestrandone giovani seguaci perché mettessero a segno azioni di disturbo ed eseguissero omicidi. L’obiettivo era di fare scoppiare una guerra civile tra i palestinesi, simile a quanto sta succedendo oggi in Iraq o, trent’anni fa, nel Libano. Per la somma delusione di Israele e dell’Occidente, i palestinesi hanno saputo chiudere i ranghi ed unirsi attorno ad una dichiarazione congiunta. 

Stiamo parlando del documento messo a punto da prigionieri palestinesi, che contiene alcuni punti sui quali si è potuto creare un consenso. La dichiarazione in questione era stata accettata da tutte le correnti politiche, inclusi Hamas e Fatah. La dichiarazione afferma la soluzione del problema palestinese sulla base di due stati, sanzionata dalle Risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sicché la sua accettazione da parte di Hamas significa, un implicito riconoscimento di Israele e questo dopo nemmeno tre mesi al governo. Io ritengo che con questo comportamento si sia fatto un passo gigante in direzione della pace. Nel momento però, in cui si è compiuto questo gesto di pace da parte dei palestinesi, il capo del governo israeliano, Ehud Olmert, ha dato ordine alle sue forze armate di invadere la Striscia di Gaza perché la pace, che ormai sembrava essersi avvicinata un po’ di più, stava mettendo in imbarazzo i politici israeliani. Perciò Olmert ha mandato le sue truppe – non per liberare il soldato catturato, bensì per rovesciare il governo di Hamas eletto. 

La Striscia di Gaza è una della aree più densamente popolate del mondo. La maggioranza dei suoi abitanti vive ormai dal 1948 in campi profughi, dove l’accumulo di povertà e disoccupazione determina il volto della Striscia. I profughi erano fuggiti dalle squadre terroristiche sioniste, precursori dell’attuale esercito israeliano, cui comandanti in capo sarebbero diventati capi di governo, presidenti di stato e perfino, titolari di premi Nobel alla Pace. 

Per Israele, la Striscia di Gaza era e continua a essere, una fastidiosa macchia e, nelle migliori delle ipotesi, un bacino di riserva per manodopera a basso costo. Con il passare dei decenni, Israele non è mai riuscita a convincere gli abitanti della Striscia di Gaza della presunta bontà delle sue intenzioni, non avendo mai capito che le armi contro la libertà del pensiero non si sono ancora inventate. Israele intanto, controlla l’acqua, vietando agli arabi di scavare pozzi nella stessa profondità concessa agli israeliani. Contemporaneamente, Israele scavava pozzi ai piedi delle colline palestinesi in Cisgiordania, dove si trovano le maggiori riserve d’acqua, impedendo così l’afflusso della acque di falda verso la Striscia di Gaza. Questo a sua volta, ha causato una progressiva infiltrazione di acque marine salate nelle falde della Striscia di Gaza, rendendo l’acqua imbevibile. 

Israele impedisce lo sviluppo della rete di erogazione elettrica in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, nonostante questa infrastruttura sia in mano a privati. Di conseguenza, la distribuzione di elettricità rimane in mani israeliane. L’unica centrale elettrica costruita nella Striscia di Gaza recentemente, da investitori americani e palestinesi, in questi giorni è stata bombardata dalle forze armate israeliane. 

Israele controlla tutti gli accessi alla Striscia di Gaza, sia per terra che per mare. Perfino l’unico collegamento per via aerea, l’aeroporto di Gaza, costruito con l’aiuto finanziario dell’Unione Europea, è stato ripetutamente distrutto da Israele. Per le sue attuali operazioni militari, Israele si serve di questo aeroporto come base militare. In retrospettiva, il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza si presenta come una grossolana bugia. Distruggere l’infrastruttura di un popolo e sottoporlo a punizione collettiva con l’affermazione di condurre una guerra contro terroristi, costituisce di per sé terrorismo. 

