'Per non dimenticare Sabra e Chatila'.

Riceviamo da Elisabetta Filippi, dell’Associazione Zaatar, e pubblichiamo.

9 settembre,

con la delegazione "Per non dimenticare Sabra e Chatlia" partiamo presto la
mattina con 3 autobus, della delegazione fanno parte oltre a noi italiani (una cinquantina) anche americani, australiani, giapponesi e malesi.

Viaggiamo lungo la costa, solo i lavori in corso e poche deviazioni
segnalano che ancora sono in corso le riparazioni dei danni della guerra dei
33 giorrni di Israele. Dopo aver costeggiato lunghi tratti con vaste
piantagioni di banane cominciamo a salire in montagna, direzione El Khaim, visiteremo la prigione costruita da Israele nel 1978 durante l’occupazione fino al 2000, anno in cui è stata trasformata in un museo per testimoniare le violenze e le torture che i prigionieri subivano nel carcere. La prigione di El Khaim è stata bombardata e distrutta completamente la scorsa estate, da Israele, probabilmente per cancellare la memoria dei crimini commessi.

Lungo la strada ci accorgiamo di essere arrivati in zona sciita, ci sono
infatti manifesti di Hezbollah inneggianti alla causa e foto dei martiri
della resistenza ovunque. Ci avviciniamo alla prigione e le devastazioni
sono ancora evidenti. Le case sono state in parte ricostruite e in parte
sono in costruzione, si vedono ancora case bombardate o semidistrutte, ma le macerie sono state portate quasi tutte vie. Arrivati al carcere possiamo
constatare la devastazione, ovunque macerie, tetti crollati, i crateri delle
bombe e i resti dei missili. Tra le macerie recentemente sono state trovate
tracce di uranio attivo. La devastazione e’ davvero impressionante, è
evidente che volevano cancellare ogni traccia del carcere/museo. Dopo la
visita veniamo ricevuti da un rappresentante di Hezbollah che ci ringrazia
per la nostra visita e testimonianza. Poi ci avviamo ancora verso sud verso
il fiume Litani, la zona contesa da israele. In lontananza le fattorie di
Cheevaa.

Attraversiamo il posto di blocco libanese sul fiume Litani e costeggiamo la
colonia israeliana di Medullah, l’insediamento israeliano piu’ a nord della
Galilea, vicinissimo al Libano. I campi che si stendono davanti ai nostri
occhi sono ancora minati e i contadini non possono coltivarli, in tutta la
zona sono presenti le cluster-bomb. Più di 3 milioni sparsi nel sud del
Libao. Il confine israeliano è una lunga barriera elettrificata che
consente di vedere i frutteti israeliani e persino i frutti sugli alberi,
siamo a poche decine di metri. Le case sul fronte opposto, da qui e per
tutto il confine sono state bombardate. Dal fiume Litani in poi incontriamo
spesso i contingenti dell’Unifil. Arriviamo così fino a Bent Jbail , una
citta’ martire. Considerata da Israele una roccaforte di Hezbolla è stata
totalmente distrutta, adesso è praticamente una città fantasma, i
combattimenti sono avvenuti porta a porta, circa 40 i combattenti uccisi in
questa città.

Visitiamo il mausoleo a loro dedicato, dentro alla stanza molti libanesi
rendono omaggio ai martiri della resistenza, al centro della stanza quello
che per i libanesi è un miracolo, a distanza di un anno il tronco reciso
con le immagini e i nomi dei martiri sui suoi 5 rami, posto a memoria nel
centro della stanza, ha prodotto rametti con foglie verdi e vive.

Lasciamo Bent Jbail, ci dirigiamo verso Tiro costeggiando distruzione e
ricostruzione, macerie e vita che tenta di riemergere. Al campo profughi di
Burj el jemal abbiamo appuntamento con il sindaco progressista della città
di Tiro: Abdel Mohsen al Hussyneh. Il campo è grande 1 km ed è affollato
da 20.000 persone, quando il campo e’ stato fondato nel 1956, i suoi
abitanti erano 7.000.

Veniamo accolti dalla banda musicale degli scout palestinesi e dallla calda
accoglienza dei palestinesi. Il sindaco ringrazia Italia e Belgio per
l’aiuto prestato per disinnescare le mine e le cluster bomb. Ci raggiunge
accompagnato da scorta armata anche Sultan Abu Al Ainan, rappresentante dell’OLP. Ricordiamo Stefano Chiarini e il suo impegno nella lotta a fianco
dei palestinesi. Poi andiamo a posare la corona di fiori nei luoghi dove
sono avvenuti i massacri nel campo per mano dei soldati israeliani: Al Hula
Club (un centro sociale dove sono state uccise 94 persone per la maggior
parte donne e bambini) e il giardino d’infanzia Al Najdeh, dove sono stai
uccisi molti bambini.

Elisabetta Filippi, Associazione Zaaatar.

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