'Per ricordare Sabra e Chatila': 'le vittime chiedono giustizia'.

Riceviamo da Elisabetta Filippi dell’Associazione Zaatar.

lunedì 10

Entriamo con la delegazione nel centro Assomoud di Shatila. Una grande foto di Stefano Chiarini è appesa nella piccola sala affollata. Altre foto
intorno, sono quelle di alcune delle vittime massacrate dai falangisti, con
l’appoggio di Sharon, 25 anni fa. Anni in cui nessuna commissione d’inchiesta è mai stata aperta. Le foto sono incornciate e tenute tra le braccia dalle madri e dalle vedove delle vittime. I loro occhi sono pieni di lacrime e disperazione. Qassem Aima, nostro partner nel viaggio e parte integrante del "Comitato per Non dimenticare Sabra e Chatila" introduce la commemorazione. Il nostro traduttore Samir, si commuove, la voce rotta dal pianto. La sala tace, siamo in molti con gli occhi rossi, le lacrime scendono. Si alternano a parlare i parenti di alcune delle più di 3 mila vittime.

La prima è una donna alla quale hanno ucciso i genitori. Chiede di aiutarli
a costruire un monumento a memoria delle vttime del massacro. Poi è la volta di un’altra: tra le braccia ha le foto di 5 persone. "Volevo far crescere i miei figli, prendermi cura di mio marito, fare del mio meglio per loro, ma me li hanno uccisi tutti, anche mio marito".

Una giovane ragazza – il fratello era quasi coetaneo e 2 bambini, uno di circa 5 anni e il fratellino, intorno agli 8 anni – ci racconta tra le lacrime che li ha trovati a pezzi, a 2 di loro mancava la testa, a uno un braccio e una gamba, il ragazzino di 8 anni aveva il cervello fuori dalla testa.

Parla un padre a cui hanno ucciso il figlio, Jamal, di 19 anni, che lavorava
per le Nazioni Unite.

Un altra donna, ci mostra la foto che la ritrae accanto ai corpi dei due figli, uccisi.

Qassam ci chiede di trasformare le lacrime in rabbia per lottare, andare
avanti e arrivare a processare i colpevoli della strage di cui, afferma, sono
noti i nomi, sono tutti conosciuti. Ci chiede di aiutarli in questo, di
proseguire con loro la lotta per la giustizia.

Poi ci dirigiamo davanti all’ambasciata del Kuwait e dai lì, con i gruppi di
giovani scout che precedono un corteo di qualche centinaio di persone, ci
dirigiamo al santuario – la fossa comune dove riposano senza giustizia le
vittime del massacro. Qui vengono depositate le corone e ascoltiamo la
pressante, forte e chiara condanna del sindaco di Gobheiry contro il governo sionista d’Israele. Israele è il "nostro nemico" dice, e non ci sono
incertezze nel suo discorso che incita alla lotta fino all’ottenimento di tutti i
diritti per il popolo palestinese.

L’ultima parola va a Antonietta Chiarini, la sorella di Stefano che,
emozionata, riesce a trasmettere tutta la solidarietà e la partecipazione al
dolore delle vittime, tutto il sostegno ad un popolo che vede radicato come
gli ulivi della Palestina, pieno di speranza per il futuro come gli occhi
dei bambini che ha incontrato nei campi in questi giorni. Un discorso che
abbraccia tutti i palestinesi presenti e tutti noi, che abbiamo conosciuto,
stimato e amato Stefano.

Elisabetta Filippi, Zaatar.

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