Infatti, ciò che importa a Israele non è il soldato catturato, bensì l’immagine che Israele si è creata delle sue forze armate, dei suoi soldati. Il mito dell’“esercito invincibile” e della “purezza delle armi” crea l’immagine di un soldato “superuomo”. In realtà, è l’enorme superiorità sul piano militare-tecnologico, non invece, l’uomo come tale, che sta alla base di quest’immagine del soldato israeliano nel mondo. Si tratta dell’immagine che la classe dirigente intende presentare al suo popolo ed al mondo occidentale. Alla luce di queste considerazioni, si spiega meglio come si sia arrivati all’attuale azione militare – fuori da ogni parametro di proporzionalità – come risposta alla cattura di un singolo soldato israeliano. Le conseguenze di quest’operazione militare, nella sua estensione, superano di lunga quelle di un palestinese che si fa esplodere su un autobus o in un ristorante israeliano uccidendo un numero di civili. Questa forma di terrore civile s’inquadra bene nel concetto dei politici israeliani, in quanto non tocca direttamente le forze armate. Mantenendo la cittadinanza in uno stato di paura ed insicurezza permanente, essi riescono ad assicurarsene un saldo controllo. In qualsiasi momento, le forze armate s’affacciano nel ruolo di salvatore, pronte ad entrare in azione.

Ma nel caso del sequestro di un soldato e nel caso si dovesse eventualmente arrivare perfino a uno scambio di detenuti, l’immagine pura delle forze armate s’intaccherebbe. Questo creerebbe un terremoto politico nella società israeliana che ritiene la vita di un soldato più preziosa rispetto a quella di un civile. Il mondo dovrà finalmente riconoscere che abbiamo a che fare con una guerra di liberazione, con gruppi della resistenza che combattono contro un esercito d’occupazione. Questa immagine di occupanti ed occupati, che Israele sta cercando da 40 anni di sopprimere con l’impiego di ogni mezzo di propaganda e con tale successo che qualcuno, in Occidente, non si rende più conto chi effettivamente sta occupando chi, sarebbe capovolta. Già una volta Israele ha dovuto affrontare questa realtà, in Libano. Dopo avere subito alte perdite nei propri ranghi e in seguito a crescenti proteste della propria cittadinanza, Israele ha dovuto ritirarsi dai territori occupati nel Libano, nel maggio 2000. 

Un soldato israeliano è stato catturato da combattenti nella resistenza, dopo che questi erano riusciti a scavare un tunnel lungo di 800 metri per raggiungere un posto di blocco dell’esercito israeliano. Il battaglione israeliano in servizio a detto posto di blocco, il giorno precedente aveva appena fatto un’incursione in un villaggio palestinese sequestrando due giovani palestinesi sotto il pretesto che stessero preparando un’azione terroristica. Nei combattimenti al posto di blocco menzionato, due soldati israeliani e due palestinesi sono rimasti uccisi. Un soldato israeliano è stato prelevato dal suo carrarmato e trattenuto come prigioniero di guerra. Il comando militare cui faceva capo il posto di blocco, ha saputo dell’incidente solo 70 minuti dopo. Questo assalto da parte di occupati contro l’esercito degli occupanti, è stato visto dall’intero mondo soltanto sotto l’aspetto del soldato sequestrato e perfino il Papa e Kofi Annan ne hanno chiesto il rilascio. Non hanno detto, invece, nemmeno una parola degli oltre 12 mila prigionieri palestinesi, tra cui 400 minorenni, 150 donne e 7 neonati.  

Non aiuta affatto quando si vuole sopprimere la volontà di resistenza di un popolo rifiutandosi di chiamare le cose con i loro nomi. Non è lecito continuare a trattare con l’attuale spensieratezza le sofferenze del popolo palestinese. Bisogna astenersi dal volere paragonare le azioni dei palestinesi, al terrore di un Osama Bin Laden. Sarebbe oltremodo ingenuo presentare questa lotta contro l’occupazione come una “lotta delle culture” o una guerra di religioni. Qui si tratta di un popolo che sta lottando da parecchi decenni per la sua liberazione e per l’autodeterminazione – sarebbe assurdo pensare che i palestinesi stiano per mettersi il cappio al collo con le proprie mani. 

L’Europa non deve continuare a tacere. I valori per cui l’Europa si è battuta da secoli e ai quali s’ispira deve concederli anche agli altri popoli.

Dr. Ibrahim K. Lada’a, 4 luglio 2006  __._,_.___

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